Atti del seminario “Sguardi sull’Iran alla vigilia delle elezioni presidenziali” • Anno 1 - Numero 10-11 • Ottobre-Novembre 2008
L’oggetto di cui devo parlare oggi con voi, è quello della rilevanza dell’Iran. Credo che, per molti aspetti, sia un compito facile perché sarebbe difficile sostenere non dico l’irrilevanza ma la scarsa rilevanza di questo paese per il Medio Oriente e per l’ordine mediorientale e, per altri aspetti, invece, è un tema che richiede una trattazione per così dire attenta. Il problema è che l’Iran è sicuramente un attore senza la collaborazione del quale qualunque assetto equilibrato, ordinato, del sistema mediorientale è, non dico irrealizzabile, ma molto difficile e precario. Però le premesse per una concordanza sul tipo di assetto tra l’Iran e gli altri importanti attori regionali ed extraregionali sono molto infelici in questo momento. Dico subito che, come ha detto Francesco De Leo, amiamo tutti molto l’Iran, il suo popolo, la sua cultura raffinata e millenaria, torniamo sempre molto volentieri in questo paese e, sicuramente, tutte le volte che ci sono dei dissapori con l’Iran, sono dissapori che riguardano, da un lato, talune azioni del suo governo e, dall’altro, alcuni dei principi su cui il regime si fonda, principi che rispettiamo ma che non condividiamo in parte o completamente.
L’Iran è uno dei paesi più importanti della regione ed è un paese che ha visto crescere la sua rilevanza attraverso una serie di prove molto dure: la rivoluzione del ’79 innanzi tutto, otto anni di guerra, di aggressione da parte dell’Iraq di Saddam Hussein nel decennio successivo, le due guerre americane - scusate la semplificazione un po’ brutale - le due guerre che diciamo hanno visto coinvolti gli Stati Uniti con l’Iraq di Saddam Hussein nel ‘90/’91 e poi nel 2003 e lo stesso conflitto degli Stati Uniti e della coalizione internazionale nei confronti del regime talebano in Afghanistan. C’è tutta una serie di fatti che hanno portato alla crescita di rilevanza oggettiva dell’Iran. Banalmente perché il regime si è temprato attraverso queste prove che l’hanno visto coinvolto direttamente e perché i principali rivali regionali del paese si sono di fatto indeboliti. Quando parliamo del ruolo dell’Iran occorre fare un minimo di distinzione anche su un’altra questione. Noi spesso sentiamo contrapporsi su questo paese tesi che si autodefiniscono “realiste” con tesi che si autodefiniscono “liberali”, facendo un po’ di confusione. Spesso ciò che viene definito “realismo” in realtà è una specie di buonsenso, una specie di patchwork di luoghi comuni su questo paese. Dico questo perché noi possiamo guardare la politica iraniana in due modi sostanzialmente alternativi: il primo è quello di guardare alla politica iraniana con un approccio realista, considerando l’Iran come un attore esattamente analogo agli Stati Uniti, alla Francia, piuttosto che alla Gran Bretagna, cioè un attore la cui situazione politica interna è sostanzialmente irrilevante per spiegarne la particolarità della politica estera; oppure noi possiamo guardare alla politica iraniana nel Medio Oriente con un approccio liberale, per cui il tipo di regime di un paese fa la differenza sia nella sua politica interna sia nella sua politica estera. Vi accorgerete da soli che spesso nel dibattito mediatico italiano questi termini sono usati esattamente in maniera opposta.
In ogni caso, se andiamo a guardare quello che è l’esito dalla politica estera iraniana di questi anni possiamo constatare una forma di oscillazione tra qualcosa che, molto sinteticamente, definirei uno “zelo rivoluzionario”, cioè la politica estera di un regime affermatosi con la rivoluzione che tende a rimodellare la visione del mondo e il mondo circostante in base ai principi della rivoluzione stessa, e, all’estremo opposto, a una sorta di pragmatismo. Due registri molto diversi che si alternano ma che in realtà, più che alternarsi, si confondono, si intrecciano, sono compresenti nello stesso periodo storico e praticati della medesima dirigenza politica. Questa premessa su “realismo” e “liberalismo” non è un vezzo accademico, ma ci consente semmai di inquadrare più correttamente l’oggetto della nostra riflessione, perché se c’è un paese che sfida le nostre categorie concettuali e quindi anche i nostri approcci teorici e la coerenza tra le premesse e le conclusioni del nostro ragionamento, ebbene questo paese è l’Iran. Li sfida in base a quella complessità e flessibilità costituzionale che pri ma il video di Fran cesco De Leo credo abbia ben mostrato.
L’Iran è un sistema costituzionale molto difficile da interpretare, in cui chi decide che cosa non è fissato una volta per tutte e, come poi vedremo, chi decide che cosa dipende, molto più di quanto accada in ogni sistema politicoistituzionale, anche dalla personalità, dal peso politico di chi ricopre una determinata carica. Quindi siamo di fronte a un sistema politico che, per alcuni aspetti ci appare un sistema monolitico, mentre non lo è affatto. Come molti altri sistemi politici, certo, e però con una maggiore difficoltà nella possibilità di individuare la sua corretta chiave d’interpretazione, rispetto a quanto normalmente avviene per i paesi con cui ci ritroviamo a trattare abitualmente.
All’interno di questo quadro, che spero di avere quanto meno abbozzato, possiamo notare una straordinaria continuità della politica estera iraniana, anche se purtroppo su alcuni aspetti che non sono per noi quelli di più facile trattazione: cioè una continuità della politica estera iraniana che riguarda dossier sui quali la divisione rispetto ai paesi occidentali è una divisione importante. Ne cito tre: il primo, il più importante dal mio punto di vista, è il rifiuto della presenza israeliana. Un rifiuto la cui gravità è, come vedremo, molto difficile da valutare, in quanto minaccia puntuale, proprio per la vischiosità del sistema interno, ma che però resta un elemento forte di contrasto. Il secondo è l’ostilità nei confronti degli Stati Uniti e, come vedremo brevemente, dei tre elementi di continuità questo è paradossalmente quello per molti aspetti più scalfibile. L’ostilità nei confronti degli Stati Uniti è grave perché il sistema mediorientale è un sistema certamente molto fragile, con tutta la sua instabilità presente, ma resta pur sempre ancora un sistema del cui ordine gli Stati Uniti sono i principali garanti. Un garante che fa fatica a garantire, ma sostanzialmente non ce ne sono altri, per cui se dovesse saltare il “perno” americano la stagione che si aprirebbe sarebbe caratterizzata da un disordine che assai difficilmente potrebbe ridursi senza esplosioni di violenza gravi, prolungate e contagiose. E infine, il terzo elemento di continuità della politica estera iraniana, è il sostegno a Hezbollah, quindi alla milizia sciita libanese, nata quasi contestualmente alla rivoluzione iraniana su input iraniano e poi sviluppatasi per sue dinamiche interne. Anticipo questo che sarà poi il punto su cui vorrei concludere: vi invito a ricordare che Siria e Hezbollah sono gli unici stabili alleati dell’Iran nella regione e, potremmo dire, nel mondo. Questo per sottolineare la rilevanza strategica di questi due attori, degli unici due alleati dell’Iran. Diciamo che questo isolamento iraniano ha accentuato quello che è stato una sorta di complesso di accerchiamento di questo paese, complesso legato da un lato alle sue lunghe vicende storiche di cui poi credo nel pomeriggio avrete modo di parlare diffusamente, e dall’altra al regime rivoluzionario istituito dall’Imam Khomeini e dalla difficoltà che questo regime ha avuto a confrontarsi con, e ad essere accettato dai propri vicini.
Il Medio Oriente dall’altra parte è un sistema molto instabile. L’Iran non è la fonte dell’instabilità mediorientale. Potremmo dire che il sistema mediorientale è un sistema instabile dalla nascita, da quando abbiamo iniziato a chiamarlo Medio Oriente, dopo la sconfitta dell’impero ottomano e i conseguenti tentativi di sistemazione di quello spazio che prima, bene o male, era tenuto in ordine dalle autorità di Istanbul. Ebbene, il Medio Oriente da allora è un sistema che è andato progressivamente, di provvisorietà in provvisorietà, a riprodurre stati d’ordine dall’energia sempre minore, quasi, se mi permettete di usare questo termine, quasi in maniera entropica, quasi un insieme di entropia e omeostasi: cioè un sistema che, mentre perde energia continuamente, ciclicamente si rimette sempre in equilibrio, ma assestandosi su un equilibrio dalla qualità sempre inferiore, e in questo dimostrando di possedere una straordinaria vischiosità. Se guardate la cartina del Medio Oriente, potete constatare con facilità come essa sia praticamente la stessa cartina disegnata dopo la prima guerra mondiale con la rilevante, rilevantissima, eccezione della costituzione dello stato di Israele.
Di provvisorietà in provvisorietà, il Medio Oriente è passato sostanzialmente indenne attraverso la guerra fredda. È stato uno dei sistemi in realtà meno toccati dalle logiche della guerra fredda, che ha mantenuto le sue dinamiche interne in tutto quel lungo periodo. E però, dagli anni ’70, è stato un sistema capace di influenzare il sistema politico internazionale nel suo complesso attraverso due fatti che si legano ambedue all’era contemporanea. Il primo è la guerra del Kippur del ’73, cioè la guerra araboisraeliana e l’embargo petrolifero. L’embargo petrolifero è la prima manifestazione con la quale la politica mediorientale condiziona la politica internazionale, modifica un asset del sistema politico globale per logiche che sono interne alle dinamiche regionali. Il secondo fatto è la rivoluzione iraniana del ’79, con la sua capacità di proporre un modello politico alternativo a quello occidentale. Non ci interessa discutere se migliore o peggiore, tutto è relativo rispetto agli occhi di chi guarda, ma sicuramente il modello khomeinista è il primo modello che fonda la legittimazione politica su categorie “altre” rispetto a quelle che sono le tradizionali categorie occidentali. Sottolineo soltanto che la Cina, quindi non esattamente un paese dalla scarsa o recente cultura politica, era tornato a essere un paese indipendente avvalendosi del marxismo-leninismo. Certo, poi reinterpretandolo in salsa cinese, ma utilizzando gli strumenti tipici di un prodotto squisitamente occidentale come la filosofia marxista.
Quest’ordine, dopo la caduta del Muro di Berlino, diventa un ordine “quasi egemonico”. Se andiamo a guardare su cosa si basa l’ordine mediorientale dopo il 1989/90 vediamo che esso appoggia essenzialmente su tre dati di fatto: la supremazia militare di Israele, la garanzia degli Stati Uniti rispetto agli equilibri regionali e il fatto che l’Arabia Saudita sostanzialmente finanzia quest tipo do sostemazione. Oggi tutti e tre questi elementi sono punti di appoggio instabili. Dopo la guerra del Libano del 2006, la supremazia militare di Israele, intesa come la sua capacità di dissuadere chiunque dall’attaccarlo, non c’è più. nella La garanzia degli stati Uniti è una garanzia che attualmente è svalutata tanto quanto sono svalutate le azioni di molte banche americane a Wall Street. Le cose, in Iraq e in Afghanistan, semplicemente non sono andate come gli americani pensavano e l’Arabia Saudita che, se vi ricordate, dopo il 2001 era appesa a un filo, è un attore oggi molto più forte di cinque-sei anni fa ed è un attore che ha una sua politica nel Medio Oriente che non coincide necessariamente con la politica americana. Basta guardare l’enorme mole di interventi fatti dai sauditi in Libano in questi anni. L’Arabia Saudita è talmente forte oggi da essersi permessa di incontrare gli iraniani senza esserne così impaurita, come lo era ancora nel recentissimo passato.
Allora, quando pensiamo al ruolo dell’Iran nello scenario mediorientale, dobbiamo farlo a partire da queste premesse che sono premesse complicate. Ma occorre anche farlo tenendo conto di un altro fatto credo singolare. In tutta la regione mediorientale il mondo arabo è largamente maggioritario, e però i tre stati più solidi della regione non appartengono al mondo arabo: Iran, Israele e Turchia. Sono tre stati in qualche misura “tangenziali” rispetto al Medio Oriente, che lo “racchiudono”. Certo, Israele è al centro della regione dal punto di vista geografico ed è spesso rappresentato come l’epicentro simbolico della turbolenza dell’area, ma dal punto di vista dei rapporti con chi gli sta intorno, se fosse su Marte sarebbe la stessa cosa, per non dire che avrebbe forse rapporti più semplici con i suoi “vicini” così davvero “lontani”. E, com’è noto, la leadership iraniana manifesta pensieri di questo tipo con eccessiva frequenza, e li esprime anche in maniera talvolta pittoresca. L’Iran in fondo chiede il riconoscimento di questo dato di fatto: implicitamente dice “noi, insieme alla Turchia e a Israele, siamo i tre paesi più importanti dell’area, i paesi che se non si mettono in sistema in qualche modo rendono impossibile qualsiasi forma di equilibrio, e molto difficile e costoso da mantenere qualunque tipo di ordine”.
Per usare un’espressione tipica e ricorrente della retorica iraniana, l’Iran chiede di essere trattato come gli altri paesi. D’altra parte, la comunità internazionale non tratta l’Iran come un paese normale. E quando l’Iran chiede di essere trattato come gli altri, perché evidentemente ritiene di non essere trattato come gli altri, ha ragione, e ciò è platealmente chiaro sulla questione nucleare, cioè il quarto dei dossier che separano aspramente Tehran dalle capitali occidentali. Sul nucleare, non c’è dubbio che l’Iran stia assolvendo al momento alla gran parte delle richieste che sia l’agenzia nucleare sia la comunità internazionale avanzano. Le sue violazioni rispetto agli altri paesi sono minori e riguardano prevalentemente il passato, la volontà di non fare chiarezza sulle pregresse attività nucleari, quelle realizzate prima che l’AIEA identificasse l’Iran come un paese dotato di un programma nucleare clandestino. Non abbiamo nessuna prova certa di uno sviluppo nucleare iraniano che comprenda un programma militare. Non abbiamo prove documentate, ma abbiamo una serie di sospetti, abbiamo una serie di reticenze e, ed il problema fondamentale, nutriamo una radicata sfiducia nei confronti delle autorità iraniane su questo dossier: abbiamo cioè un grave problema di distrust. Il paradosso è che noi non siamo tanto preoccupati del fatto che gli iraniani abbiano già qualche tonnellata di uranio eccessivamente arricchito nascosto da qualche parte o addirittura qualche bomba atomica imboscata in qualche sito segreto. Ciò che noi temiamo davvero è che una volta che saranno in grado di fare quello che noi temiamo possano fare, gli iraniani lo faranno e né noi né nessun altro sarà più in grado di impedirlo. È questo a rendere il problema del nucleare iraniano così complicato. Una visione dell’ordine, una visione di quello che dovrebbe essere l’ordine mediorientale ottimale secondo Teheran che ci preoccupa, e la sfiducia rispetto a quello che l’Iran sta combinando in campo atomico.
Quando gli iraniani ci chiedono: “come si fa a essere trattati come un paese normale?” La nostra risposta è, o dovrebbe essere, molto chiara e semplice: “ci si comporta come un paese normale”. E’ invece proprio questo doppio standard iraniano, questa compresenza di zelo rivoluzionario, da una parte, e di pragmatismo, dall’altra, che rende difficile per noi valutare in che misura i segnali talvolta gravi e preoccupanti che vengono da Teheran fanno parte della retorica politica locale che è più “colorita” persino della nostra, oppure, invece, manifestano delle politiche, e non solo delle scelte retoriche. Il caso cui alludo è quello delle sistematiche e ricorrenti minacce lanciate contro lo stato di Israele. Viene sovente osservato che ciò che il presidente Ahmadi nejad sostiene a proposito di Israele (in particolare del fatto che sarebbe auspicabile che venisse cancellato dalle mappe geografiche del Medio Oriente), non dovrebbe essere preso in maniera troppo letterale. Capirete bene che dal punto di vista israeliano, l’esperienza storica novecentesca rende difficile “non prendere troppo alla lettera” certe minacce. Soprattutto perché l’ultima volta che non sono state prese alla lettera altre minacce al popolo ebraico, sapete bene come è andata a finire. Da una parte, oltretutto, c’è anche la legittima preoccupazione che un simile furore anti-israeliano possa essere difficile da limitare, da modificare. Dall’altra, c’è il sospetto che il furore anti-israeliano sia uno strumento insostituibile al servizio di un progetto politico importante, ovvero il cercare di ottenere la leadership all’interno del mondo islamico mediorientale nonostante il fatto che l’Iran non sia un paese arabo, nonostante il fatto che l’Iran non sia un paese sunnita, nonostante il fatto che questo tipo di regime iraniano (che fonda la sua legittimità proprio sulla religione in una zona del mondo in cui il rapporto tra regime politico, religione e legittimazione dell’autorità è delicato e irrisolto) possa in quanto tale mettere in difficoltà tutti gli altri regimi della regione.
E d’altra parte, se è vero che Siria e Hezbollah sono gli unici due alleati dell’Iran nella regione, e quindi hanno agli occhi iraniani un’importanza che va al di là del loro valore oggettivo, è difficile immaginare che l’Iran possa mutare il proprio atteggiamento concretamente anti-israeliano di fronte al rischio che ciò possa comportare il deterioramento del rapporto con Siria ed Hezbollah, i quali potrebbero infatti riconsiderare i vantaggi e gli svantaggi di un’alleanza strategica con un Iran che non fosse più disposto a collaborare attivamente contro il “comune nemico sionista”. Tutto ciò ci fa ritenere che, accanto a tutte le considerazioni anche condivisibili che si fanno sull’uso retorico dell’odio antiisraeliano, ci siano elementi oggettivi che rendono difficile il passare oltre questa fase. Ed è ancora più difficile che ciò avvenga se si tiene conto che, come ha mostrato bene il video di Francesco De Leo che, nel suo garbo istituzionale evidenzia le contraddizioni senza affondare il coltello nella piaga, a Teheran è in atto un aspro scontro di potere, e la prossimità di elezioni non consentirà di abbassare la retorica politica dell’accerchiamento. Perché il presidente Ahmadinejad, che è un attore importante del sistema politico iraniano e non un “dilettante allo sbaraglio”, lega buona parte delle sue fortune al mantenimento di un clima di “mobilitazione rivoluzionaria”: non solo perché è esponente di quell’ala dello schieramento che è più vicina allo zelo rivoluzionario, per cui le sue quotazioni crescono se lo zelo resta alto. Ma anche perché poi questa politica gli ha dato non poco successo.
L’indicatore di questo successo è la rilevanza della questione nucleare. La questione nucleare è entrata ormai come punto concretamente intangibile all’interno dell’agenda politica iraniana. Non se ne può venire fuori. Se qualcuno pensa che l’Iran possa fare con il nucleare come ha fatto la Corea, cioè scambiandolo con qualche cos’altro, usare il nucleare come bene strumentale per ottenere altro, credo che si sbagli per una ragione fondamentale. A parere della comunità internazionale, la Corea non aveva alcuna rilevanza strategica nella sua regione. L’Iran, pur con tutto il suo isolamento, è un attore importante dell’ordine mediorientale, il valore politico delle cui azioni è cresciuto egli ultimi anni. Molti nel mondo arabo direbbero: “i persiani sono tornati sulle sponde del Mediterraneo come ai tempi di Ciro”, e per l‘Iran la capacità nucleare, foss’anche vero che venisse limitata alle applicazioni civili, è il riconoscimento concreto del suo status di grande potenza regionale, al pari di Israele e della Turchia. Per Tehran il nucleare è lo strumento senza il quale l’obiettivo politico del riconoscimento internazionale del proprio ruolo è impossibile da conseguire: e quindi è molto difficile che gli iraniani possano rinunciare al nucleare, barattandolo con qualche cosa che sia diverso da questo obiettivo così ostinatamente perseguito.
Si sente spesso dire che Ahmadinejad goda di poco consenso, e ne abbia perso parecchio negli ultimi 12 mesi, che la situazione di politica ed economica interna è diventata disastrosa sotto la sua conduzione; ma la sensazione è che Ahmadinejad abbia aumentato il suo potere nei punti nevralgici di decisione all’interno del sistema politico iraniano. Ahmadinejad ha imposto le dimissioni al negoziatore sul nucleare israeliano che era spalleggiato dalla Guida Suprema. Ha imposto questo nei fatti, sostanzialmente. È riuscito a fare ciò perché, grazie alla sua personalità indubbiamente forte, ha riempito di peso politico la funzione che ricopre, dilatando le competenze della Presidenza su gran parte delle materie relative alla sicurezza e alla politica estera.
In una bella intervista rilasciata da Rafsanjani a “Trenta giorni”, era spiegato con dovizia di particolari come il Consiglio del Discernimento abbia aumentato il suo potere proprio da quando a ricoprirne la presidenza è arrivata una persona dael peso politico, del carisma e dell’autorità di Rafsanjani. Ahmadinejad, in maniera diversa ma analoga (cioè non esitando a dimostrare di essere disposto anche a utilizzare la forza di padsdaran e basiji, qualora si rendesse necessario), ha fatto la stessa cosa con l’ufficio della Presidenza iraniana, aumentando il peso della Presidenza, e avocando a sè tutte le questioni che riguardano la sicurezza. E questo credo che sia un enorme elemento di difficoltà, oggi, per chi cerca il modo di potersi muovere verso l’uscita dalla pericolosissima posizione di stallo in cui siamo sulla questione nucleare. Dico “pericolosissima” perché dal punto di vista interno al paese, l’Iran persegue un progetto nucleare, diciamo pure civile, mentre dal punto di vista della politica estera, persegue un accrescimento del proprio ruolo nella regione, e le cose negli ultimi anni gli sono andate bene, anche per gli errori commessi dagli altri, a cominciar dagli Stati Uniti.
Come si sa, il successo è spesso un pessimo consigliere perché, mentre i fallimenti ci costringono a rivedere la nostra strategia per individuare gli eventuali errori commessi, quando le cose ci vanno bene siamo inevitabilmente propensi a pensare che se ci è andata bene una volta ci andrà bene due, poi tre, poi quattro: cioè finiamo per pensare che i problemi si risolvono sempre alla stessa maniera (la nostra), perché alla fin fine i problemi, per il solo fatto che siamo sempre noi ad affrontarli, siano sempre uguali. Cosa che evidentemente non è. Non c’è dubbio che la comunità internazionale sul caso iraniano sia divisa, al contrario di quanto non sia stata nel caso del nucleare coreano.
Intendiamoci molto bene. Nessuna grande potenza guarda con gioia all’ipotesi anche remota di una proliferazione nucleare, tanto più in Medio Oriente, dove, tra quelli che si sa che l’hanno e quelli che si pensa che l’abbiano, di nucleare ce n’è fin troppo. Ma ci sono due diverse valutazioni che si vanno delineando sulla questione. Da un lato, alcuni giocatori ritengono che la partita sia già sostanzialmente chiusa, per cui tanto vale pensare alle conseguenze, al dopo. Dall’altro, ci sono attori che invece pensano si possa ancora impedire questo passaggio. Capite che la differenza di punti di vista porta a politiche diverse e a una certa schizofrenia nell’appoggio a questa o quella politica. Ma poi c’è la sensazione che Cina e Russia, in particolare, abbiano un interesse concreto a fare sì che il cerino resti nella mano degli americani il più possibile, fino a quando gli americani finiranno di bruciarsi le dita che hanno già iniziato a bruciacchiarsi in Iraq e in Afganistan. Con l’idea, certo, che poi si debba arrivare a una soluzione, ma con il rischio che il coordinamento tra giocatori che cercano di trarre il massimo vantaggio insieme dalla situazione che devono affrontare insieme risulti estremamente difficile e costoso. Questo insieme di cose rischia di facilitare, a mio avviso, gli errori di calcolo da parte del Presidente Ahmadinejad, che potrebbe sopravvalutare la divisione della comunità internazionale, farci troppo affidamento, e alla fine ritrovarsi, e noi con lui, in un tragico cul de sac.
A questo punto lasciatemi fare una precisazione, che ritengo sostanzialmente pleonastica, ma forse politicamente opportuna. Non esiste una soluzione militare al dossier nucleare iraniano. Non è possibile fermare militarmente l’Iran. Sarebbe un disastro. Però attenzione: noi diciamo questo non sentendoci minacciati da un Iran nucleare, ipotizzando che la cosa richieda tempo e sia, tutto sommato, lontana. Ma c’è qualcuno nella regione che, giusto o sbagliato che sia, si sente minacciato dall’ipotesi di un Iran nucleare, anche perché ripeto, il Presidente della Repubblica lascia intendere che Israele è un problema sostanziale, che sarebbe meglio non ci fosse.
Gli israeliani sono persone che vivono in una regione che non li ama e, per alcuni aspetti, Israele è molto simile all’Iran nel suo malposizionamento rispetto ai vicini. In fondo, se ci pensate, l’Iran è il secondo peggior candidato all’egemonia regionale, cioè a a una leadership anche accettata, e non solo temuta o imposta.. Dopo gli israeliani, gli iraniani sono infatti i più diversi da tutti gli altri. Io credo che se Israele dovesse arrivare alla convinzione che è impossibile evitare un Iran nucleare il grosso rischio nascerebbe dal fatto che a Tel Aviv iniziassero a pensare che ciò che non si può impedire, magari si può però ritardare, procrastinare nel tempo, spostare di qualche anno, poi si vedrà. È questo il vero rischio che corriamo tutti insieme e credo che questo sia il motivo per cui, fermo restando tutte le difficoltà che ho cercato di illustrare molto brevemente, l’amore per l’Iran e per il suo popolo e la convinzione che il Medioriente sarà più stabile quando l’Iran sarà completamente accettato in quella regione così come Israele, si deve sfruttare ogni giorno utile per cercare spiragli per rassicurare i nostri amici israeliani che c’è ancora un po’ di tempo, e per consentire che altre classi dirigenti dentro l’Iran vengano alla luce e si rafforzino, per costruire delle ragioni che tengano conto della sicurezza anche di Israele. Grazie per l’attenzione.

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