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La minaccia araba di ridurre la produzione petrolifera, di Debora Billi.

petrolio, geopolitica dell'energia

Salva_mp3audio durata:00.02.39 12 gennaio 2007

Dopo le elezioni che hanno cambiato il Congresso, negli Stati Uniti si è presa in seria considerazione la possibilità di un ritiro delle truppe dall'Iraq. Ma tale ipotesi ha destato allarme presso un alleato storico degli Stati Uniti: l'Arabia Saudita. Il principe Turki al Faisal, ambasciatore saudita, ha immediatamente avvertito che "dato che l'America è entrata in Iraq senza permesso, adesso non può lasciare l'Iraq senza permesso." Pochi giorni dopo questa dichiarazione, a metà dicembre, il principe ha rassegnato le sue dimissioni e se ne è tornato a Riad, mentre contestualmente il vicepresidente Cheney è volato nella capitale araba per un'imprevista visita lampo al re Abdullah. Un grande fermento, insomma. Cosa è successo? Secondo il New York Times, i sauditi hanno lanciato un avvertimento senza mezzi termini: nel caso di un ritiro americano dall'Iraq, si vedrebbero costretti a far intervenire le proprie truppe in difesa dei sunniti contro gli sciiti sostenuti dall'Iran. Questo significherebbe guerra tra l'Arabia Saudita e l'Iran sul suolo iracheno, un disastro regionale e probabilmente un ancor peggiore disastro dal punto di vista dei rifornimenti petroliferi, visto che tale conflitto coinvolgerebbe i tre maggiori produttori mondiali. Un articolo sul Washington Post, costato il posto al consulente saudita che l'ha redatto, ha ipotizzato infatti che Riad stia aumentando la produzione petrolifera, forzando così la discesa del prezzo allo scopo di mettere in ginocchio l'Iran. In fin dei conti, la stessa Arabia con la sua Strategic Energy Initiative aveva già annunciato di poter sopperire all'intera produzione iraniana. Ma noi sappiamo anche che, visti i problemi del giacimento gigante di Ghawar, i sauditi potrebbero non essere in grado di mantenere a lungo tale opzione: inondare il mercato di greggio pesante, l'unico di cui hanno ancora una vasta disponibilità, non è sufficiente per una permanente diminuzione dl prezzo su scala globale. Cosa rimane agli arabi, per esercitare pressioni sulla comunità internazionale ed indurre gli Stati Uniti a più miti consigli riguardo alla propria politica in Iraq? Probabilmente, la minaccia di ridurre invece la produzione petrolifera. Anche un piccolo e graduale calo delle forniture arabe sarebbe capace di destare l'allarme generale e portare il prezzo a risalire.  Difficilmente sapremo mai se questo è stato il punto centrale del colloquio tra re Feisal e Dick Cheney. Certo è che il Presidente Bush ha appena annunciato nuove truppe, circa 20.000 uomini, da inviare in Iraq nel 2007. Di ritiro, invece, non si parla proprio più.

Debora Billi

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