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Giovedì Khatami a Bari.

L’ultimo riformista della storia iraniana

da Corriere del Mezzogiorno (inserto locale del Corriere della Sera) del 8 maggio 2007 di Francesco De Leo

Mohammad_khatami_pope_benedict_xviDopo aver incontrato Papa Ratzinger, Prodi e D’Alema e aver partecipato a numerose conferenze, l’ex Presidente della Repubblica Islamica d’Iran, Mohammad Khatami, concluderà a Bari la sua settimana italiana, con una ‘lectio magistralis’ alla Libera Università del Mediterraneo. Khatami è certamente una delle figure politiche più importanti del secolo passato, è stato il quinto presidente iraniano e la sua elezione, il 2 di Khordad 1376 secondo il calendario iraniano, è considerata la data d’avvio delle riforme in Iran.

Khatami è un sayyed, un discendente diretto della famiglia del Profeta Maometto, ed è per questo che indossa il caratteristico turbante di colore nero. Prima che politico è un religioso, sebbene le cose in Iran coincidano, ma soprattutto un fine intellettuale, la filosofia la sua passione. Per festeggiarne il suo arrivo in Italia, avventuroso per uno sciopero del personale della nostra compagnia di bandiera, l’Ambasciatore iraniano presso la Santa Sede, Mohammad Javad Faridzadeh, ha organizzato una cena nella sua elegante residenza di Roma. Un centinaio gli invitati, numerosi i religiosi e i diplomatici, pochi i politici italiani, tanti gli ospiti iraniani. Tutti in attesa dell’ex presidente, nel grande giardino che circonda gli appartamenti del rappresentante dello stato iraniano in Vaticano. Preceduto dall’ambasciatore che faceva gli onori di casa, Khatami è apparso in perfetto orario, distinto, con il suo classico lungo abito grigio, coperto da un mantello nero. Curatissima la barba che incorniciava il suo solito sorriso. “E’ sempre stato così solare, come lo vede stasera”, mi dice una giovane donna iraniana, che tradisce l’emozione per l’incontro. “Ha cambiato in Iran i criteri del costume, il modo di vestirsi. Prima di lui l’essere islamico, rivoluzionario era sinonimo di disordine, sregolatezza, mancanza di cura per l’aspetto fisico”. Saluta tutti, si trattiene con alcuni, presta massima attenzione a quanto nell’orecchio gli riferisce la sua interprete, attenta a riportare ogni parola dei sui interlocutori. “Le ha chiesto se vuole sedersi…”, mi dice l’interprete quando è arrivato il mio turno per i saluti. Volentieri. Khatami mi stringe la mano. Gli chiedo della sua fondazione, l’International Center of Dialogue Among Civilizations. “Ha sede a Ginevra, occupa ormai la maggior parte delle ore della mia giornata”. Il dialogo fra le culture è stata la sua risposta allo ‘scontro fra le civiltà’ di Samuel Huntington, lo ritiene il mezzo per la supremazia della cultura, della moralità e dell’arte sulla politica. Khatami è per tante cose lontano dall’attuale presidente Ahmadinejad, ma la diversa importanza data alla cultura rappresenta senza dubbio la differenza sostanziale. Nei suoi anni da presidente teorizzò la politica culturale, la politica vista con gli occhi della cultura, oggi l’Iran è specularmene assuefatto dalla cultura politica. Promise l’allargamento della democrazia, le riforme, il coinvolgimento di tutti gli iraniani nel processo di decisione politica. I diritti delle donne e il futuro dei giovani, le parti più accattivanti e ambiziose del suo programma. Traghettò la politica estera del suo Paese in una nuova fase, spostandola dalla logica del confronto a quella della conciliazione. Non tutto gli riuscì, non terminò il suo lavoro, non tutte le promesse furono mantenute. In tanti ha lasciato delusione, in molti rimpianto. Gli intellettuali, gli artisti, gli studenti erano i suoi interlocutori e forse questa fu la sua più grande debolezza, era una illuminata minoranza e lui non fu mai un populista. Con un cenno del capo e un movimento delle braccia, Khatami invita i suoi ospiti a dare inizio alla cena. Un buffet ricco di tutte le più gustose pietanze iraniane, riso cotto a vapore con diverse salse e condimenti, gamberetti, jouje kabab e kabab-barg, spiedini di carne e pollo. Non mangia tanto, predilige il dialogo, la conoscenza. Va via dopo un paio d’ore, distribuendo sorrisi ai presenti. “Khodahafez”, “Arrivederci”, letteralmente “che Dio vi protegga”, il suo saluto prima di rientrare in casa dell’Ambasciatore. La giovane donna iraniana, coperta dall’hijab, lo guarda sorridendo per l’ultima volta: “Quando parlava…e la comunità internazionale lo ascoltava…ci rendeva orgogliosi di essere iraniani”. Copyright 2006 © Rcs Quotidiani Spa

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