« La conferenza regionale in Iraq, di Riccardo Redaelli. | Principale | il vicino oriente, trasmissione n. 6 »

L'opinione di Vittorio Emanuele Parsi sull’ attivismo diplomatico dell’Iran.

il punto

Salva_mp3audio durata:00.04.25 9 marzo 2007

*

Grande attivismo da parte dell’Iran sulla scena diplomatica internazionale in queste settimane. La cosa non stupisce, d’altronde, visto che la primavera si rivela cruciale per una serie di scenari che vedono coinvolta in maniera più o meno diretta Teheran. E altrettanto cruciale si rivelerà la capacità di intrecciare le possibili soluzioni per Libano, Iraq, Afghanistan e questione nucleare. Teheran sta giocando una difficilissima partita a tutto campo, dalla quale potrebbe ricavare il tanto agognato status di potenza regionale o ritrovarsi invischiata in un conflitto con gli Stati Uniti e forse Israele.

Si spiega così il viaggio del presidente iraniano Ahmadinejad a Ryad, capitale di quell’Arabia Saudita che è stata, fin dall’avvento del regime clericale di Komeyni, il vero regista e finanziatore del fronte arabo antiiraniano. Proprio negli ultimi mesi, il regime saudita aveva dimostrato di essere disposto a sfidare l’Iran, tanto in Libano quanto in Iraq, pur di non rinunciare alla propria influenza nella regione mediorientale. Da un lato, e più tradizionalmente, erano state rinnovate le rassicurazioni al premier libanese Sinyora sul fatto che i generosi finanziamenti sauditi al martoriato Paese dei Cedri sarebbero continuati. In termini politici, poi, chiari erano stati gli ammonimenti lanciati ad Hezbollah (il partito-milizia degli sciiti libanesi, alleato di ferro dell’Iran) circa il fatto che l’Arabia Saudita era pronta a buttare sul piatto della bilancia tutto il suo enorme peso finanziario per impedire il tracollo dell’alleanza che sostiene il governo legittimo del Libano. Dall’altro lato, e questo rappresenta una considerevole novità, Ryad aveva esplicitamente dichiarato che, a fronte degli scontri settari tra sciiti e sunniti in Iraq, e dei massacri di questi ultimi perpetrati nella sostanziale indifferenza delle forze di sicurezza del nuovo Iraq, l’Arabia Saudita avrebbe cominciato a fornire armi ai propri correligionari. Un atteggiamento “spregiudicato”, quello saudita che si andava a sommare all’azione di regia e sostegno che i sauditi stanno da sempre conducendo per isolare l’Iran rispetto alle sue pretese nucleari.

E’ l’audacia la sola carta che resta da giocare ai deboli, se vogliono cercare di interrompere la quieta dinamica del loro declino. Bene l’hanno capito i governanti sauditi, che d’altronde della sopravvivenza in croniche condizioni di debolezza hanno dovuto farne una vera e propria arte. Con questa audacia dei deboli deve fare i conti l’Iran che, viceversa, è al momento uno dei giocatori “forti” nella regione. La sua azione è considerata da tutti, anche da Washington, cruciale per qualunque speranza di riformulare le crisi irachena, afgana e libanese. E’ soprattutto sulla prima che si concentrano le attenzioni americane, dato il disastro della situazione in Iraq. Se l’Iran è il solo attore che potrebbe esercitare un’influenza moderatrice tanto sugli sciiti al governo tanto tra quelli che seguono al Sadr, va anche detto che questo sua funzione acquista un peso doppio, e politicamente rilevantissimo, in uno scenario di accordo tacito con i Sauditi. Non è infatti per nulla scontato che il coinvolgimento iraniano nella soluzione dell’intricato pasticcio iracheno sarebbe davvero utile, senza la riduzione degli scontri settari nel Paese. E qui il ruolo saudita, come detto, è pesantissimo. Sia pur in maniera diversa, anche per quanto riguarda Libano e Afghanistan, solo sullo sfondo di un compromesso con i Paesi arabi e sunniti della regione, l’Iran potrebbe vedere riconosciuto il suo “diritto” a ottenere configurazioni di forza nella regione non ostili ai suoi interessi.

Tehran cerca così di capitalizzare il suo buon momento nel gioco politico-strategico, nella speranza che questo rinforzi anche le sue chance di proseguire in maggiore sicurezza nel contestato progetto nucleare. Questo è il solo elemento che potrebbe far crollare l’abile strategia diplomatica di Teheran. Fin tanto che le minacce di Ahmadinejad su Gerusalemme continuano con la solita maniacale ossessione, la probabilità che all’Iran venga concesso il diritto di arricchire l’uranio (a qualunque scopo) sono inesistenti. E’ vero, come abbiamo scritto altre volte, che l’odio verso Israele è il solo collante ideologico del Medio Oriente in grado di consegnare all’Iran la “bandiera” adeguata per lanciare la propria sfida egemonica regionale. Ma se Teheran si accontentasse di una piena legittimazione della sua presenza nell’area in una sorta di riedizione mediorientale del “concerto delle potenze europee”, allora le cose potrebbero cambiare. Che prospettive ci sono per questo genere di sviluppi? E’ ancora presto per dirlo. Poche, se dobbiamo dar retta alla retorica “rivoluzionaria” (rispetto al sistema politico internazionale) esibita da Ahmadinejad all’Assemblea Generale dell’ONU, solo qualche mese fa. Qualcuna di più, forse, se guardiamo alle vicende politiche interne al regime e se andiamo con la memoria a quanto avvenne nel caso del precedente cinese: l’ultimo grande contestatore del sistema, divenuto uno dei suoi principali sostenitori dopo che ne era stato cooptato. E’ una traccia esile, per ora. Ma stiamo a vedere. Non abbiamo nulla da perdere.

(*) Trattasi del testo dell’intervento audio, fedelmente riportato e non redatto dall’autore

Ultimi articoli

Audio Player

Updates via email

  • Inserisci il tuo indirizzo email
    per ricevere gli aggiornamenti
    di questo sito:

    Enter your email address

cerca nel sito

  • Google
    ricerca nel sito
    ricerca nel Web

eventi

RadioRadicale.it

licenza d'uso

  • Creative Commons License
    Eccetto dove diversamente specificato, i contenuti di questo sito sono rilasciati sotto Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 3.0