Turchia e Usa: una relazione difficile, di Gianluca Ansalone.
the voice of america, gli states e il grande medio oriente
audio durata:00.02.04 7 settembre 2007
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Dopo un lungo braccio di ferro ed una crisi di governo è arrivata l’elezione di Abdullah Gul a Presidente della Turchia. Già primo ministro, Ministro degli affari esteri, esponente di punta del partito islamico AKP del premier Erdogan, Gul è uomo di grande esperienza internazionale e dal senso politico raffinato.
La sua elezione è stata però accolta con diffidenza dai vertici militari di Ankara, custodi della laicità dello Stato così come affermata dal Padre della Patria, Kemal Ataturk. Le stellette hanno addirittura disertato la cerimonia di giuramento del neo-Presidente.
Ma diffidenza aleggia anche tra i vicini più prossimi della Turchia, a cominciare da Israele, che pur congratulandosi col nuovo Capo di Stato rimane preoccupato del ruolo dell’Islam politico in un Paese così strategico.
Una accoglienza tiepida è stata parimenti riservata dal Dipartimento di Stato americano, che per bocca del portavoce Tom Casey ha sottolineato le doti personali di Gul ma non ha fatto alcun cenno ad una relazione strategica storicamente fondamentale per gli equilibri in Medio Oriente ma che negli ultimi anni si è parecchio incrinata.
Alleato di ferro nella NATO, partner energetico e baluardo della laicità in un Vicino oriente infiammato dall’Islam radicale, la Turchia ha vissuto un primo scossone politico proprio con l’arrivo alla premiership di Erdogan e del suo partito AKP. Caduta la regola dei “pesi e contrappesi”, che tradizionalmente attribuiva ad un esponente laico la carica di Presidente della Repubblica, la storia delle relazioni tra Washinton e Ankara è oggi tutta da riscrivere.
Perché nel 2003, quando il governo turco, guidato proprio da Abdullah Gul, rifiutò l’utilizzo delle proprie basi militari per i raid anglo-americani contro l’Iraq di Saddam Hussein, si capì che la fiducia politica tra i due Paesi non sarebbe mai stata più la stessa.
Oggi, a quattro anni di distanza, si pongono le basi per una nuova relazione. Innanzitutto perché gli Stati Uniti hanno bisogno del ponte naturale turco verso il Caucaso ed il Medio Oriente. Quel passaggio rimane ancora strategico per qualsiasi progetto di ricomposizione degli equilibri nell’area. Ovviamente, vista la crescente diffidenza di questi anni, Washington ha già trovato alleati considerati “meno schizofrenici” della Turchia, a cominciare dall’Arabia Saudita, dall’Egitto e dalla Giordania. Ma nessuno, al Dipartimento di Stato o al Pentagono, pensa ad una clamorosa rottura con la Turchia.
In secondo luogo perché, adesso che gli USA hanno ufficialmente deciso di ritirarsi dall’Iraq, il dialogo può ripartire sulla base di negoziati diplomatici concreti. In particolare si dovrà dimostrare la bona fide reciproca nel discutere dei futuri assetti del Kurdistan iracheno, con i suoi pozzi di petrolio e il suo controverso status geopolitico.
Ma, allo stato attuale e in attesa che gli USA si ritirino dall’Iraq, la Turchia guarda con maggior interesse all’Europa. La porta sbattuta in faccia da Bruxelles non sembra aver scoraggiato le ambizioni turche di una rapida adesione all’Unione Europea. Una prospettiva che Washington, per la prima volta, guarda con minor freddezza, come alternativa per mantenere agganciato un alleato prezioso ed evitare la sua deriva verso un Levante quanto mai incerto.
(*) Trattasi del testo dell’intervento audio, fedelmente riportato e non redatto dall’autore



