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Iran, lo schermo svelato.
La Persia attraverso la macchina da presa.

La Persia attraverso la macchina da presa. Antonella Vicini

L’occhio della macchina da presa restituisce, deforma, ruba, sintetizza, trasforma. L’occhio della macchina da presa parla in ogni modo della realtà, attraverso la realtà. E la realtà che ci appare per mezzo della cinematografia persiana è un mondo fatto di tempi lenti, inquadrature lunghissime, con paesaggi infiniti e silenziosi; un’estetica che si allontana da quella occidentale per le modalità di percezioni del mondo che abbiamo noi, qui ad Ovest.

Una cultura apparentemente diversa dalla nostra nella forma, dunque, che però proprio in una innegabile matrice comune trova l’opportunità di ribadire che esiste un legame di fondo: la stessa origine culturale euro-asiatica.
La relazione tra l’Europa, l’Italia in particolare, e l’Iran è evidente nell’essenza stessa della sua cinematografia che è andata a scovare i suoi maestri proprio tra i nostri maestri, i padri del cinema italiano del dopoguerra, Rossellini innanzitutto.
La cinematografia persiana che ha saputo travalicare i propri confini nazionali, quella di Kiarostami, Makhmalbaf, Panahi, per essere chiari, infatti è fortemente debitrice del nostro neorealismo. Non è un caso forse che un filone artistico che in Italia ha dovuto trarre linfa dalle macerie della seconda guerra mondiale, con le sue evidenti limitazioni pratiche ed economiche, abbia ispirato un’altra cinematografia, anche essa post bellica. Il cinema iraniano che arriva fino a noi, che partecipa ai festival internazionali, che diffonde parte della cultura e del mondo persiano, nasce principalmente dopo la guerra tra Iraq e Iran; e rappresenta uno spartiacque con tutta la produzione predente. A dire il vero, la Decima Musa di Teheran ha attraversato un altro momento fondamentale per la sua evoluzione che è rappresentato dalla Rivoluzione islamica, il limite tra un prima e un dopo.
Il prima è l’epoca dello scià Reza Pahalavi, la cui produzione cinematografica, chiusa entro i propri confini nazionali, si mostra poco incline a tematiche di ampio respiro e sembra essere piuttosto un mezzo di diffusione della cultura occidentale, traghettata attraverso modelli di riferimento dell’industria culturale statunitense e attraverso l’immaginario collettivo generato a Hollywood, e non solo. Questa sarà la prima colpa che gli imputeranno i protagonisti della rivoluzione, e non è accidentale che l’incendio del cinema Rex, nella città di Abadan, sarà un evento chiave nella lotta rivoluzionaria contro lo scià, oltre a essere la prima e la più sanguinosa di una serie di azioni che nel giro di un anno porteranno alla chiusura di più della metà delle sale cinematografiche sparse sul territorio nazionale.
Il dopo è rappresentato dall’ascesa dell’ayatollah Khomeini a guida del Paese e dalla trasformazione dell’Iran da monarchia a Repubblica Islamica. Da questo momento il cinema persiano subisce una metamorfosi, dapprima meno evidente, ma dagli anni ‘90 in poi particolarmente significativa. Una “nuova linea” si profila sin dall’inizio, con una sorta di congelamento del cinema pre-rivoluzionario, innanzitutto mutando i nomi delle stesse sale in un senso più patriottico e nazionalista, favorendo poi una produzione che faccia strada alla cultura islamica: le opere eliminano riferimenti al sesso o al precedente regime e entra in scena la religione e la religiosità.
Non bisogna però credere che venga sgomberato il campo definitivamente dai cosiddetti film di genere - d’azione, di avventura e di guerra - che continuano a essere diffusissimi, insieme ai cosiddetti “drammi familiari”, che sperimentano nuovi modi di ritrarre le donne senza contravvenire alle regole della censura. Non si può negare l’apparente paradosso, e cioè che il cinema iraniano contemporaneo nasca da regole ben precise che solitamente tendono ad imbrigliare l’ispirazione artistica e che in questo caso sembrano avergli dato una nuova spinta.
In questa cinematografia, cultura e religione pervadono ogni atto e ogni momento, in una sorta di affascinante sacralità  così lontana dal nostro universo, che trasporta lo spettatore in una serie di quadri silenziosi, popolati da uomini comuni, attori non professionisti. Una specie di viaggio attraverso altri occhi, molto spesso quelli dei bambini, che rapisce anche chi, ipnotizzato dai ritmi serrati di montaggi al limite del pubblicitario e distratto dal frastuono deviante della contemporaneità, ritrova in esso parte di una dimensione perduta nella veloce catena di montaggio dei “tempi moderni”. I film iraniani non sono per questo opere fuori dalla nostra epoca, che invece fa capolino con continui riferimenti, ma rappresentano una interessante dicotomia tra l’immobilità e il movimento; l’eterno e il contingente. Ieri e oggi. Oriente e occidente.

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