Il ritorno di un alleato prezioso, di Gianluca Ansalone.
the voice of america, gli states e il grande medio oriente
audio durata:00.02.39 27 luglio 2007
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Vista da Washington, la riconferma di Erdogan e del suo partito AKP alla guida della Turchia è una buona notizia. Perché se è vero che a volte il rimedio può essere peggiore del male, allora le polemiche suscitate da un presunto putsch islamico in Anatolia, con la conseguente crisi istituzionale e la minaccia di intervento dei militari, avevano condotto a reazioni forse affrettate.
Alla voglia di arginare la scalata di un Islam sicuramente non radicale ma comunque ambiguo nei toni è poi subentrato il timore di una crisi interna turca troppo pericolosa in questo frangente, in un Medio Oriente che brucia come non mai.
I quotidiano americani, nelle ore cruciali che hanno preceduto il voto, hanno inteso sottolineare i meriti di Erdogan, descrivendolo come il miglior leader possibile in questo frangente. Negli anni del suo governo il Paese ha visto l’economia impennarsi, la disoccupazione e l’inflazione tornare sotto controllo, ha visto rafforzare alcune riforme strutturali, così come ha garantito una nuova apertura a importanti contratti energetici internazionali.
Insomma, pur diffidando del ritorno del velo, gli Stati Uniti e l’Europa si sono compattati attorno ad un leader che può garantire la stabilità. Per Bruxelles si tratta di un modo di salvare il salvabile nella relazione disastrosa di questi ultimi anni con Ankara. Il percorso verso l’acquis communautaire è stato sicuramente importante per favorire alcune riforme necessarie nel Paese, come quella del sistema giudiziario. Ma nei giorni del rush finale per la pre-adesione alla UE, i Capi di governo europei si sono smarriti nella consueta ambiguità, pur nella consapevolezza che perdendo l’aggancio con Ankara l’Europa rischia di compromettere parte della sua economia e di favorire una deriva verso Levante di un alleato prezioso nella lotta al terrorismo.
Le frasi rassicuranti su Erdogan sono un’investitura alla quale, presto o tardi, Bruxelles dovrà dare seguito, poiché il governo turco tornerà alla carica con la sua voglia di aderire all’Unione.
Gli Stati Uniti, da parte loro, non possono certo permettersi un altro alleato diffidente nel quadrante mediorientale. Certo, il mancato supporto di Ankara alla guerra in Iraq, che portò al rifiuto di concedere il territorio turco per il passaggio delle truppe a stelle e strisce, brucia ancora e ha gettato sulle relazioni bilaterali un gelo mai conosciuto prima. Ma rimane il fatto che, quando ci sarà da pensare all’asseto territoriale e geopolitico dell’Iraq all’indomani del ritiro USA, allora la sponda turca sarà essenziale.
L’ipotesi allo stato più probabile, come autorevolmente ripreso dal Washington Post, è quella di una divisione federale dell’Iraq in tre zone: il sud, controllato dalle diverse fazioni sciite; il centro, soprattutto la provincia di Anbar, a maggioranza sunnita ed un nord curdo, con una massiccia permanenza di soldati americani a presidiare il territorio. A quel punto la reazione di Ankara sarà essenziale, considerato anche che nel nuovo Parlamento uscito dalle elezioni dello scorso week end, il partito curdo ha guadagnato notevoli consensi.
(*) Trattasi del testo dell’intervento audio, fedelmente riportato e non redatto dall’autore



