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Anche in Afghanistan un cambio di rotta, di Gianluca Ansalone.

Kandahar Afghanistan the voice of america, gli states e il grande medio oriente

Salva_mp3audio durata:00.02.56 18 maggio 2007

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In Afghanistan, come annunciato dal Presidente Bush in persona tre mesi fa, è puntualmente partita l’offensiva di primavera contro l’avanzata dei Talebani nel sud e nell’ovest del Paese. Gli studenti della fede, che hanno serrato i ranghi e riorganizzato le proprie milizie nel corso dell’ultimo anno grazie all’arrivo di combattenti e miliziani dall’Iraq e dal vicino Pakistan, hanno aumentato la virulenza dei loro attacchi contro la popolazione civile e le forze della coalizione internazionale.

Gli Stati Uniti si sono finalmente resi conto dell’inesorabile “damnatio memoriae”: non è lontano il tempo, infatti, in cui più di 100mila soldati dell’Armata Rossa vennero sconfitti dai mujaheddin afgani nelle impervie montagne del Centro Asia. A un soffio dal tracollo della fragile democrazia di Hamid Karzai, gli USA hanno avvertito il pericolo di imbattersi nella medesima débacle già subita dai sovietici venti anni fa e lo Stato Maggiore ha pianificato questa imponente offensiva militare, tuttora in corso.
Esistono alcuni problemi strutturali, però, che limitano fortemente l’azione internazionale e su questi problemi Washington è chiamata a riflettere assieme alle altre cancellerie alleate. In primo luogo il fatto che, pur essendo la missione militare pienamente legittimata da un mandato ONU e da un impegno diretto della NATO, si sovrappongono in Afghanistan due diverse dinamiche: da un lato proprio la missione multilaterale, con compiti di supporto alla ricostruzione e di tutela della sicurezza; dall’altro la coalizione dei volenterosi impegnata in operazioni di contrasto al terrorismo internazionale, nell’ambito delle operazioni USA di Enduring Freedom. Così si spiegano, operativamente, le incursioni americane in territori controllati dalla NATO o le offensive aeree che hanno condotto, ad esempio, all’uccisione qualche giorno fa del mullah Dadullah, leader carismatico dei Talebani nel sud del Paese.
Una sovrapposizione che certo non aiuta a convergere verso un obiettivo politico.
Il vero nodo da sciogliere è quello dell’atteggiamento nei confronti della giovane e fragile democrazia afgana. Il consenso della popolazione civile verso l’intervento internazionale è in costante calo; in molte aree del Paese è ritornato o forse non è mai sparito il burqa a coprire i corpi femminili; la gestione della legge e delle corti di arbitrato rimane nelle mani dei consigli tribali e ricalca spesso i precetti della sha’ria.
Il problema è quindi quello della legittimazione democratica. E qui gli Stati Uniti, con i suoi alleati europei, dovrebbero compiere una scelta: o supportare e seguire con più convinzione Karzai, aiutandolo a guadagnare forza, consenso e legittimità; oppure scegliere la democrazia, lasciando che siano le popolazioni civili a disporre del proprio destino.
Può apparire impopolare come dilemma, soprattutto a Washington. Ma non si potrà conciliare la democrazia con l’imposizione di un leader debole e senza consenso o legittimazione.
Qualunque sia la scelta occorrerà comunque superare la prospettiva della mera azione militare, garantendo una linea politica coerente.

(*) Trattasi del testo dell’intervento audio, fedelmente riportato e non redatto dall’autore

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