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Petrolio e democrazia in Iraq.

Oil and democracy in Iraq

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Conversazione con il Prof. Robert Springborg (LMEI): Divisioni tra sunniti, sciiti e curdi nel processo democratico iracheno e la questione petrolio in Iraq. London, marzo 2007.

Siamo con il Prof. Robert Springborg, Direttore del London Middle East Institute. Recentemente, il Vicepresidente iracheno Hashemi è intervenuto in un dibattito al London Middle East Institute. Può dirci per cortesia com’è andata e quali sono state le reazioni al suo discorso?
“In febbraio, il Vicepresidente iracheno Hashemi ha tenuto un discorso qui al London Middle East Institute. Il suo intervento ha provocato forte reazioni, riassumibili in due posizioni. La prima è stata una reazione fortemente negativa, riportata nella nostra rivista di marzo, scritta da uno sciita iracheno, che ha espresso una manifesta sfiducia in quel che Hashemi ha dichiarato, in quanto a suo avviso il Vicepresidente iracheno stava assumendo una posizione integralmente sunnita, cercando di condonare e di trascurare in un certo senso i crimini del regime di Saddam. L’intervento di questo scrittore iracheno riflette la situazione attuale del mondo politico iracheno, in cui si sono accentuate le divisioni tra sunniti, sciiti e curdi.
Tariq Hashemi ha parlato in modo chiaro e persuasivo, aldilà delle opinioni che si possono avere su di lui, ma le forti reazioni che ha provocato in alcuni segmenti del pubblico riflettono i problemi più vasti presenti all’interno dell’Iraq.
L’altra reazione al discorso del Vicepresidente Hashemi riportata sul giornale è molto molto più favorevole, nel senso che ha colto la posizione accomodante assunta da Hashemi, ovvero un desiderio di parlare agli altri sunniti per coinvolgerli nel processo politico, per forgiare un governo che rifletta di meno gli interessi settari. In breve, questo commentatore ha visto nelle parole di Hashemi uno sforzo di accomodamento, moderazione e pluralismo. Quindi abbiamo un riassunto della situazione politica irachena, con una profonda sfiducia che attraversa le linee settarie. Qualunque cosa si dica in termini di accordo, di pluralismo, di collaborazione con l’altra parte, si ottiene sfiducia totale da gran parte di coloro che non appartengono allo stesso fronte. Questo stato d’animo è riflesso in questa discussione e abbiamo ritenuto utile evidenziarlo nella rivista per indicare queste profonde differenze”.

Un’altra domanda, professore. E’ uscito recentemente il libro Oil and democracy in Iraq (Petrolio e democrazia in Iraq), pubblicato dall’Istituto che lei dirige. Può riassumerci brevemente il contenuto di questo studio?
“Lo scorso mese, attraverso la casa editrice Saqi books, l’Istituto ha pubblicato “Oil and democracy in Iraq” (Petrolio e democrazia in Iraq). Questo studio è stato condotto nel 2003 per il governo britannico ed è stato il primo tentativo di esaminare il rapporto tra la ricostruzione dell’industria petrolifera e il sistema politico in Iraq. Il fatto che l’abbiamo pubblicato nel 2007 prova che nulla di significativo è stato fatto nella ricostruzione dell’industria petrolifera irachena tra l’occupazione che è iniziata nella primavera del 2003 e il periodo in cui è stato pubblicato il libro, circa un mese fa. E ciò prova il fallimento della ricostruzione in generale del Paese, cristallizzata nel fatto che il settore più vitale dell’economia è stato oggetto senza dubbio di investimenti notevoli, ma certamente senza miglioramenti in risultati, misurabili ad esempio nella produzione e nell’esportazione del greggio, in questi quattro anni.
Quindi abbiamo riscritto questo studio, per dare conto delle poche cose che sono effettivamente cambiate appunto in questi quattro anni. La pubblicazione del libro ha coinciso con il varo della nuova legge sul petrolio da parte del governo iracheno. La legge non ha ancora avuto il vaglio parlamentare ed è in discussione in un clima di grande polemiche. Lo studio che abbiamo condotto fornisce il background che fa comprendere quella legge. Esamina qual è la pratica migliore a livello internazionale per il settore petrolifero e, alla luce di questa pratica migliore, cerca di suggerire quali sarebbero le alternative ottimali per due cose: primo, la proprietà dell’industria del petrolio in Iraq e secondo, la distribuzione dei redditi ricavati dalla vendita internazionale del petrolio. La cosa interessante è che la legge in discussione non è molto dissimile dalle nostre raccomandazioni per quanto riguarda la pratica migliore per la produzione e la distribuzione del reddito. Su quest’ultimo punto, la legge prevede una distribuzione alle 18 province irachene sulla base della popolazione, che ci sembra un metodo molto sensato. Vi sono ovviamente diversi problemi tecnici, quali la mancanza di un censimento, la capacità del governo di distribuire effettivamente il reddito, ma almeno in teoria l’approccio è buono. Per quanto riguarda la proprietà, questa legge prevede il cosiddetto accordo di condivisione della produzione, non chiamata proprio così nella legge - ma effettivamente di questo si tratta -tra il governo iracheno e aziende petrolifere estere. Si tratta di un argomento davvero controverso. L'Iraq è stato uno dei primi Paesi a nazionalizzare l'industria petrolifera. Il petrolio è sempre stato considerato - in ogni caso dal 1972, data della nazionalizzazione – come appartenente alla nazione. Stipulare quindi contratti di condivisione della produzione, che non sono molto diffusi oggi, in quanto molti nazionali li considerano un retaggio dell’era colonialistica, significa ottenere una violenta reazione nazionalistica, cosa che puntualmente si sta verificando. Nel nostro studio avevamo suggerito che se si sottoscrive un contratto di condivisione della produzione occorre preparare la capacità dei nazionali di competere e offrire contratti in tutte le fasi, a monte e a valle, nella produzione, il trasporto e la vendita di prodotti petroliferi. Nulla di quanto previsto nella legislazione dà la possibilità di competere, nel breve come nel lungo termine, a cittadini o a società iracheni. E questa è un'enorme svista in chi ha scritto quella legge. Per riassumere, il libro è uscito proprio nel momento in cui la relazione tra petrolio iracheno e mondo politico è al centro della scena nazionale, ma anche internazionale. Quindi siamo molto lieti che lo studio sia disponibile per i media e per gli esperti. So per certo che è stato diffusamente citato negli ambienti del Foreign office, come anche a Baghdad e altrove”.

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