the voice of america, gli states e il grande medio oriente
audio durata:00.04.19 9 febbraio 2007
Alle radici di un’amicizia
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C’è un grande dibattito in corso nel Partito Democratico americano. In vista delle elezioni presidenziali e della probabile conquista della Casa Bianca, i Democrats si rivolgono al Medio Oriente in maniera problematica, tentando di risolvere qualche impasse interna, a metà strada tra la coscienza e la Realpolitik.
In particolare, molto ci sarà da dibattere rispetto al rapporto con Israele. Nulla metterà in discussione la relazione privilegiata tra Washington e Tel Aviv, questo è ovvio. Ma per un Partito che già guida il Congresso, che ambisce a guidare il Paese dallo Studio Ovale e che ha un’altra idea del Medio Oriente rispetto a Bush, i conti con la relazione privilegiata con Israele vanno fatti subito.
E ad alimentare il dibattito arriva anche una approfondita ricostruzione storica della politica mediorientale del padre fondatore dei New Democrats, John Fitzgerald Kennedy. Un libro appena uscito negli USA e riviste prestigiose aprono un filone di ricerca storica proprio sulla politica mediorientale di Kennedy, ed in particolare sulla nascita dell’amicizia tra Washington e lo Stato ebraico.
Molti storici, fino ad oggi, hanno posizionato il periodo kennedyano come una parentesi di passaggio tra la Crisi di Suez e la Guerra dei Sei Giorni, tra l’impassibilità marziale di Ike Eisenhower e il calore texano di Lyndon Johnson.
Nel mezzo c’è tutt’altro che un buco nero: c’è la nascita di una relazione speciale, quella tra Stati Uniti ed Israele, che oggi viene quasi percepita come scontata sullo scenario internazionale.
Le relazioni tra Eisenhower e Ben Gurion erano molto poco cordiali ed Israele veniva percepito a Washington come un elemento di destabilizzazione dello scacchiere mediorientale, area in cui gli USA erano concentrati soprattutto a mantenere una relazione petrolifera privilegiata con le monarchie del Golfo e della penisola arabica. Eisenhower aveva espresso il suo disappunto per il ruolo israeliano nella crisi di Suez e per aver coinvolto Francia e Inghilterra nel conflitto.
Kennedy rilanciò invece il “Frontierismo” in quell’area del mondo: porte aperte e disponibilità verso tutti gli interlocutori mediorientali, pur di evitare uno slittamento di influenza verso l’Unione Sovietica.
Nasser fu incapace, legato com’era da resistenze interne, di approfittare del nuovo corso. Ben Gurion ne fece invece il suo punto di forza, superando le molte opposizioni. Chaim Weizmann, primo Presidente dello Stato ebraico, spingeva perché il movimento sionista guardasse al Regno Unito; il partito laburista Mapam si rivolgeva piuttosto alla Francia ed al suo possibile ruolo in Medio Oriente. Per Ben Gurion, l’America era un’aspirazione, la Francia una consolazione.
Ben Gurion capì che la disponibilità dimostrata da Kennedy poteva essere la chiave per un’amicizia di rendita strategica duratura e fruttuosa. Kennedy è stato il primo a decidere la fine dell’embargo sugli armamenti a Tel Aviv. Dopo la sua Presidenza, Washington si trovò a decidere quali armamenti trasferire a Israele, non se trasferirli.
Il primo atto fu la vendita, nel 1962, di missili americani Hawk a Tel Aviv. Il Segretario alla Difesa, McNamara, spiegò al Congresso che si trattava di una mossa strategica fondamentale per evitare un eccessivo squilibrio tattico rispetto ai vicini arabi.
Le fondamenta di una tale amicizia, però, risiedono anche nella lungimiranza politica israeliana. Il governo di Tel Aviv si dimostrò parecchio flessibile di fronte alla richiesta di Kennedy di inviare ispettori alla centrale di Dimona, nel deserto del Negev, dove la CIA sospettava fossero condotti i primi esperimenti di arricchimento di materiale fissile per la bomba atomica. L’amicizia con gli USA era recentissima, e Tel Aviv avrebbe potuto chiudere le porte ad una invasione di sovranità. Così non fu e la fiducia reciproca crebbe.
In sintesi, questo dibattito porterà nei democratici USA almeno due novità: la prima è che la relazione tra USA ed Israele non è da considerarsi come un dato scontato nello scenario globale. Essa ha una storia politica fatta di congiunture ed atteggiamenti, che avrebbero potuto anche determinare un corso differente degli eventi.
Il secondo dato rilevante è che la politica di Kennedy non fu unilaterale. Egli applicò il Frontierismo al Medio Oriente lanciando una politica Arabo-israeliana, di apertura ad ogni possibile amico.
Gli Stati Uniti, a quel tempo, dovevano mantenere in piedi un mosaico di interessi strategici complesso: tenere aperto il Canale di Suez, evitare qualsiasi interruzione dell’approvvigionamento di petrolio verso l’Europa, tenere basso il livello di tensione tra Tel Aviv e i vicini arabi in modo da non favorire la penetrazione di Mosca nell’area, scoraggiare la proliferazione missilistica.
Questi erano i veri obiettivi di politica estera di Washington. Israele e il suo establishment politico si dimostrarono attenti ed utili rispetto a queste esigenze. Kennedy lo capì e inaugurò una stagione di rapporti sempre più solidi con lo Stato ebraico.
(*) Trattasi del testo dell’intervento audio, fedelmente riportato e non redatto dall’autore

