« il vicino oriente, trasmissione n. 15 | Principale | Dodicesima di una serie di riflessioni di Massimo Campanini sul rapporto tra Islam e democrazia. »

Islam, Occidente.La grande sfida del nuovo secolo.

Gwen Griffith-Dickson.
Direttrice della Lokahi Foundation.

La prima sfida è chiarire di quale sfida si tratta; un punto di partenza sarebbe determinare su cosa bisogna accordarsi per vivere insieme in amicizia. Quali sono i punti sui quali occorre convenire, e quali invece sono le differenze legittime che danno alle nostre società una maggiore ricchezza e diversità?
Innanzitutto dobbiamo rispondere a una domanda. I valori della nostra cultura vogliamo considerarli “universali” oppure “unici”, in modo che distinguano la nostra cultura? La retorica dei politici e degli opinion-maker occidentali è spesso ambigua su questo punto. Se intendiamo rivolgere delle richieste, ci piace asserire che la democrazia o i diritti umani sono universali; quando invece vogliamo affermare l’identità o persino la superiorità culturale, li consideriamo frutto della nostra civiltà.

Per esempio, l’Occidente pensa che i suoi ragionamenti sui diritti umani siano applicabili universalmente, ma solo come prodotto del pensiero e delle riflessioni occidentali, e in quanto materia nella quale l’Occidente primeggia.
Ma il Profeta Muhammad ha parlato distintamente dei diritti, e la prima dissertazione sistematica sui diritti umani nella tradizione islamica fu scritta dal nipote del Profeta, Ali ibn al-Husayn (658/9 - 713/14). Nondimeno, divergono il carattere e i discernimenti delle trattazioni. Le teorie occidentali convenzionali del nostro tempo trattano i diritti come un qualcosa che ci spetta; il Risalat al-Huquq, invece, esamina la questione come obblighi che ci legano l’un l’altro, come comportamenti doverosi, non come un prerequisito che ci spetta di diritto. Se entrambe le parti riuscissero ad abbandonare il narcisismo culturale e riconoscere l’appartenenza comune dei nostri valori, sarebbe un inizio utile in sé. La sfida successiva è affrontare il problema di come consideriamo la giustizia sociale ed economica. Quanto sono diverse le nostre visioni effettivamente? Qui, come molto spesso accade, la linea divisoria non può essere tracciata tra “Occidente” e “Islam”. L’etica cristiana e quella islamica non hanno opinioni divergenti sui concetti di equità e giustizia nelle proprie comunità. La divisioni sono forse altrove. Su questioni di moralità sessuale personale, quali l’omosessualità e l’aborto, cristiani, ebrei e musulmani conservatori non litigano di certo; piuttosto, le divergenze nascono tra la moralità religiosa conservatrice e le opinioni secolari più liberali. Anche su questioni di giustizia economica e di etica commerciale, le differenze non sussistono tra “cristiani” e “musulmani”, ma piuttosto tra “sinistra” e “destra” politiche, nel linguaggio occidentale: tra coloro che privilegiano uguaglianza e sostegno dello stato sociale ove necessario, e coloro che prediligono un intervento minimo da parte dello Stato. Un’analisi chiarificatrice non avrà come risultato la riduzione delle divergenze tra punti di vista opposti. Gli effetti saranno più sottili, ma potenzialmente più incisivi: la rimozione di una fonte fuorviante di ostilità. La decostruzione del mito dell’odio, che incita “Islam” e “Occidente” gli uni contro gli altri, come monoliti indefferenziati. Appureremo invece quali sono le faglie nelle opinioni di tutti su cosa intendiamo per vita buona e come occorre condurla: non tra queste religioni e civiltà, ma all’interno di ognuna di loro, ciascuna con le proprie versioni di “liberali”, “conservatori”, “tradizionalisti” o “radicali”.
Forse la sfida più difficile viene, per tutti noi, quando ostacoliamo valori che abbiamo appena chiarito e misuriamo il nostro modo di agire rispetto agli stessi. Anche qui, non è un compito che incita l’Occidente contro l’Islam, ma un compito che riguarda tutti noi, indispensabile se puntiamo a qualcosa di migliore della retorica e dell’ipocrisia. Nelle nostre popolazioni sempre più complesse, “cuori e menti” non sono vinti dalla propaganda, ma dalle realtà che osserviamo. Le persone giudicano le nostre società o le nostre nazioni dalle loro azioni, non dai loro discorsi. Se l’Occidente pretende di rappresentare libertà, giustizia e democrazia, questi valori governano forse la sua condotta nel mondo? Se l’Islam pretende di essere prevalentemente una religione di pace e compassione, è veramente questo che vediamo riflesso nelle azioni di coloro che pretendono di rappresentarlo?
Sarebbe un segno di maturità, e quindi la sfida principale, se Islam e Occidente si eriggessero al di sopra delle proprie lotte interne – il narcisismo della differenza – e guardassero alle sfide che affrontiamo tutti. Le sfide più grandi che dovremmo affontare, e che dobbiamo affrontare insieme, sono quelle che minano il nostro ecosistema condiviso. Possono Occidente e Islam superare la loro ossessione morbosa di considerare l’altro come “nemico”, e sollevarsi contro le sfide del cambio del clima, dell’uso sostenibile delle risorse e della povertà?

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