Pensieri politici e teologici in Iraq.

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Riflessione di Gwen Griffith-Dickson: Pensieri politici e teologici in Iraq. London, febbraio 2007
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Riflessione di Gwen Griffith-Dickson: Political and theological thoughts in Iraq. London, febbraio 2007
In un momento in cui le potenze occidentali stanno a torcersi le mani per trovare il modo migliore di promuovere la “democrazia” in Iraq, Gwen Griffith-Dickson, Director della The Lokahi Foundation, ricorda alcuni dei pensieri politici teologici sviluppatisi in Iraq negli ultimi decenni.
Pensieri politici e teologici in Iraq.
In un momento in cui le potenze occidentali stanno a torcersi le mani per trovare il modo migliore di promuovere la “democrazia” in Iraq, è bene ricordare alcuni dei pensieri politici teologici sviluppatisi in Iraq negli ultimi decenni. L’iraniano Ayatollah Khomeini, che si rifugiò per un periodo di tempo in Iraq, ravvivò la teoria del wilayat-al faqih, il governo della nazione da parte dei dotti religiosi. La sua visione contrastava con quella dell’Ayatollah iraniano Allama Tabatabai, secondo il quale potevano avere una tale autorità solo i 12 Imam originali dell’Islam sciita, e non i leader religiosi contemporanei. In Iraq, furono sviluppate diverse teorie politiche nella seconda parte del ventesimo secolo. Una fu sviluppata dall’Ayatollah Muhammed Baqir al Sadr, ucciso insieme a sua sorella da Saddam Hussein. Ironicamente l’Ayatollah al Ṣadr ha un legame di parentela con l’attuale leader miliziano Moqtada al Ṣadr. Invece del wilayat al faqih, il governo dei dotti, auspicava il wilayat al ummah, il governo del popolo. Sosteneva che in uno stato islamico un governo deriva la sua legittimità dalla gente. Un sistema democratico in cui la gente elegge i propri rappresentanti è islamicamente valido. L’Ayatollah Shirazi, studioso iracheno di Najaf, propose teorie simili di governo islamico. Proclamò che gli insegnamenti islamici consistono di “pace in ogni frangente, di non violenza, di libertà di espressione e di religione, di pluralismo nei partiti religiosi e di una forma consultativa di governo”. Queste opinioni lo resero sgradito sia nell’Iraq di Saddam, sia in Iran: il Capo dello Stato non può rimanere al potere senza l’approvazione del popolo; il suo mandato deve essere ampiamente consultativo e la sua carica termina se perde la credibilità del popolo. Uno stato islamico - scrisse - deve adottare il più possible un politica di pace; la Guerra di autodifesa è possible solo come ultima ratio. Un governo islamico deve fare tutto il possible per arrestare la corsa agli armamenti; era molto critico verso l'industria delle armi e i suoi incredibili profitti. Il risultato – disse – è che l’umanità resta intrappolata tra l’incubo della guerra e l’incubo della povertà. Entrambi questi Ayatollah iracheni pernsavano a concetti di democrazia e diritti umani dal punto di vista della legge islamica. Entrambi morirono in circostanze discutibili.
Sarebbe molto interessante vedere fiorire nell’Iraq di oggi questi pensieri indigeni sulla democrazia. L’attenzione dell’Occidente si è fermata su persone, fazioni, partiti, paesi circostanti e sugli accordi che si possono trovare per risolvere i problemi dell’Iraq con mezzi diplomatici o militari. Ma le soluzioni al caos e alle sofferenze iracheni non possono giungere solo attraverso trattati e accordi, ma devono passare anche da idee ed ideologie fruttuose e positive. Il popolo iracheno merita un nostro sostegno non minore nel cercare di recuperare la ricchezza del pensiero, delle idee, delle teorie che i suoi pensatori hanno sviluppato storicamente; ma che in Iraq devono essere quasi impossibili da affermare, in un quadro di insicurezza e di sofferenza spaventose. La distruzione della vita intellettuale a lungo termine può essere nefasta quanto le distruzioni materiali e istituzionali. Le idee e il pensiero di una società fanno anch’essi parte dell’infrastruttura, del capitale e delle risorse naturali di un popolo.
Political and theological thoughts in Iraq.
At a time when Western powers are wringing their hands over how best to foster ‘democracy’ in Iraq, it is worth recalling some of the theological political thinking that has been done in Iraq in recent decades. Ayatollah Khomeini of Iran, who took shelter in Iraq for a period of time, revived the theory of wilayat-al faqih, which is the governance of a nation by religious scholars. This was in contrast to other views, such as that of the Iranian Ayatollah Allama Tabatabai, that the holder of such authority could only apply to the original 12 Imams of Shi‘a Islam, not contemporary religious leaders. In Iraq, however, different political theories were developed in the latter twentieth century. One was developed by Ayatollah Muhammed Baqir al Sadr, who was murdered along with his sister by Saddam Hussein. Ironically Ayatollah al Ṣadr is a relation of the contemporary militia leader Moqtada al Ṣadr. Instead of wilayat al faqih, governance by a jurist, he advocated wilayat al ummah, governance by the people. He maintained that a government in an Islamic state derives its legitimacy from the people. A democratic system in which the people elect their representatives is Islamically valid. Ayatollah Shirazi, an Iraqi scholar from Najaf, put forward similar theories of Islamic government. He promulgated arguments that Islam’s teachings consist in ‘peace in every aspect, non-violence, freedom of expression and religion, pluralism in religious parties, and a consultative form of government’. Such views made him unpopular both in Saddam’s Iraq and in Iran: The Head of State may not remain in power without the approval of the people; he must consult widely, indeed, his term of office expires if he loses the credibility of the people. An Islamic state, he writes, must adopt a policy of peace as much as possible; war in self-defence is only possible as a last resort. An Islamic government must do all it can to halt arms races, and he was severely critical of the armaments industry and its incredible profits. The result, he said, was that humanity was trapped between the nightmare of war and the nightmare of poverty.
Both these Iraqi Ayatollahs were thinking through concepts of democracy and human rights from the standpoint of Islamic law. Both died in questionable circumstances. It would be very interesting to see such indigenous thinking on democracy flourish in the Iraq of today. The attention of the West has been on individuals, factions, parties, the surrounding nations and what deals can be struck to solve Iraq’s problems, whether by diplomatic or military means. But the solutions to Iraq’s chaos and suffering may not only come through treaties and agreements and deals, but also through ideas and fruitful, positive ideologies. The Iraqi people deserve our support no less in recovering the richness of thought, ideas, theories that their thinkers have historically developed; but which must be nearly impossible for them today in the midst of appalling insecurity and suffering. The destruction of intellectual life in the long term can be as damaging as the destruction of property and institutions. The ideas and thinking of a society are also the infrastructure, the capital and the natural resources of a people.



