Embedded con i talebani
Borhan Younus, Corrispondente free-lance, collabora con l'IWPR
BAND-E-SARDAH,
PROVINCIA DI GHAZNI (Afghanistan)
Nel buio di una notte di tarda estate ventidue guerriglieri talebani abbandonano precipitosamente una pista polverosa, osservando attentamente i raggi prodotti dai fari di due veicoli in avvicinamento. I guerriglieri si allontanano dalla pista e si accovacciano nel letto asciutto di un ruscello. Tolgono le sicure ai Kalashnikov. I lanciarazzi sono pronti a tirare. I veicoli 4 x 4 si avvicinano e i talebani li fermano: trasportano civili, provenienti da una città vicina della provincia di Ghazni (Afganistan). I guerriglieri li perquisiscono brevemente e quindi li lasciano proseguire.
La pattuglia talebana sembra per un attimo delusa di non aver dovuto affrontare una truppa statunitense o afgana. Ma i giovani combattenti minimizzano e si preparano a cercare un’altra preda.
“Siamo assolutamente certi che vinceremo la Guerra, perché abbiamo il sostegno più grande di tutti: Dio. I nostri nemici ripongono una fiducia totale negli equipaggiamenti materiali e non hanno il morale saldo necessario per vincere la guerra, perché non sono motivati dalla religione”, dice il comandante del gruppo, il Mullah Habib Rahman Aziz. Gli uomini del Mullah hanno tra i 18 e i 25 anni e sostengono di non avere avuto praticamente alcuna vittima nella loro lotta per infliggere perdite al nemico e per spodestare quel che ritengono un regime fantoccio degli americani, al governo in Afghanistan da quasi quattro anni.
Solo due dei ragazzi sono veterani della guerra che si svolse tra i talebani e l’Alleanza del nord, prima che la campagna di bombardamenti USA mise fine al potere fondamentalista nel 2001. Gli altri sono reclutati tra le fila di quelli che molti chiamano ora neotalebani, uniti in una jihad o guerra santa contro gli stranieri.
Un momento di quiete segue la partenza dei due veicoli lungo la pista.
Il Mullah Aziz ne approfitta per spiegare che, al contrario di quanto suggerito da militari e politici USA e afgani, lo scopo dei talebani non è in particolare di sconvolgere le elezioni per il parlamento e per il consiglio provinciale del 18 settembre. La loro è invece strategia a lungo termine, il rovesciamento del governo del Presidente Hamed Karzai e l’espulsione dei suoi sostenitori esteri. E ammonisce che la lotta diventerà “sempre più sanguinosa quando le truppe americane si inoltreranno nelle nostre zone e nei nostri villaggi”.
“La nostra guerra è una jihad continua.
Non finirà con le elezioni o con altri eventi meramente spettacolari.
Continuerà finché necessario, finché non daremo un governo puramente islamico all’Afganistan”, dice il Mullah.
Da marzo, quando la neve invernale ha iniziato a sciogliersi nei nascondigli degli insorti, i talebani e i loro alleati hanno intensificato i propri attacchi.
Alle Nazioni Unite, in agosto, il Segretario generale Kofi Annan ha detto che l’Afganistan stava affrontando un preoccupante ritorno di violenza degli insorti, malgrado la presenza di una forza di pace di 10.000 unità sotto il comando della NATO e di circa 20.000 truppe della coalizione guidata dagli USA.
“Oggi l’Afganistan soffre di un livello di insicurezza, specialmente nel sud e in parte dell’est, come non si vedeva dalla partenza dei talebani, “ ha dichiarato il Segretario generale. “Vi sono segnali preoccupanti che i talebani rimanenti e altri gruppi estremisti si stanno riorganizzando.”
L’esplosione di bombe e di mine, a maggio, sono aumentate del 40 percento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente nel sud e nel sudest, ha aggiunto Annan.
E il 2005 è stato senza dubbio l'anno con più vittime per i militari americani dal rovesciamento del governo dei talebani.
“C’è sicuramente più violenza e ci sono elementi violenti che cercano di tornare alla ribalta”, ha dichiarato Ronald Neumann, il nuovo ambasciatore americano a Kabul, in una conferenza stampa del 18 agosto.
“Credo che questa situazione resterà difficile per un po’ di tempo. Ma c’è una forte presenza internazionale e una forte presenza americana, adeguate per affrontare la violenza”.
Secondo un elenco ufficioso delle vittime pubblicato da Operation Enduring Freedom di Washington (http://icasualties.org/oef/Afghanistan.aspx), nel 2005 - fino a metà dicembre - sono stati uccisi 105 soldati americani in operazioni legate all’Afganistan, contro le 52 vittime di tutto il 2004, le 47 del 2003 e le 43 del 2002. I morti sono elencati tutti con nome, età e rango.
Il sito web ufficiale del Dipartimento della difesa USA dà un totale leggermente maggiore - di 252 morti al 16 dicembre - da quando le operazioni militari sono iniziate nel 2001. Ma non fornisce nessun dettaglio e include anche le morti in altri luoghi, incluso il Tagikistan e il centro di detenzione di Guantanamo Bay.
Sedici delle morti americane del 2005 sono avvenute tutte insieme, quando un elicottero Chinook è stato abbattuto alla fine di giugno nella provincia orientale di Kunar. Stava trasportando truppe per il back-up di una pattuglia SEAL finita sotto il fuoco degli insorti. Il Mullah Dadullah, il comandante dei talebani, ha rivendicato l’abbattimento dell’aereo. I comandanti militari americani ritengono invece che sono le loro truppe ad avere inflitto perdite significative al nemico. Il mullah Aziz non è d’accordo. Il suo gruppo, come altri nella regione, ritiene che la conoscenza del terreno e il supporto dei locali diano loro un vantaggio cruciale sugli americani.
I talebani operano in piccole unità come questa, che si spostano su motociclette rosse, due uomini su ogni veicolo, con la copertura del buio. Le truppe americane, con sede vicino alla città di Ghazni, effettuano gran parte dei pattugliamenti su strada durante il giorno e le perquisizioni a sorpresa durante la notte, mi dice il mullah Aziz.
Ciò permette ai combattenti talebani di evitare schermaglie durante il giorno con forze meglio equipaggiate, mentre di notte possono fare imboscate ai loro nemici e nascondere bombe a bordo delle strade, una delle cause principali delle vittime tra le truppe americane in questi mesi. Molte delle tattiche usate dagli insorti, sembrano essere mutuate da quelle adoperate contro le truppe USA in Iraq: attività di guerriglia, decapitazione delle “spie americane”, talvolta rapimenti e raramente attentati suicidi. Una di queste tattiche si è però ritorta sui talebani. Molti afgani considerano la decapitazione dei prigionieri una violenza gratuita, e ciò ha in qualche modo ridotto il sostegno di quelli che normalmente parteggiano per le forze antiamericane.
“Approviamo gli attacchi talebani contro gli americani, ma la loro decapitazione e l’uccisione degli afgani e degli ulema [studiosi religiosi] non è in linea con le caratteristiche degli afgani”, ha dichiarato Abdul Qayom, un negoziante di 45 anni di Ghazni.
Qayom torna ogni due settimane a casa sua, a Wazi Khwah, nella provincia sudorientale di Paktika. Sostiene che i combattenti talebani si spostano liberamente in quel distretto durante la notte. Lo scorso mese, un comandante americano ha dichiarato che i talebani potrebbero incrementare i loro attacchi, sottolineando un’accresciuta crudeltà nelle loro tattiche.
“Puntano funzionari del governo e studiosi religiosi. Assistiamo a minacce crescenti dei ribelli, che usano terroristi suicidi e “soldati bambini”, ha detto il General maggiore Jason Kamiya, comandante operativo delle forze di coalizione condotte dagli USA in Afganistan, durante una conferenza stampa a Kabul.
Khan Pacha, un anziano del villaggiodi Tarin Kowt, dice che nonostante “la brutalità” dei talebani nell’uccisione di civili colpevoli semplicemente di aver “spiato per conto dei militari americani”, considerava i combattenti dei veri musulmani che stavano combattendo una guerra di libertà. “I talebani hanno portato pace e sicurezza al paese ed erano i nostri figli”, ha detto.
“Gli americani, con tutti i mezzi e il denaro che hanno riversato in Afghanistan, non riescono a portare la calma”.
copyright©Institute for War & Peace Reporting
Traduzione:
Hobbes and Sushi Translations
www.hobbesandsushi.com



