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Bilancio alla vigilia del quinto anno di conflitto. L’opinione di Massimo Campanini.

Primo ministro iracheno Nuri al-Maliki Speciale ‘guerra in Iraq’

Salva_mp3audio durata:00.03.07 6 aprile 2007

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Bentrovati. L’argomento monografico di questa puntata induce a riflettere sulla questione della democrazia in Iraq e sui possibili sviluppi in quella tormentata regione.
Premetto subito due cose. In primo luogo che, secondo me, l’Iraq non esisterà più. Intendo dire che la frammentazione tra il sud sciita, il centro sunnita e il nord curdo, è a mio avviso irreversibile.

Di conseguenza se ci sarà un’evoluzione di questo Paese, ex Paese, sarà soltanto a livello di federazione e non come uno stato autonomo. In secondo luogo sottolineerei il fatto che chiamare il governo di Maliki, un governo democratico, nel senso di democraticamente eletto e sostenuto dall’opinione pubblica, è un eufemismo. Il governo Maliki si sostiene infatti soprattutto sulle armi americane e quindi, nel caso gli Stati Uniti dovessero ritirarsi dall’Iraq, credo che perderebbe qualsiasi legittimità.
Il problema è quello dei rapporti tra sciiti, sunniti e curdi, anche se i curdi possono essere considerati a parte. All’interno di quello che ripeto è per me l’ex Iraq, si sono scatenate delle rivalità interne che hanno assunto delle forme religiose, sunniti contro sciiti, ma che in realtà sono politiche, che hanno alle spalle una lunga storia di rivendicazione da parte degli sciiti, la questione della superiorità sunnita e del governo autocratico di Saddam.
Quale possa essere l’evoluzione democratica di questo Paese alla luce di queste rivalità, di queste rinnovate ostilità, è difficile da prevedere. Certamente gli sciiti cercheranno di gravitare nell’orbita di Tehran e i sunniti di recuperare il terreno perduto. Qui però non c’entra tanto la religione, non è tanto l’Islam che deve determinarsi come democratico o meno, il problema è che le rivalità interne devono trovare una composizione in un quadro in cui l’ex  popolo iracheno deve avere una sua voce in capitolo e questo potrà accadere soltanto quando il Paese sarà libero, cioè soltanto quando si saranno ritirate le truppe straniere.
L’altro problema che resta aperto è quello della presenza di Al Qaeda. Certamente Al Qaeda, che si è ramificata dopo l’invasione americana, non prima, sarà una variabile importante da tenere presente, ma anche qui non credo che Al Qaeda possa essere considerato un fattore tanto religioso, quanto un fattore di destabilizzazione a lungo raggio.

(*) Trattasi del testo dell’intervento audio, fedelmente riportato e non redatto dall’autore

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