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Conversazione con Alfredo Mantovano, autore di "Prima del kamikaze. Giudici e legge di fronte al terrorismo islamico", Rubbettino,
di Francesco De Leo

Senatore Alfredo Mantovano in libreria, recensioni ed interviste

Salva_mp3audio durata:00.15.01 9 febbraio 2007

Alfredo Mantovano* già sottosegretario agli Interni nell’ultimo governo Berlusconi, senatore di Alleanza Nazionale, con un passato trascorso nella magistratura, è l’autore di <Prima del kamikaze>, in libreria per i tipi di Rubbettino con la prefazione dell’ex Ministro degli Interni Giuseppe Pisanu. ‘Giudici e legge di fronte al terrorismo islamico’, il sottotitolo e l’argomento del saggio. Abbiamo rivolto qualche domanda all’autore.

Prima del kamikaze Un capitolo del suo libro ha per titolo un interrogativo provocatorio: “il Gruppo Salafita per la predicazione e il combattimento: e chi lo conosce?”. Denuncia un deficit conoscitivo della realtà fondamentalista mediorientale all’interno della magistratura.
“Esiste un problema culturale che io tento di segnalare in questo scritto, senza far polemica con la singola decisione o con il singolo magistrato. Questo problema interessa la magistratura giudicante italiana, piuttosto che quella inquirente, anche se non per intero, ovviamente, e ci sono delle recenti decisioni della Corte di Cassazione che tranquillizzano, da questo punto di vista. Ma il problema culturale attiene non tanto, o non solo, alla conoscenza attenta delle norme di diritto internazionale, di diritto comunitario e anche di diritto interno, che riguardano il terrorismo, in particolare il terrorismo di matrice islamica, quanto la conoscenza del fenomeno stesso nella sua attualità. Mi spiego con un esempio, tentando di essere chiaro. Immaginiamo che oggi un giudice, per fare il caso del <Gruppo Salafita per la predicazione e il combattimento>, che si occupa di mafia si trovi a dover giudicare un imputato indiziato di appartenenza a Cosa Nostra e riconosca che effettivamente quell’imputato fa parte di questa organizzazione, ma lo assolve dicendo che da parte del Pubblico Ministero dell’udienza non si è documentata, di Cosa Nostra, la natura di associazione mafiosa. Ora un giudice del genere non resterebbe in servizio molto, perché interverrebbe il Ministero, il CSM, ci sarebbe una sollevazione mediatica. Ora tutto questo non è così scontato che avvenisse trent’anni fa, o venticinque anni fa, o venti anni fa, quando, in occasione dell’inaugurazione degli anni giudiziari, c’erano Procuratori Generali della Sicilia che dicevano che la Mafia ormai era qualcosa che era alle spalle. Ci son volute purtroppo le stragi, ci son voluti purtroppo omicidi significativi, per convincere del contrario. Il <Gruppo Salafita per la predicazione e il combattimento> è un pò l’equivalente, nell’area del terrorismo, di quello che Cosa Nostra è nell’area mafiosa. È un’organizzazione terroristica, riconosciuta tale dalle Nazioni Unite,  nelle sue black list, e dall’Unione Europea ed è la realtà che ha fatto più vittime in Algeria. Eppure ci sono decisioni dell’autorità giudiziaria italiana che dicono di non sapere, o che non è stato provato, che questa organizzazione ha natura terroristica e quindi assolvono, pur in presenza di prove di appartenenza ed operatività nell’ambito di questa organizzazione, perché non è nota la natura terroristica dell’organizzazione medesima. È uno dei tanti esempi che si possono fare. Ci sono quelli certamente più noti di terroristi conclamati che sono stati assolti perché ritenuti ‘resistenti’ o al massimo guerriglieri, ma si potrebbero moltiplicare gli esempi di un gap che va assolutamente colmato, non con un tifo da stadio, prendendo posizione a fronte di ogni decisione strana pro o contro, ma intensificando, come è stato fatto per la criminalità mafiosa a suo tempo, la formazione dei magistrati sul punto specifico e intensificando il lavoro di maggiore e generale consapevolezza della reale natura del fenomeno”.

Il terrorismo islamico rappresenta senza ombra di dubbio una grave minaccia per le nostre società ormai multirazziali. Come raggiungere l’equilibrio tra l’esigenza di fermarsi per non punire la mera intenzione e quella di ‘arrivare prima’?
“Credo che questo equilibrio non sia facilissimo da raggiungere, ma non sia neanche impossibile. E anche in questo caso provo a fare un’analogia non solo con la realtà della criminalità mafiosa, ma anche con altri beni tutelati dal nostro ordinamento, in chiave di prevenzione. Ci sono un insieme di norme che tutelano la sicurezza nei luoghi di lavoro, la sicurezza ambientale, senza attendere che ci sia un disastro ambientale o che ci sia un grave infortunio sul lavoro. In quel caso non si punisce l’intenzione, si punisce chi non predispone strumenti di prevenzione adeguati rispetto ai rischi che si corrono, costruendo un palazzo o lavorando in zone ambientalmente significative. Lo stesso articolo 416 bis del Codice Penale, che punisce l’organizzazione di tipo mafioso, applica la sanzione prescindendo da singoli comportamenti criminosi, di rapina, di estorsione e di omicidio, per il semplice fatto di appartenere a questa organizzazione di tipo mafioso. Questo non è un punire le intenzioni, è un anticipare la difesa, in presenza di fatti significativi che richiamano già un pericolo in atto. In altri termini, se esiste un nucleo terroristico, formato, consolidato, che progetta degli attentati, che accumula esplosivo per realizzarli, che traffica in documenti falsi per rendere più difficile l’identificazione degli attentatori, non è necessario che si aspetti che la bomba esploda, perché scatti tutto ciò che è necessario in chiave di prevenzione e di contrasto”. 

Non è totalmente trascurata in Occidente la possibilità di creare un ponte con la comunità islamica moderata al fine di isolare la minoranza eversiva?
“Mah, io credo che si debba lavorare molto su questo fronte, però cercando di comprendere il meglio possibile la realtà. E la realtà purtroppo è molto diversificata, perché non è che esistano i terroristi da una parte e i cosiddetti o i sedicenti ‘moderati’ dall’altra. Esiste tutto un ventaglio di posizioni nell’ambito delle comunità islamiche, sia quelle presenti nei paesi a maggioranza islamica, sia quelle presenti nei paesi occidentali, che non si può trascurare. Perché certamente esistono musulmani che potremmo definire laici, ma costoro nei paesi occidentali sono poche unità, purtroppo non rappresentative, nei paesi musulmani o si nascondono o sono già sotto terra. Esistono musulmani che potremmo definire, più che moderati, conservatori, cioè che non intendono rinnegare la propria confessione religiosa, ma intendono la sharia come un’ispirazione ideale, non come una legge da applicare comma per comma, precetto per precetto, in modo totale e pedissequo, facendola coincidere con la legge positiva. Esistono realtà di fondamentalismo, anche di ultra fondamentalismo, che non sono necessariamente terroristiche, ma che possono creare il terreno culturale, in senso lato, remoto, al cui interno poi nasce il terrorista. Allora lo sforzo da compiere è quello, in un contesto di rispetto per la confessione religiosa, di evitare che dalle aree più estreme dell’ultra fondamentalismo ci si trasformi poi in terroristi veri e propri e quindi condurre, in qualche misura, da queste aree verso una dimensione di Islam conservatore, come quella che ha espresso il Primo Ministro Erdogan in Turchia, per fare uno degli esempi più significativi. Il che significa accettare le regole più elementari della democrazia e guardare con interesse l’Occidente”.

Lei è nel “Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato”. Che idea si è fatta del caso Abu Omar, sin dove arriva la soglia in cui i servizi possono spingersi, specialmente quelli di un paese in territorio straniero?
“Anche qui credo che tutti scontiamo un difetto di adeguamento culturale. Nel senso che continuiamo talora a ragionare di servizi, come se il mondo fosse ancora diviso in blocchi e come se da una parte ci fossero ancora i comunisti e dall’altra gli occidentali. Sappiamo che le cose sono andate diversamente e sono attualmente diverse. Più d’uno ha parlato, con una teorizzazione condivisibile, di guerra cosiddetta ‘assimetrica’ e cioè di un’aggressione nei confronti sia della parte ragionevole dell’Islam, sia nei confronti dell’Occidente, senza conoscere le modalità tradizionali di guerra guerreggiata. In presenza di tutto ciò, chi ha criticato la nozione di guerra in atto, una nozione che anima gli interventi dell’ Amministrazione americana, spesso ha accompagnato questa critica con l’auspicio di un lavoro di intelligence più significativo. Però poi quando questo lavoro di intelligence è più significativo, viene messo in opera, incontra le critiche magari degli stessi ambienti i quali dicono che l’intelligence si espande troppo nella propria operatività. Allora bisogna mettersi d’accordo, se la risposta dev’essere militare o non militare, di intelligence o non di intelligence, certamente non può essere esclusivamente di polizia e di magistratura, per due ragioni. Primo perché rischierebbe di considerare soltanto una sezione del problema e non l’intero problema, lasciando da parte tutta la questione della prevenzione che è essenziale. Secondo, perché si farebbe lo stesso errore che trent’anni fa è stato fatto nei confronti del terrorismo interno, quando il tutto, in termini di contrasto, è stato scaricato sulle spalle della magistratura, con il risultato di far pagare alla magistratura un costo umano pesantissimo, ma anche di caricarla di responsabilità che poi ha esercitato, negli anni successivi, debordando dalle sue competenze funzionali ed istituzionali. Allora oggi serve un adeguamento nella struttura dei servizi, il Parlamento sta discutendo una legge che va in questa direzione e, a mio avviso, il caso Abu Omar, è il riflesso di una legge non adeguata, datata, che risale a trent’anni fa e che non risponde a domande che oggi devono tener conto del bilanciamento tra il rispetto dei diritti individuali, ma anche il rispetto della sicurezza dello Stato. Nella nuova legge c’è qualcosa che và in questa direzione ed io vorrei fermarmi qui, anche perché, come è noto, il Comitato Parlamentare per i Servizi ha in corso un accertamento sulla vicenda Abu Omar e riterrei scorretto separare la mia valutazione da quella che sarà la valutazione d’insieme del Comitato”.

Un ultima domanda sul tema immigrazione, molto legato a quello del terrorismo. Qual è la situazione italiana, nel libro diverse pagine sono dedicate all’ostracismo verso la legge “Bossi -Fini”?
“La situazione italiana in questo momento è preoccupante. Perché a partire dal 2001, con il precedente governo, è stato fatto un lavoro di argine nei confronti dell’immigrazione clandestina e l’area della clandestinità è stata abbondantemente circoscritta -non può scomparire in assoluto- con una politica di accordo con i paesi di provenienza e di transito dell’immigrazione clandestina, con una legge più seria, con l’applicazione coerente di questa legge e anche con quell’ampia valorizzazione che ha consentito di far emergere dal nero tanti lavoratori onesti, che però si trovavano in una posizione di irregolarità. Il nuovo governo ha ribaltato questi canoni di comportamento e sta lanciando all’esterno un messaggio, in base al quale basta arrivare in Italia clandestinamente e poi ci sarà inevitabilmente una sanatoria. Magari al soggetto sanato sarà possibile ricongiungere la propria famiglia, ma intesa in senso lato, senza nessuna effettiva verifica del rapporto di parentela e poi, dopo cinque anni, tutto ciò si trasformerà in nuovi cittadini che, come ha scritto in modo estremamente chiaro, il Ministro Ferrero, sul Corriere della Sera, nel mese di agosto dello scorso anno, probabilmente voteranno per Rifondazione Comunista. Credo che una politica per l’immigrazione non debba essere piegata alle esigenze strumentali di un partito o di uno schieramento, ma dovrebbe collegarsi alle linee guida, presenti in sede europea, che erano perfettamente sovrapponibili alla politica del precedente governo e sono esattamente all’opposto, rispetto a quelle dell’attuale governo”.

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