Conversazione con Michelle Nouri, autrice de "La ragazza di Baghdad", Rizzoli,
di Francesco De Leo.
in libreria, recensioni ed interviste
audio durata:00.10.54 9 marzo 2007
Michelle Nouri, di madre cattolica cecoslovacca e padre musulmano iracheno, nasce a Praga e vive a Baghdad fino al 1988. <La ragazza di Baghdad>, in libreria per i tipi di RCS libri, è il diario dei suoi primi diciotto anni di vita. Nouri vive oggi in Italia dal 1991, è giornalista, collabora con varie testate giornalistiche e televisive e cura il blog www.michellenouri.com. Il Vicino Oriente ha conversato con lei.
<Pregò in silenzio chiedendo al suo dio di fare di me una donna forte, capace di fondere le due anime che avevo ereditato, di far convivere in sé Oriente e Occidente.>*
A mio avviso manca in Oriente ed Occidente una vera conoscenza delle peculiarità delle rispettive culture. Cosa c’è di prezioso nella cultura orientale che noi occidentali faremmo bene a conoscere e cosa manca di ‘occidentale’ in Oriente?
“Sono d’accordo con te che manca questa reciproca conoscenza, sia da una parte che dall’altra. Anche nelle piccole cose, nella vita quotidiana, che sono fondamentali. Io dalla cultura orientale ho preso appunto questa grande protezione verso la famiglia, il fatto di stare sempre tutti insieme…poi ti dà anche un senso di autoregolamentazione, nel senso che ha comunque delle regole a cui tu ti devi attenere, quindi una certa disciplina. Per quanto riguarda invece la libertà individuale, quella viene un pò a mancare, mentre in Occidente e molto più diffusa. Sono tantissime cose che sono diverse dall’Italia ad esempio, a partire dal cibo, dall’approccio magari di una ragazza, il corteggiamento di un uomo è molto più laborioso, e anche i matrimoni lo sono...il Corano mi ha insegnato cose che poi fanno parte anche della religione cattolica”.
<Dani, tu credi che Allah e il vostro Dio siano la stessa persona?>
Khaled Fuad Allam, grande esperto di Medio Oriente e collaboratore del ‘Vicino Oriente’, ha più volte detto che i problemi della distanza tra Medio Oriente e democrazia non sono nella religione e i suoi principi, ma nella struttura clanica e tribale della maggior parte delle società del mondo arabo. Concorda?
“Sono assolutamente d’accordo, il fatto religioso non c’entra assolutamente niente. Nel caso dei miei genitori si sono lasciati non per motivi religiosi, ma per motivi culturali. Poi che la religione venga usata per altri scopi questo è un altro discorso. C’è proprio uno stile di vita che è diverso. La democrazia può essere interpretata diversamente da come viene interpretata in Occidente. Penso che il problema principale di tutti questi conflitti è proprio la sovrapposizione forse di un’altra cultura opposta a quella dei paesi arabi, in questo caso dell’Iraq”.
<Forse anche la mia Baghdad risorgerà dalle sue ceneri e sarà ancora un meraviglioso fiore nel deserto, il punto d’incontro di tutte le culture, mille voci e visi diversi che animano le strade col loro incessante mescolarsi; com’è stato per secoli e come deve tornare ad essere.>
È notizia di questi giorni che le truppe americane ed irachene stanno per penetrare a Sadr City, quartiere sciita di Baghdad. Che ricordo hai dei rapporti con gli sciiti, qualcuno parla di una certa responsabilità occidentale nell’inasprirsi dei rapporti tra le comunità musulmane?
“Ma assolutamente…non c’è mai stata divisione tra sciiti e sanniti, anzi erano considerati fratelli fra di loro. Queste divisioni sono accadute ora. Nessun tipo di divisione, né religiosa, né culturale, anche perché in Iraq non c’erano solo sciiti e sunniti, ma anche cristiani, ebrei, che hanno sempre convissuto in maniera pacifica tra di loro. Riguardo a quanto dice lei, che il problema sarebbe causato anche da un’intromissione dell’Occidente potrebbe essere vero. Quando ero io in Iraq, negli anni ’80, queste cose non si sono mai viste”.
<Questa città è il centro di tutto, la perla più rara di tutto il Medioriente. È una città eterna e nulla potrà mai distruggere la sua magia e il suo potere. Vedi questi palazzi, i minareti? Saranno sempre qui, anche molti secoli dopo di noi. Baghdad non morirà mai.>
Al di là dell’opinione sul regime di Saddam Hussein, esiste un attaccamento fortissimo degli iracheni alla loro patria, sentimento comune a tante altre popolazioni del Medio Oriente?
“Beh sicuramente gli iracheni sono molto fieri di essere iracheni e soprattutto sono molto orgogliosi e nazionalisti. Il loro Paese e la loro patria viene prima di tutto, sono disposti a morire per il loro Paese. Questo è un dato di fatto. Io quando ho visto le immagini nel 2003 dell’Iraq, per me è stato come se mi stessero strappando un pezzo di carne, nel senso che mi sono sentita toccata in prima persona. Nello stesso tempo mi sentivo anche impotente, perché ero qui e non potevo quindi fare nulla. Questo mi faceva ancora più male”.
<Se solo avessi saputo, quel pomeriggio, che avrei visto coi miei occhi tutto quello splendore trasformarsi in polvere, macerie e dolore, avrei impregnato i miei occhi e la mia anima della sua immagine, per non dimenticarla mai più.>
Dal tuo libro emerge un senso di tragicità per la distruzione ‘fisica’ di Baghdad, che per chi non ha vissuto la guerra è forse un sentimento non comprensibile. Siamo coinvolti dalle vittime civili, difficilmente dalla distruzione di quanto chiamiamo ‘città’. Cosa ti manca di Baghdad?
“A me di Baghdad manca tutto. Manca l’atmosfera, manca il profumo che c’era nell’aria, mi mancano le passeggiate, mi manca il verde, i laghetti, la quiete, ma anche la vita di tutti i giorni, i divertimenti. Io quando ho visto le immagini ho visto moltissime persone messe veramente in ginocchio, nel senso che ho percepito questa disillusione…assenza di mete, di obiettivi, persone che camminavano ma senza anima...ecco. Poi ho notato anche molte donne velate e prima non se ne vedevano tante a Baghdad. Insomma tutto era cambiato e quando ho visto le immagini della città che si era trasformata in un modo veramente pazzesco, questo mi ha ferito ancora di più. Perché Baghdad era una città viva, moderna, brillante, dove la gente stava bene…dove insomma c’era tutto”.
<Alle pareti c’erano grandi ritratti del Raiss in uniforme. In quei dipinti sembrava quasi un dio, anche se ora stava seduto a pochi metri da noi.>
Che ricordi conservi dell’opinione che c’era nella tua famiglia e tra i tuoi amici della famiglia Hussein, al potere in quelli anni in Iraq?
“Nessun rapporto. Perché in casa non si parlava mai di politica, nemmeno a casa delle mie zie, né tanto meno ho mai sentito parlarne dal mio papà quando si trovava tra gli amici. Nessuno voleva parlare di politica, non era l’argomento più importante, non c’era neanche motivo di parlarne, tranne quando poi ovviamente, negli ultimi anni, cominciavano a cadere i missili verso Baghdad…allora sì. Però la politica non era l’argomento preferito dagli iracheni”.
<La famiglia le era sembrata un grande clan unito e rumoroso e questo l’affascinava. Il suo più grande desiderio, ora, era quello di entrare a farne parte, di essere considerata una di loro. Si chiedeva se ci sarebbe mai riuscita.>
Cosa puoi dirci del rapporto degli iracheni con ‘lo straniero’, oggi figura centrale nella ricostruzione del Paese?
“Guarda quando c’ero io in Iraq, c’erano tantissimi stranieri che venivano a lavorare proprio in Iraq. C’erano persone di tutte le nazionalità, perché l’Iraq era comunque una terra ricca e quindi era popolata da industrie, da aziende. Era pieno di americani, di inglesi, di giapponesi, di tedeschi. Però nello stesso tempo Saddam insegnava al popolo iracheno che qualunque cosa sia imposta da fuori, quindi considerata comunque straniera, non era ben accetta. Quindi le persone sono cresciute con questa ideologia e quindi normale che ora se si trovano alcune persone che non sono irachene e che sono lì, oltretutto che vogliono anche dettare le regole agli iracheni, questa cosa non viene ben vista. Insomma, la vedono come una sovrapposizione di un altro paese”.
<”Ragazze è cominciata la guerra”. Disse solo quella frase, poi, dopo un’altra pausa, in silenzio rimise in moto e ripartimmo.>
La lunga e dura guerra con l’Iran, tranne che nel racconto di alcuni episodi drammatici, resta un pò in secondo piano tra gli eventi della tua vita che racconti nel libro, come mai?
“Quando è cominciata la guerra con l’Iran, nell’’80, la vita andava avanti. Saddam riusciva a far diventare la guerra una cosa normale con cui gli iracheni hanno sempre convissuto, incurandosi dei missili. È chiaro che se ti arriva un missile vicino casa te ne accorgi, ma anche quando senti il boato del missile è terribile. La cosa peggiore era proprio sentire il fischiettio del missile, sentivi che arrivava da lontano e poi si schiantava da qualche parte. Però lui usava questa propaganda contro l’Iran, perché faceva vedere i morti in televisione tra i soldati iraniani, per dire ‘guardate quanti ne abbiamo ammazzati. Quindi tutti i giorni c’erano delle immagini in televisione, immagini prese dal fronte, dove si vedevano tutti gli iraniani dilaniati. Tutto ciò per rafforzare l’Iraq, questo era il senso”.
<Da quello che sapevo con quella formula – la parola “tallaq”, cioè divorzio, ripetuta tre volte – si sancivano le separazioni, ma papà non poteva farlo così: servivano dei testimoni,un’autorità.>
Nelle pagine in cui descrivi le sofferenze di tua madre nel rapporto coniugale con tuo padre, emerge quella differenza nei diritti tra i sessi ancora presente in Medio Oriente. Cosa è ancora da fare per una più completa emancipazione femminile in quell’area?
“Per quanto riguarda i diritti in caso di divorzio, c’entrano si i diritti in se stessi, però c’entra anche molto la famiglia della donna che si sta separando. Nel caso di mia mamma non aveva comunque nessuno e di conseguenza il mio papà si è sentito un pò autorizzato, sposandosi con un'altra donna in modo illegale, questo proprio per la mancanza della famiglia di mia mamma, che altrimenti si sarebbe opposta a questo. Quindi dipende da famiglia a famiglia. Io credo che invece le donne in Medio Oriente dovrebbero avere più potere decisionale in politica, perché se loro avranno più potere decisionale in politica faranno di tutto per tutelare comunque i diritti delle donne. Però fino ad oggi la presenza femminile è molto scarsa e di conseguenza molto difficile controllare tutto ciò che riguarda il mondo femminile”.
- (*) Le frasi in corsivo che precedono le domande a Michelle Nouri sono tratte dal suo libro: <La ragazza di Baghdad>, Rizzoli, 2006.



