Convegno Democrazia e Medio Oriente 22-23-24 maggio 2008

2º Convegno internazionale di Otranto

il Vicino Oriente “Democrazia e Medio Oriente”

audio/video integrale, album fotografico, rassegna stampa del convegnowww.ilvicinoriente.it
audio/video integrale, album fotografico, rassegna stampa del convegno, svoltosi a Otranto e a Lecce dal 22 al 24 maggio 2008

A Otranto convegno internazionale
“Democrazia e Medio Oriente”
Otranto (Le) 22-23 Maggio • Lecce 24 Maggio

Afghanistanil vicino oriente
mensile di politica cultura e società

Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008
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Domande e risposte su democrazia e Medio Oriente:

Ricostruzione di un Paese: soldati italiani in Medio Oriente

Turchia in Europa: una sfida per la democrazia

Geopolitica dell’energia nel Vicino Oriente

La superiorità del governo democratico, di Vittorio Emanuele Parsi

IL PUNTO Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

A oltre cinque anni dall’inizio dell’invasione dell’Iraq, e a quasi sette dalla presa di Kabul, la sfida della diffusione della democrazia nel Medio Oriente resta cruciale e ben lungi dall’essere vinta. Si dirà, e con ragione, che la forza delle armi non può essere lo strumento decisivo grazie al quale esportare la democrazia, e che, in ultima analisi, i costumi e la cultura democratica, ancor più che le istituzioni, non possono essere imposte e forse neppure proposte dagli “stranieri”. Paradossalmente, poi, è difficile non considerare che, pur tra mille difficoltà e a costo di indicibili tragedie in termini economici e umani, l’Iraq e l’Afghanistan sono le due uniche realtà politiche in cui forme di governo diverse da quelle fondate sul terrore e sulla sopraffazione stanno lentamente avanzando.

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Domande e risposte sulla democrazia in Medio Oriente, Stefano Polli

Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Stefano Polli. Capo Redattore Centrale - Ansa

È davvero possibile esportare la democrazia con le armi?

Tentare di esportare la democrazia affidandosi soltanto alle armi è difficile e rischioso. La lezione irachena appare abbastanza chiara. Ma la domanda da porsi è probabilmente un’altra. È giusto pensare di esportare la democrazia così come l’occidente l’ha disegnata con fatica e pazienza in lunghi secoli e seguendo canoni e parametri molto distanti dalla cultura islamica? O forse la strada da percorrere deve presupporre anche un forte dialogo con l’islam moderato e con i suoi esponenti per cercare di trovare punti di contatto, comuni riflessioni nel rispetto delle reciproche sensibilità?
Non è in discussione il concetto di democrazia, così come l’occidente l’ha costruito. Rimane sicuramente un ottimo modello - difficilmente superabile, seppure imperfetto - per la convivenza tra le persone. Ma l’errore da non compiere è quello di ritenere che tutti gli altri modelli e le altre civiltà non abbiano nulla di buono e nulla da insegnare. Purtroppo quello che è stato da alcuni definito lo scontro tra civiltà è stato senz’altro alimentato dall’estremismo - e dal terrorismo islamico - ma ha trovato dalla parte dell’occidente risposte variegate che, in alcuni casi, non hanno preso in considerazioni le molte sfumature che esistono nell’Islam.
Condannare semplicemente Al Qaida e tutto il terrorismo di stampo islamico è giusto e inevitabile: ma non ci si può fermare a questo. Se l’occidente vuole dare il suo contributo concreto per uscire fuori dalla situazione in cui il mondo è caduto dopo l’undici settembre deve avviare un vero dialogo con le componenti moderate dell’Islam, nella consapevolezza che anche loro sono contro Al Qaida e contro il terrorismo. Non perseguendo il dialogo, invece, si fa proprio il gioco di Osama Bin Laden e di quelli come lui.

Domande e risposte sulla democrazia in Medio Oriente, Massimo Bordin

Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Massimo Bordin. Direttore di “Radio Radicale”

Come vive Israele la condizione di essere in Medio Oriente il Paese più vicino agli standard occidentali di Democrazia?

Il sessantesimo anniversario della nascita dello Stato di Israele è vissuto in questi giorni in Italia con particolare intensità a causa delle polemiche sulla fiera del libro di Torino. Polemiche che almeno un lato positivo hanno: la rinnovata attenzione sulle caratteristiche dello Stato fondato da Ben Gurion e dai suoi compagni. E la caratteristica principale dello Stato di Israele è quella di essere l’unica democrazia dell’area medio-orientale che si avvicini agli standard più avanzati. Non si può dire altrettanto del Libano, sempre a un passo dalla guerra civile, né della Giordania, che pure fra i paesi del Medio Oriente ha indici di libertà non scadenti. Il paradosso è che, di fatto, Israele è in guerra da 60 anni. Inevitabile che il suo tasso di democrazia interna tenda a scendere. Quello che è miracoloso è che una cultura dei diritti ancora resista, quello che è paradossale è il fatto che i cittadini arabi di Israele, che pure sono sottoposti a limitazioni dei loro diritti molto forti e talora odiose, godano comunque di una relativa libertà, inimmaginabile altrove se non forse in Libano, paese però divenuto ben più instabile e insicuro di Israele. In parole povere la “democratizzazione” dei paesi vicini a Israele farà bene non solo a quei paesi ma a Israele stessa. Senza contare il nascente Stato palestinese. “Due popoli, due Stati” non può bastare, e infatti non ha funzionato. “Due Stati, due democrazie” è già meglio. Forse occorre però cominciare a fare i conti con limiti e rischi dello Stato-nazione e ragionare in termini federalisti. Questione ostica più per Israele che per gli Stati arabi.

Domande e risposte sulla democrazia in Medio Oriente, Gilles Kepel

Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Gilles Kepel. Politologo, orientalista e accademico francese

Cosa pensa sia possibile fare da parte della comunità internazionale per una pacificazione dell’area mediorientale ?

Credo che oggi abbiamo una possibilità molto importante per la pacificazione dell’area, soprattutto dopo il fallimento della politica americana della guerra contro il terrorismo e di quella di Clinton, nel processo di Pace di Oslo. La strategia statunitense in Medio Oriente è stata un piano dove la dimensione politica era al posto di comando, mentre credo che per noi la cosa più importante sia creare un ambiente di cooperazione a livello di società e di economia. Questo può creare ottime condizioni per lo sviluppo della democrazia, se invece mettiamo “le carrozze prima dei cavalli” non andremo da nessuna parte. Sono convinto che questa sia stata la prima ragione del fallimento della politica di Bush. L’Europa potrebbe contribuire a creare una vasta zona di cooperazione con il Mediterraneo e il Golfo, nel Vicino Oriente. La triangolazione tra l’energia e la capacità di investimento dei Paesi del Golfo, le risorse umane del nord Africa e del Medio Oriente e la capacità imprenditoriale, industriale e universitaria dell’Europa potrebbero, se integrate, portare alla creazione di una zona di prosperità che sarebbe capace di sopravvivere, nel nostro secolo, tra il martello americano e l’incudine asiatica.
Altro problema sul tavolo è la questione del terrorismo e credo che il lavorare per un integrazione nelle società europee è probabilmente l’arma assoluta che abbiamo contro questo terribile pericolo.

Domande e risposte sulla democrazia in Medio Oriente, Riccardo Redaelli

Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Riccardo Redaelli. Docente di Geopolitica - Università Cattolica di Milano

La società iraniana è tra le più sviluppate in Medio Oriente. Si può parlare di Democrazia compiuta?

Ancora molto lontani purtroppo. È senz’altro vero che la società iraniana è molto più matura e attenta rispetto alla maggior parte delle altre realtà statuali regionali, e che i meccanismi istituzionali della repubblica islamica abbiano favorito una partecipazione di massa di uomini, donne e giovani (in Iran si vota dai 16 anni) alla vita politica del paese. Tuttavia, questa crescita verso forme compiute di rappresentanza democratica è stata interrotta nei primi anni di governo del presidente riformista Mohammad Khatami (1997-2005). Egli era stato eletto proprio dai cittadini, e in particolare dalle donne e dai giovani, per liberalizzare lo stato iraniano. Ma il gruppo di potere anti-riformista annidato nei centri politici non elettivi (quindi non scelti dai cittadini) hanno sistematicamente boicottato l’azione del suo governo. Con l’attuale presidente ultra-radicale, Mahmud Ahmadinejad, le stesse elezioni parlamentari sono state svuotate di significato, con la messa al bando di migliaia di candidati riformisti.
Il cammino verso una democrazia compiuta da parte dell’Iran assomiglia quindi al “cammino del gambero”. Tuttavia, va sottolineato come questi anni abbiamo comunque rafforzato l’evoluzione del dibattito politico presso la società civile iraniana, e come i semi di un mutamento siano ben radicati, in attesa solo di un nuovo spiraglio politico o di una divisione fra i compositi blocchi di potere che finora si sono opposti alla liberalizzazione della repubblica islamica. È sintomatico, ad esempio, che molti importanti conservatori tradizionali e perfino ex capi pasdaran abbiano adottato linee politiche molto più moderate e liberaleggianti come effetto degli eccessi degli ultra-radicali.

Domande e risposte sulla democrazia in Medio Oriente, Alessandro Politi

Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Alessandro Politi. Analista strategico

Quale potrà essere dopo l’appuntamento di novembre, con le elezioni presidenziali, il ruolo degli Usa in Medio Oriente?

In realtà ci vorranno, dopo l’insediamento del nuovo Presidente, almeno sei mesi di rodaggio dell’Amministrazione. Ci saranno delle differenze piuttosto notevoli fra i tre candidati. McCain cercherà di adattare l’esportazione della democrazia a quella che è l’eredità del suo presidente repubblicano, anche se poi i fatti hanno dimostrato che l’esportazione della democrazia sic et simpliciter, semplicemente, non funziona. Obama cercherà, e questo dipenderà dai consiglieri che sceglierà al momento di formare la vera squadra di governo, di trovare una formula più creativa. Però anche lì dovrà confrontarsi con i fatti e i fatti sono che nel Medio Oriente, in molti paesi, la società civile è molto debole. La persona che avrà le idee più chiare e cercherà di prendere le fila di una tradizione che invece ha avuto successo sarà Hillary Clinton. Il fatto è che mentre nei Balcani determinati tipi di democratizzazione sono stati possibili, in Medio Oriente sono molto più complicati. In realtà quello che cercherà di fare sarà di assecondare le spinte democratiche là dove già esistono, sperando che questo crei un precedente per altri paesi. Un caso del tutto difficile e scarsamente trattabile resterà per i tre candidati il Pakistan, non perché non ci siano state elezioni con risultati netti e tutt’altro che graditi al Presidente in carica, ma perché la democrazia non è fatta soltanto di elezioni, per quanto inaspettate, ma è un processo continuo e qui gli ostacoli a una democratizzazione piena non sono pochi.

Domande e risposte sulla democrazia in Medio Oriente, David Maria Jaeger

Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

David Maria Jaeger. Teologo

C’è un rapporto diretto tra la religione e la crescita democratica di uno Stato?

È una domanda che non ammette risposta, perché non esiste “la religione” in senso generico. Anche le religioni specifiche, che possono essere individuate, sono in effetti un nome collettivo per un numero, talvolta non indifferente, di correnti e variazioni. Per cui una risposta così generica non è possibile.
In linea di principio una religione teocratica per definizione non è compatibile con la crescita democratica, perché esclude la democrazia come ipotesi, e invece potrebbe contribuire alla crescita democratica una religione che afferma la sana laicità dello Stato e alimenta una cultura di rispetto reciproco tra gli aderenti a convinzioni religiose (e non) diverse tra di loro. A mio avviso è inutile considerare la questione della crescita della democrazia dal punto di vista delle religioni. Le religioni non hanno colpa, neanche quelle incompatibili con la democrazia. I riflettori devono essere puntati sullo Stato, non sulla religione. I confessori di una religione, che si professa teocratica, hanno il pieno diritto di tenersi questa convinzione religiosa. Non sono loro coloro che hanno il compito di preservare la democrazia, non sono loro i responsabili. È lo Stato colpevole qualora ceda o faccia propria la religione teocratica. È lo Stato che deve assicurare la democrazia, non le religioni.

Domande e risposte sulla democrazia in Medio Oriente, Alfredo Mantovano

Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Alfredo Mantovano. Sottosegretario all’Interno

Quale può essere il ruolo dell’Unione Europea nel far crescere il livello di Demo crazia in Medio Oriente?

L’atteggiamento e le scelte da compiere per gli scenari mediorientali costituiscono le spie più significative della capacità dell’UE di essere Unione e di recitare una parte non marginale per la soluzione di nodi pluridecennali. È difficile riconoscere la linea mantenuta finora dall’Europa, avendo le sue istituzioni seguito ondeggiamenti e incertezze, dipendenti dalla complessità oggettiva delle questioni in gioco e dal desiderio di mostrare autonomia rispetto agli orientamenti dell’amministrazione USA. Per avere un ruolo e per dare un contributo che abbia senso è indispensabile che l’UE si doti di linee guida, dalle quali non derogare: riconoscimento dello stato di Israele come presupposto di confronto e di collaborazione da parte di tutti i soggetti che a vario titolo hanno peso politico in Medioriente; lotta al terrorismo, e quindi ai traffici di armi che lo alimentano; garanzia di rispetto dei diritti umani in tutti i territori, e di quel fondamentale diritto che è il confessare liberamente la propria religione. L’UE avrà un ruolo se riuscirà a porre queste premesse come base e condizione per l’interlocuzione, e anche per aiuti concreti, verso partner che da essa ricevono sostegno e aiuti. L’alternativa è la frammentazione, l’irrilevanza, l’antagonismo – destinato alla sconfitta – con Washington, cioè con chi la propria parte in quell’area l’ha sempre recitata, positivamente o negativamente, senza rifiutare l’assunzione delle proprie responsabilità.

Domande e risposte sulla democrazia in Medio Oriente, Massimo Campanini

Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Massimo Campanini. Docente di Storia dell’Islam - Università Orientale di Napoli

Tanti continuano a considerare la Democrazia incompatibile con la religione islamica. Qual è la sua opinione?

Perché accostiamo Islam e democrazia? L’accostamento di Islam e democrazia, o chiedersi se l’Islam è compatibile con la democrazia, suona a me abbastanza condizionato da un pregiudizio. Prendiamo per esempio il caso del Cristianesimo o dell’E braismo, normalmente non ci si chiede mai se il Cristianesimo è democratico o compatibile con la democrazia o il Giudaismo è democratico o compatibile con la democrazia. Si parla di cristiani democratici o non democratici, di ebrei democratici o non de mocratici, mentre invece si discute di Islam e democrazia. Questo dipende dal fatto che normalmente in Occidente si ha una concezione essenzialista dell’Islam, cioè l’Islam viene considerato come una realtà monolitica, che non ha mai subito nessun tipo di evoluzione interna o di modificazione nel corso della sua storia. Invece l’Islam è sempre stato una realtà estremamente plurale e quindi, anche qui, bisognerebbe parlare di musulmani e di democrazia, di stati islamici o di stati musulmani e democrazia, non di Islam. Nella tradizione islamica esistono alcuni concetti che sono chiaramente compatibili con quello di democrazia, nel senso occidentale del termine. Per esempio il concetto di uguaglianza, il concetto di eleggibilità dal basso del capo dello stato, il concetto di consultazione, il concetto di rappresentanza. Tutti questi elementi esistono an che nel pensiero politico islamico. Esistono invece due aspetti che sono in qualche mi sura alternativi rispetto alla concezione oc cidentale di democrazia. Il primo è che nel l’Islam la fonte del potere è Dio e non il popolo. Il secondo concetto è che in Islam il popolo è inteso essenzialmente come co munità dei credenti, quindi come un vincolo di tipo religioso che è diverso da un vincolo di tipo nazionale o territoriale, tipico dell’identificazione di uno stato moderno in Occidente, nel quale si potrebbe parlare di democrazia. Concluderei che se negli stati islamici attuali scarsa è la democrazia liberale, la ragione non è l’Islam in quanto tale, bensì sono le vicende storiche che questi stati, questi paesi, hanno vissuto.

La sfida del dialogo tra Oriente e Occidente, di Giovanni Pellegrino

Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Giovanni Pellegrino. Presidente della Provincia di Lecce

Oriente e Occidente hanno bisogno di comprendersi e di avvicinarsi sempre più, nel nome della storia reciproca e delle comuni prospettive di pace.
Per questo è giusto parlare di “vicino” Oriente, sintesi di un luogo geografico non certo lontano ma anche sintesi di una compenetrazione culturale che appartiene all’Italia, all’Europa e ai popoli del Mediterraneo.

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Auguri al Vicino Oriente

LETTERE Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Riceviamo dal Sindaco del Comune di Otranto:

Caro Direttore, oggi più che mai sappiamo che di fronte alle nuove intolleranze, agli integralismi, alla violenza che ne scaturisce, c’è solo una risposta: dialogo e comprensione. La rivista “Vicino Oriente” offre un contributo fondamentale per analizzare e, quindi, meglio comprendere le questioni che caratterizzano la vita e la cultura di quella particolare area geografica, che si estende dal bacino del Mediterraneo fino al Medio Oriente, fondamentale per gli equilibri di pace internazionale.
E’ per questo che rivolgo a Lei e a tutti i suoi collaboratori un augurio di buon lavoro, affinché, grazie anche a tali iniziative, si possa costruire, con i popoli d’Oriente, un rapporto fondato sulla conoscenza e sul rispetto reciproco.

Luciano Cariddi

Il costruttore di ponti, Alessandra Rizzo Paladini

Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Il Maresciallo Capo Daniele Paladini è morto nel novembre dello scorso anno nella Valle di Pagman, in Afghanistan, a causa di un attentato dinamitardo. Era lì con altri soldati italiani per la cerimonia d’inaugurazione di un ponte appena costruito.
Sua moglie ha donato queste parole alla Fondazione il Vicino Oriente, in occasione del 2° Convegno Internazionale di Otranto “Democrazia e Medio Oriente”.

Se dovessi parlare a mia figlia del suo papà direi “Aveva i capelli neri e gli occhi verdi. Era un soldato e aveva la divisa scura, gli scarponi duri, lo zaino pesante. Un giorno andò in un paese lontano ma non per combattere bensì per ricostruire. Il nostro soldato con gli occhi verdi costruiva ponti.” Qui il racconto che sto immaginando richiede una riflessione: i ponti uniscono. Il soldato – per definizione – esercita il mestiere delle armi. Come spiegare a una bimba di sei anni di un soldato che usava ferro, viti, bulloni tenuti insieme con l’ingegno e il saper fare delle mani? Di un soldato costruttore di ponti? “Il nostro soldato con gli occhi verdi era un costruttore di pace.” Continuerei prima di inanellare i ricordi della nostra vita condivisa. Oggi, a Voi tutti qui, proprio qui ad Otranto, dove il ricordo delle antiche armi non è ancora dimenticato, permettetemi di porgere l’augurio di usare al meglio la Vostra cassetta degli attrezzi affinché le parole siano ferro, viti e bulloni e si facciano dialogo. Affinché il dialogo diventi ponte. Ponte per unire.

Security, governance e development. La comunità internazionale e l’Afghanistan, di Giorgio Battisti

APPROFONDIMENTO Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Giorgio Battisti. Generale di Divisione, Esercito.

Militare L’impegno della Comunità Internazio - nale in Afghanistan è finalizzato ad assistere il legittimo Governo nell’estendere la propria autorità in tutto il territorio e, nel contempo, supportare gli sforzi umanitari e di ricostruzione a favore della società.
L’obiettivo finale è consentire al Governo di pervenire a una sempre maggiore assunzione diretta di responsabilità e, infine, al pieno controllo del paese.

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Operazione Leonte. In aiuto al Paese dei Cedri, di Manlio Scopigno

APPROFONDIMENTO Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Manlio Scopigno. Colonnello Comandante del 186º Reggimento Paracadutisti Folgore.

Soldati Unifil (Libano) Il 13 agosto 2006, la risoluzione 1701 dell’ONU sanciva la cessazione delle ostilità tra l’esercito israeliano e Hizballa, e il conseguente dispiegamento di una forza d’interposizione dell’ONU che sarebbe andata ad accrescere una missione già in loco dal 1978: UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon). Cinque sono i principali compiti della missione militare: controllare il territorio assegnato (una fascia nel sud del Libano che va dal fiume Litani al confine con Israele) affinché rimanga libero da elementi armati; sostenere e coordinare tutte le attività con le Forze Armate libanesi; bonificare la zona dagli ordigni esplosivi; tenere relazioni con le autorità civili legalmente riconosciute dallo Stato libanese; supportare la popolazione locale con un’intensa attività di cooperazione civile e militare.

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L’identità del peacekeeper tra ruoli in conflitto, di Annalisa Galardi

APPROFONDIMENTO Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

È stato detto che “il peacekeeping non è lavoro da soldati ma soltanto dei soldati possono farlo”. Come dire che, nelle missioni di supporto alla pace, l’addestramento tradizionale dei soldati è necessario ma non è sufficiente. La necessità di una preparazione bellica riguarda l’indispensabile capacità di proteggere e proteggersi, di resistere agli stress dovuti a situazioni di elevato rischio e a condizioni ambientali ostiche, in cui il clima è difficile, le infrastrutture e le vie di comunicazione sono scarse e, talvolta, le popolazioni locali manifestano ostilità.

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Turchia in Europa: una sfida per la democrazia, di Yasemin Taskin

APPROFONDIMENTO Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Turchia La democrazia turca aspetta il suo destino nel verdetto della magistratura, dopo la ventilata chiusura del partito del premier Erdogan, accusato di attentare alla laicità dello stato. La Corte Costituzionale fa il suo cammino lento, deciso, con l’intento di conservare intatta la Repubblica laica, nonostante il tentativo del partito al potere di islamizzare la vita sociale.

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Turchia un Paese in crescita economica, di Seyda Canepa

ECONOMIA E MEDIORIENTE Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Istanbul L’economia turca sta attraversando un periodo di marcata espansione, che l’ha portata a diventare la quindicesima economia del mondo e la sesta in Europa. Il paese sta vivendo una fase di importante crescita economica, come dimostra il fatto che nell’ultimo anno il tasso di crescita del prodotto interno lordo si è attestato al 7,4%, sostenuto in maniera particolare dagli investimenti esteri. Il reddito procapite è di 9.333 dollari e colloca la Turchia al cinquantaquattresimo posto nell’apposita graduatoria del Fondo Monetario Internazionale, con un PIL di 663 miliardi di dollari raggiunti nel 2007.

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La promessa del presidente Ahmadinejad portare il petrolio sulla tavola degli iraniani, di Francesco De Leo

ECONOMIA E MEDIORIENTE Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Piattaforma petrolifera TEHRAN – Quasi il 70% delle attuali riserve mondiali di petrolio si trova in Medio Oriente. L’Iran è il quarto paese al mondo per produzione di oro nero, il secondo per riserve possedute.
Attraversare i corridoi quasi deserti della sede centrale del Ministero del Petrolio e dell’Energia a Tehran, fa un certo effetto. Qui è nata 106 anni fa la Grande Società Nazionale del Petrolio, oggi ministero, ed è qui che ci aspetta Ghanimi Fard, direttore esecutivo per gli Affari Esteri, per conversare con il Vicino Oriente.

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IGI: un progetto strategico per l’Italia e l’Europa

ECONOMIA E MEDIORIENTE Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

Mappa ITGI standard Un metanodotto collegherà Italia e Grecia e permetterà di importare il gas dall’area del Mar Caspio e del Medio Oriente

Edison, insieme a Depa (la società di stato greca operativa nel settore del gas), sta sviluppando il progetto IGI per la realizzazione di un metanodotto che collegherà la Grecia all’Italia.

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