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Conversazione con Tiziana Ferrario, autrice de "Il vento di Kabul", Baldini Castoldi Dalai, di Francesco De Leo.

Tiziana Ferrario in libreria, recensioni ed interviste

Salva_mp3audio durata:00.13.00 23 febbraio 2007

Tiziana Ferrario, volto noto del giornalismo televisivo, conduttrice del TG1 ed autrice di importanti reportage, è autrice del libro “Il vento di Kabul”, in libreria per i tipi della Baldini Castoldi Dalai. Si è occupata a lungo di Afghanistan e questo libro ne rappresenta la sua vivace testimonianza.
Il Vicino Oriente ha conversato con lei.

Il vento di kabul L’Afghanistan è stato, ed è tuttora, il principale banco di prova di quanto la Conferenza di Bonn del 2001 ratificò alla presenza di un’ ampia coalizione di paesi contro il terrorismo: il progetto dell’Amministrazione Bush per l’esportazione della democrazia. Qual è lo stato dell’arte nell’applicazione di quell’idea che avrebbe dovuto rappresentare un poderoso argine contro il terrorismo? Dove a suo avviso sono stati raggiunti gli obiettivi prefissati e dove c’è ancora da lavorare?
“Diciamo che le cose sono andate rapidamente, forse anche troppo rapidamente, per quanto riguarda la costruzione delle istituzioni. Qui in Afghanistan sono state fatte le elezioni, è stata fatta una Costituzione, è stato eletto un Parlamento, sono stati dati diritti alle donne sulla carta…per cui tutto questo è venuto speditamente. Verso la fine del 2005 il processo di Bonn si è concluso. Quello che a me sembra sia andato molto lentamente è poi il miglioramento delle condizioni di vita degli afghani. Oggi la vita per loro è sicuramente migliore rispetto a quando c’era la guerra, a quando c’era il regime dei Talebani –l’Afghanistan era un paese isolato dal mondo- però oggi è ancora molto, molto dura vivere in un Paese come l’Afghanistan. Solo i più fortunati hanno un lavoro, è vero che le scuole hanno riaperto, però ancora il 60% delle bambine non va a scuola, i Talebani sono tornati più forti rispetto al 2001 e quindi è una situazione molto delicata”.

Nei suoi reportage nelle zone di crisi del pianeta si è occupata da sempre di Afghanistan. Il suo primo viaggio risale al 2000, in cui era in auge il terribile regime dei Taleban. Sembravano sconfitti, oggi invece siamo alla vigilia forse della più cruenta resa dei conti tra le truppe Nato e le loro milizie. Vorrei chiederle di soffermarsi su di loro, di raccontarci qualche testimonianza, il suo ricordo, qualche storia che li riguarda.
“Io ricordo Kabul nel 2000 come una città silenziosa e semideserta, milioni di afghani erano scappati e quindi era una città dove solo i più deboli e chi non se ne poteva andare era costretto a restare. Era pieno di donne vedove con tanti bambini e quindi era una città dove non c’erano macchine, c’era l’embargo sull’Afghanistan e quindi i bambini morivano di freddo, di fame, era una condizione veramente disperata. Quando il regime dei Talebani è caduto, io ho visto la gente tornare a casa piena di speranza. Sono tornati a casa quattro milioni e mezzo di afghani, avevano vissuto nei campi profughi, in Pakistan, in Iran, ma qualcuno era anche andato molto più lontano ed aveva avuto anche la possibilità di studiare. Quindi c’era davvero nel 2002 una gran voglia di ricominciare, con i Talebani molto deboli che avevano cercato rifugio in quelle aree tribali, al confine con il Pakistan dove tuttora hanno trovato ospitalità e si nascondono per ricominciare da lì la loro riconquista di parte delle province del sud. Io penso che oggi sicuramente ci aspettano altri combattimenti, i Talebani hanno annunciato un’offensiva di primavera durissima, hanno detto di avere centinaia di giovani kamikaze pronti ad entrare nelle città afghane e farsi esplodere. La Nato, a sua volta, ha detto: faremo anche noi un’offensiva, perché bisogna arrivare a riprendere il controllo del territorio. Quindi avremo davanti delle settimane ancora molto difficili, con ancora tanti morti. L’anno che è passato è stato il più sanguinoso dal 2001, ci sono stati 4000 morti, soprattutto civili, perché poi nei combattimenti che ci sono, nei bombardamenti, muoiono sì i guerriglieri, ma muoiono anche tante persone che non c’entrano niente. Quindi penso che sia un momento molto complicato che non so se sarà una resa dei conti, però sicuramente molti paesi che hanno i loro soldati in Afghanistan dovranno affrontare delle scelte complicate e tra questi ci siamo anche noi”.

Vorrei chiederle che idea si è fatta su due grandi ostacoli sulla strada della pacificazione in Afghanistan. Quanto il fattore droga e quello della presenza e della forza dei signori della guerra  pesano sulla sicurezza del Paese?
“Io credo che l’Afghanistan sia un Paese con dei vicini molto scomodi. Lo sappiamo tutti che Karzay non perde occasione di accusare il Pakistan di supportare i Talebani, del resto li aveva anche fatti nascere e sostenuti nell’ascesa al potere in Afghanistan, dopo la guerra civile che c’era stata tra i mujaheddin. Gli stessi rapporti tra l’Iran e gli Stati Uniti non consentono di avere una presenza americana in Afghanistan lungo le frontiere con l’Iran e quindi l’Afghanistan è un Paese che si trova comunque ad essere il centro di altri interessi e sicuramente la sua posizione geografica influisce su questa instabilità. Ma influisce sicuramente la presenza della coltivazione della droga. Finché continuerà ad esserci l’oppio -ed i raccolti sono andati via via aumentando dal 2001 ad oggi, l’ultimo anno è stato un anno record per la raccolta dell’oppio- io credo che difficilmente si raggiungerà la stabilità e la pace, perché i proventi che da l’oppio sono enormi. Niente può sostituire un’economia come quella afghana basata sulla ricchezza prodotta dalla droga e quindi solo nell’instabilità si può continuare a coltivare l’oppio e l’instabilità consente anche l’illegalità. Ecco perché serve un grande impegno della comunità internazionale perché si tenti davvero di fare una ricostruzione del Paese, ma nello stesso tempo anche di fare seriamente una lotta alla droga. Finora tutto questo non è avvenuto e credo sia uno dei principali ostacoli al rilancio anche del processo di pace in quel Paese”.

Come un po’ in tutto il Medio Oriente, anche in Afghanistan la donna è protagonista in positivo ed in negativo dell’emancipazione del suo popolo. Oggi diverse figure femminili occupano posti di rilievo nella realtà politica e sociale dell’Afghanistan. Vuole parlarci di loro?
“Di recente proprio a Roma è arrivata una delegazione di donne afghane ed ha partecipato ad una tavola rotonda proprio sulla democrazia e sui diritti delle donne. Io le guardavo e in effetti, dentro di me, pensavo: tutto questo nel periodo dei Talebani sarebbe stato davvero impensabile. C’era una donna che è l’unica governatore donna di tutto l’Afghanistan, che si chiama Habiba Sorabi e viene da Bamiyan, la valle dei Buddha distrutti dai Talebani. C’era un imprenditrice che ha aperto a Kabul una società immobiliare, c’è un boom di costruzioni incredibile nella capitale afghana. Poi c’era un’altra donna che è la Vice Presidente della Camera del Parlamento afghano. Erano tutte donne che rappresentavano ognuna un settore, nel quale fino a pochi anni fa non c’erano assolutamente donne, anche se bisogna dire che queste sono donne che rappresentano una elite. La maggior parte delle donne afghane ancora è costretta a vivere dentro casa, le scuole femminili hanno riaperto, ma in certe province del sud vengono bruciate dai Talebani, perché non tutti sono d’accordo sul fatto che le donne siano tornate a scuola ed abbiano un’istruzione. Molte donne ancora sono costrette a subire matrimoni combinati, c’è un limite d’età per sposarsi anche in Afghanistan –sedici anni- però in realtà vengono date come spose già da bambine e magari a uomini molto anziani. C’è ancora un alta percentuale di suicidi delle donne, spesso in modo pesante, ci si da fuoco per ammazzarsi, che è un modo atroce, se ci pensiamo, per togliersi la vita. Questo continua ad  avvenire nella provincia di Herat e anche nella stessa Kabul, dove una volta questi suicidi neanche esistevano e invece sono aumentati anche lì. Quindi ancora tante donne non riescono a vedere una prospettiva per la loro vita e scelgono di rinunciare a vivere. Altre invece stanno sfidando i continui pregiudizi, e le continue tradizioni culturali di un Paese profondamente conservatore, rischiando anche la vita… e ci provano. Diciamo che la vita è ancora molto complicata per le donne in Afghanistan e questa parità di diritti che hanno raggiunto, appunto sulla carta stabilita dalla Costituzione, è così una parità non davvero pienamente raggiunta. Serve molto tempo, perché bisogna cambiare la mentalità della gente e per cambiare le tradizioni, i costumi, la mentalità non bastano cinque anni”.   

Per secoli sino ai giorni nostri, il territorio afghano è stato martoriato da eserciti stranieri che tentavano di conquistarlo. Poco a mio avviso è conosciuto dell’identità afghana, della cultura, del carattere, dei sogni di quel popolo. Il suo libro è pieno delle loro storie, vuole parlarcene?
“Intanto l’Afghanistan è una società tribale ed è abitato da varie etnie. L’etnia maggioritaria è quella dei Pashtun, però proprio per capire la complessità di questo paese basta pensare che pashtun sono i Talebani, pashtun è Karzay e pashtun è anche il re dell’Afghanistan. Vi rendete conto che già all’interno dell’etnia maggioritaria non esiste una completa armonia, pensate tra le varie etnie. Ho incontrato di recente un generale che aveva fatto parte dell’armata Rossa, quando i sovietici hanno invaso l’Afghanistan e poi sappiamo come è finita male per loro dopo dieci anni. Lui mi ha detto una cosa che mi ha molto colpito: la presenza straniera in un Paese come l’Afghanistan non fa altro che ricompattare le varie etnie contro un unico nemico. E quindi, più di tanto, un esercito straniero non può restare in Afghanistan perché a un certo punto si accorgerà che la popolazione gli si rivolterà contro. Ovviamente lui parlava della sua esperienza di generale sovietico che è stato costretto a lasciare l’Afghanistan, anche con profonde ferite, perché per i sovietici è stata una grande umiliazione abbandonare l’Afghanistan. Però io credo che ci sia davvero una grande verità in quello che questo generale mi diceva, perché è vero che gli afghani a un certo punto si ricompattano tra di loro nel momento in cui si tratta di sfidare qualcuno che sta cercando di togliergli la loro identità. Penso che sia un popolo molto fiero delle proprie tradizioni, pur nelle diversità che ha al suo interno, e di questo bisogna tenerne conto nel momento in cui anche noi come Nato, come Italia, siamo presenti in quel Paese, non solo come presenza militare, ma anche come presenza umanitaria di aiuto per la ricostruzione. Non è un popolo che si fa facilmente convincere, ha bisogno di accettare e di trattare qualunque cosa gli venga offerta”.

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