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Conversazione con Monica Maggioni, autrice di "La fine della verità", Longanesi, di Eliana Dabbicco.

Monica Maggioni in libreria, recensioni ed interviste

Salva_mp3audio durata:00.13.45  29 dicembre 2006

Casa Editrice Longanesi - La fine della verità

Il suo libro “La fine della verità” è un macigno sulla strada dell’informazione. Quando l’informazione sconfina nella propaganda? Il giornalista è vittima o artefice dell’uso politico che si fa dei media?
“In realtà non so se il giornalista sia una vittima o una causa della propaganda, della mancanza di chiarezza e di informazione che molto spesso accompagna le guerre e i momenti di grande crisi internazionale. Quello che è accaduto, e quello che è accaduto anche a me, è di raccontare per cinque anni tutte le cose travolta dalla velocità con cui accadono, dal dover fare il pezzo per quella sera, dal dover fare lo speciale per quella settimana e quindi, in qualche misura, mancare di prospettiva storica. Dopo cosa accade?...accade che uno torna a casa, vede che quello che è rimasto nella storia, nella vita, nella testa delle persone è solo la parte più esterna di tutta quella storia, di tutta quella vicenda. Vede che, tutto sommato, chi ha gridato di più è riuscito a incidere di più e chi non ha gridato, o chi ha vissuto delle vite travolto dagli eventi di questi anni, non ha nessuno spazio nel racconto quotidiano. E allora è lì che uno si volta indietro e cerca di raccontare anche tutti i suoi punti di domanda, tutti i suoi perché, rimasti senza una risposta. Non dico cerca finalmente la verità giusta, però cerca di raccontare anche tutte le contraddizioni di quello che è stato detto e che ci è stato detto in questi anni”.

Gli effetti della guerra in Iraq, dichiarata come “guerra la terrore”, sono ormai sotto gli occhi di tutti. Viene fuori che probabilmente era già tutto pianificato, a prescindere dall’undici settembre. Lo stesso si dica della guerra civile, in corso ora tra sunniti e sciiti, della quale lei parla fin da subito chiamandola col suo vero nome. I media americani hanno iniziato a parlare di “guerra civile” solo pochissimo tempo fa…
“Trovo che su questo ci sia stata una grande ipocrisia collettiva e un grande bisogno di nascondersi dietro un dito. Perché poco importa, francamente, che lo statuto vero e proprio di guerra civile implichi una condizione piuttosto che un’altra. Quando io vedo un paese che prima era, con tutte le sue contraddizioni, comunque un paese unito, in cui sanniti e sciiti si sposavano tra loro e facevano figli insieme… Questa è la realtà del paese che ho conosciuto e che ho visto ed oggi, semplicemente in nome dell’essere sciita o sunnita, le persone si ammazzano. Qualcuno mi deve spiegare che cos’è? Ma ciò che io cerco di raccontare nel mio libro è soprattutto retroscena. E’ inutile che oggi ci raccontino che il problema sono i miliziani, i miliziani di Al Sadr, quando noi sappiamo da tre anni, da tre anni e mezzo, che Al Sadr sarà uno dei grandi problemi iracheni. Allora è lì che poi scatta la voglia di riraccontare tutto, di rimettere in fila tutto per dire ‘ma perché pretendono che crediamo sempre alla verità fabbricata all’ultimo minuto?’”.

Ho avuto modo di ascoltare l’intervento di Massimo D’Alema durante la presentazione del suo libro”La fine della verità”. L’attuale Ministro degli Esteri sosteneva che l’unica chiave di volta per smontare la teoria di una crociata dell’Islam contro l’occidente sia quella di creare delle condizioni favorevoli ad una convivenza in Palestina, cuore di tutte le grandi religioni monoteiste. La sua posizione qual è?
“Io credo che non sia quella la soluzione per tutto, ma quella è senz’altro l’inizio della soluzione. Troppe volte vediamo utilizzato, a sproposito, tutto il discorso della causa della guerra tra israeliani e palestinesi da parte di chi ha bisogno di trovare una sorta di scudo, dietro al quale coprire le proprie nefandezze. Non dimentichiamo che Bin Laden, più volte, ha fatto appelli nei quali parlava della causa palestinese, della divisione tra israeliani e palestinesi, come elemento di risposta comune e di guerra di popolo. Gli stessi palestinesi hanno respinto al mittente le sue offerte di aiuto, perchè gli stessi palestinesi si rendono benissimo conto che lasciarsi prendere nel gioco di Al Qaeda, sarebbe l’inizio della loro fine. Detto questo, è vero che quello rimane un punto centrale e che se quel punto centrale potesse essere disinnescato, forse molti discorsi, anche all’interno del mondo arabo, potrebbero essere fatti con un po’ più di durezza”.

L’amministrazione Bush ha voluto per questo conflitto, a differenza dei precedenti, la presenza di giornalisti ‘embedded’, a stretto contatto con i marines. Lei sembra convinta che anche questa scelta facesse parte di un disegno prestabilito.
“Guardi, io lo racconto proprio nel libro. Da una parte non è che io avessi il dubbio che il Pentagono volesse strumentalizzare la nostra presenza in Iraq, ne avevo la certezza assoluta. Anche perché, non essendo il Pentagono una onlus o un ente benefico, è chiaro che nel momento in cui decide di aprire ai giornalisti lo fa senz’altro per due ragioni o per averne vantaggi o almeno per limitare i danni. Si sono resi conto tutti, all’interno dell’Amministrazione americana, che i danni erano più consistenti nel momento in cui loro chiudevano le porte ai giornalisti, perché le speculazioni erano sicuramente maggiori. Detto questo, ho trovato che anche quello fosse un angolo da raccontare. E quindi più volte ho difeso il fatto che ha senso anche il giornalista embedded, se… e solo se, non sono gli unici che raccontano una certa storia evidentemente. Pero poi cosa succede? Succede che a distanza di tempo anche lì, ancora una volta, quando poi si scopre che tutti i dossier sui quali è stata costruita la guerra, che hanno motivato l’andata in guerra, erano dossier falsi, lì io mi chiedo: ma su quei momenti di paura fortissima che ho vissuto, che ho vissuto con Silvio Giulietti che era con me in quei giorni e che ho vissuto insieme agli stessi soldati americani…mi chiedo se nessuno debba dare una risposta?. Questo è il vero quesito. Perché alla fine noi eravamo lì e ci veniva detto che era in corso un attacco con le armi chimiche…ma non veniva detto solo a noi, non era propaganda fatta ad uso dei giornalisti, era fatta contro i loro stessi soldati. Nessuno di coloro che era in Iraq sapeva che questa era in realtà tutta una fantastica costruzione di chi aveva bisogno di motivare l’andata in guerra contro l’Iraq. Ecco…a quel punto dico che se ha un senso fare il mestiere del giornalista, uno dei sensi è anche quello di tornare a casa e dire: ma scusate, qualcuno vorrà cominciare a dare delle risposte?”.

C’è un passo del suo libro che mi ha particolarmente colpito. Racconta di un uomo che ha subito torture nella prigione di Abu Ghraib,  lei scrive: “io vorrei scusarmi per il solo fatto di essere nel suo paese. Vorrei scusarmi perché l’unico modo che ho per parlare con lui è quello di utilizzare la stessa lingua che lui ha sentito parlare quel giorno, là all’inferno”.
“Tutto il racconto di Abu Ghraib non può essere capito fino in fondo se uno non si è trovato di fronte ad una delle persone ritratte nelle foto. E’ una cosa che a me è accaduta e che ho raccontato in quel passaggio, perché devo dire che è stato fortissimo il senso di vergogna che provavo io per il fatto di essere lì, per il fatto di essere costretta a chiedergli di raccontare una cosa tanto umiliante. La cosa più sorprendente di quella faccenda è che io non mi sono trovata davanti un uomo pieno di odio. Mi sono trovata davanti un uomo devastato, ma che alla fine diceva: ‘ma non saranno tutti cosi…’, questo dopo tutto quello che aveva vissuto. Quando uno scrive le cose o le ha magari riprese, montate, messe in televisione, è abbastanza difficile francamente che quelle stesse cose continuino ad essere emozionanti, perché decade completamente un minimo di effetto sorpresa. A me è capitato che ogni volta che stavo magari correggendo le bozze e ripassavo attraverso quelle pagine, mi riemozionavo. La cosa che comunque alla fine mi ha fatto più vergognare, e che mi ha fatto venir voglia di scrivere quelle pagine ed infilarle nel libro, è stato lo scoprire al mio ritorno che in quegli stessi giorni noi, i nostri giornali, parlavano dello sgozzamento di Nick Berg, che era quasi contestuale, ad opera di quel macellaio di Al Zarqawi, come dell’esempio della civiltà islamica. Gente come l’uomo che ho intervistato, torturato ad Abu Ghraib, aveva ancora la forza di fare dei distinguo e noi, invece, avevamo già condannato tutti loro e questo mi è sembrato totalmente ingiusto”.

Altrettanto forte è il parallelismo che lei mette in evidenza tra Bin Laden e la sua volontà di operare nell’opinione della sua gente in una scissione netta tra fedeli e infedeli e dall’altro lato il tentativo di Bush di farsi portavoce di una crociata del bene contro il male. E’ come usare la stessa strategia per fini differenti, però sembra quasi che questo scontro di  civiltà  fosse voluto tanto da un lato quanto dall’altro, o che comunque fosse comodo per entrambi.
“Penso più che fosse comodo. In realtà io non amo trasformarmi in un complottologo, perché penso che ce ne siano già a sufficienza sia nel nostro paese che in giro per il mondo, penso piuttosto che questo scontro frontale, questo nemico ritrovato, fosse estremamente comodo sia per scelte di politica estera, sia per ricompattare il proprio elettorato di riferimento, sia per dare delle risposte dopo l’11 settembre, che oggettivamente ha preso in contropiede tutti. Estremamente comodo anche per non farsi domande, molto più banalmente, per sentirsi dalla parte giusta, dalla parte di quelli bravi, buoni, con i valori, con la libertà… e trasformare gli altri tutti in un ‘altro’, in qualcosa di distante, in qualcosa di separato da noi e quindi facilmente criticabile. Insomma, è un gioco al quale io non ci sto…perché sono stata troppo tempo in quei paesi, perché ho passato troppa parte della mia vita a occuparmi di queste cose, per non vedere, come del resto vedono tutti quelli che si occupano di queste cose, che esistono tante e tali differenze all’interno di quel mondo, di quella galassia - e penso al mondo mussulmano, che è molto più vasto del mondo arabo - che è così ridicolo pensare di poter omologare tutti rispetto ad uno stesso disegno”.

Le faccio un’ultima domanda. Nello scritto che conclude il suo libro “La fine della verità”, Loretta Napoleoni sostiene che tanto lo scontro di civiltà, quanto la jihaad moderna, siano lo studiato tentativo di mascherare delle agguerrite lotte economiche tra Occidente e Oriente e si tenta di mascherarle dietro la facciata di conflitti di religione. Afferma ancora che la radice di tutti  gli squilibri  strutturali che caratterizzano l’economia dei paesi mussulmani vadano comunque ricercate nell’alleanza economica tra Occidente e oligarchie mussulmane. Lei è d’accordo?
“Guardi, non so se effettivamente tutti gli scontri possano essere ricondotti a quel tipo di analisi. Loretta Napoleoni è un’economista e quindi le sue analisi qualche volta mi convincono e spesso hanno molto senso. Quel saggio è messo lì perché è un’interessante analisi, ed ha una sorta di provocazione notevole, per far venire ancora una volta dei quesiti, dei punti di domanda, non per avere una necessaria risposta a tutto, ma per inserire quell’elemento di dubbio e di incertezza che alla fine spinge le persone a pensare. Ed io, devo dire la verità…la cosa di cui sento sempre più bisogno è di essere insieme a persone che si pongono dei quesiti, che pensano e che non vedono la realtà divisa in bianco e nero e piena di risposte preconfezionate”.

Eliana Dabbicco

RadioRadicale.it | Presentazione del libro di Monica Maggioni "La fine della verità" Roma, 20 Novembre 2006

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