Atti del seminario “Sguardi sull’Iran alla vigilia delle elezioni presidenziali” • Anno 1 - Numero 10-11 • Ottobre-Novembre 2008
Io credo che nell’analizzare la situazione dei rapporti tra l’Iran e la Comunità Internazionale, o la Comunità Occidentale se preferiamo, bisogna partire da un dato di fatto, cioè che sono stati fatti molti errori. Secondo me c’è un concorso di colpa, una somma di errori negli ultimi anni, che ha portato a uno stallo chiaro ed evidente, in questo momento apparentemente senza speranza. Tuttavia penso che proprio in questo momento, o da qui ai prossimi mesi, ci siano tutti gli elementi per provare a ripartire e per provare a ricostruire un dialogo nuovo tra l’Occidente e l’Iran.
Si dice sempre che per risolvere la grande matassa aggrovigliatissima della situazione mediorientale, del grande Medioriente, bisogna prima di tutto sciogliere il nodo israelo-palestinese. Credo che questo sia vero solo in parte, perché in realtà sono due i nodi principali da sciogliere: uno è sicuramente il nodo israelo-palestinese, ma l’altro è proprio il dialogo con l’Iran. Le due cose sono evidentemente collegate, ma spesso si tende a mettere in un angolo il dialogo con l’Iran e concentrarsi esclusivamente sull’altra questione; mentre l’Iran è un grande paese di questa regione, un paese - è stato detto qui a più riprese - con una grande storia, una rilevante tradizione culturale, un’importante tradizione politica e di rapporti internazionali, dalla quale non si può prescindere nel momento in cui si cerca un dialogo complessivo e più generale nella regione mediorientale. La percezione che si ha da parte iraniana è sicuramente negativa, proprio perché fino a oggi questo ruolo di attore importante nel Medioriente non è stato riconosciuto dalla comunità Occidentale, per la quale - come è stato giustamente detto qui in più interventi - l’Iran spesso è semplicemente messo sul banco degli accusati per il nucleare, per le centrifughe, per l’arricchimento dell’uranio, ma non c’è questo tentativo di cominciare un dialogo più aperto. La percezione dell’Iran è quella sicuramente di un doppio standard, come ha detto l’Onorevole D’Alema. C’è un trattato internazionale che regolamenta l’uso del nucleare militare che, dal punto di vista di Teheran, è considerato sostanzialmente ingiusto. Ma al di là di questo, nella stessa regione ci sono altri paesi come il Pakistan, che è l’unico grande paese islamico ad avere l’arma nucleare, c’è l’India con la quale gli Stati Uniti in questi giorni stanno mettendo a punto e definendo in maniera formale un trattato di cooperazione nucleare civile. C’è Israele che ha di fatto l’arma nucleare, quindi da parte iraniana c’è sicuramente una percezione del doppio standard. L’Iran è di fatto rimasto l‘unico paese a far parte degli stati canaglia dell’asse del male, espressione coniata a più riprese dai vari presidenti americani. Via via prima l’Iraq, poi l’Afghanistan, adesso anche la Corea del Nord ne sono usciti; è di fatto rimasto soltanto l’Iran con alcune organizzazioni con le quali collabora, ad esempio Hezbollah, in Libano, e Hamas, nei territori palestinesi. Questo spiega perché l’approccio di Teheran a questo dialogo sia molto fermo, a volte anche provocatorio, perché l’Iran non si sente rispettato in quello che ritiene sia il suo ruolo. E questo è sicuramente un errore che l’Occidente ha fatto e che la Comunità Internazionale continua a fare. Certo, Teheran non è esente da errori, anche molto gravi. E l’Iran ha, indiscutibilmente, le sue colpe. Certamente non ha avuto un approccio corretto ai negoziati con la AIEA, probabilmente ha mentito a più riprese e sta probabilmente modificando alcuni suoi missili a lunga gittata che potranno presumibilmente arrivare fino a Israele; sta sicuramente andando avanti con il suo programma nucleare e inoltre il suo leader, presidente Ahmadinejad, non perde occasione per dire che Israele deve sparire dalle mappe, dalle cartine geografiche, e continua anche a negare l’olocausto. È chiaro che questo non si può fare e non si deve fare, non è accettabile, e quindi sono giuste tutte le condanne ferme che vengono verso l’Iran quando Ahmadinejad fa affermazioni di questo tipo. La scorsa settimana il presidente iraniano è stato all’ONU e dal podio del palazzo di vetro di New York ha ripetuto che Israele deve sparire dalle mappe per poi dire cinque minuti dopo che l’Iran vorrebbe entrare nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, un’organizzazione internazionale di cui Israele fa parte. Quindi questi atteggiamenti iraniani sono quanto di più lontano ci possa essere da un dialogo costruttivo con la Comunità Occidentale e con la Comunità Internazionale. Sono circa sei anni che la AIEA , l’agenzia dell’Onu per l’energia atomica, sta portando avanti i suoi negoziati con l’Iran sul dossier nucleare e soltanto pochi giorni fa in un comunicato ufficiale ha affermato che non è in grado di stabilire la vera natura del nucleare iraniano. Dopo sei anni ancora la AIEA non ha le idee chiare sul nucleare iraniano. Sicuramente c’è una responsabilità iraniana, ma sicuramente c’è qualcosa che non funziona anche da parte occidentale nel modo in cui questo negoziato è stato portato avanti perché, è vero che le situazioni sono diverse, però l’approccio che c’è stato invece con la Corea del Nord è stato più dialogante, più comprensivo. La Corea del Nord, se ricordate bene, ha centrali nucleari, militari, ha missili di lunga gittata eppure con la Corea del Nord l’approccio dell’AIEA e l’approccio complessivo della Comunità Internazionale è stato diverso. C’è poi il “cinque più uno” che è tutto un discorso a parte. Il “cinque più uno” è l’organismo occidentale che negozia con l’Iran e il dossier sul nucleare; è composto dai cinque paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania; è un gruppo di potere che difende se stesso. La Germania per esempio, con tutto il rispetto per la diplomazia tedesca, vede in questo sestetto una possibile nuova formazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Per quanto riguarda gli altri cinque, ci sono due membri del Consiglio di Sicurezza che sono Russia e Cina, che difendono le condizioni iraniane e di fatto ogni volta che si è andati in Consiglio di Sicurezza, dove i cinque devono dare il loro parere favorevole, per decidere sanzioni contro l’Iran si è sempre arrivati a compromessi che non hanno di fatto portato a sanzioni effettive ed efficaci. La guerra in Georgia dell’agosto scorso ha, se possibile, peggiorato la situazione perché la Russia e l’Occidente, e in particolare la Russia e gli Stati Uniti, sono ormai su fronti contrapposti, non si parlano e appena possono volentieri litigano; alla sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU della scorsa settimana non sono andati né il Presidente Medvedev né il primo ministro Putin, ma hanno mandato il Ministro degli Esteri Lavrov che per prima cosa ha fatto annullare la riunione del cinque più uno che doveva parlare di Iran. Alla fine della settimana poi in qualche modo la riunione si è tenuta, doveva decidere nuove sanzioni, ma per il veto di fatto della Russia e in parte della Cina, non ha deciso nuove sanzioni, quindi c’è stata una nuova riunione del cinque più uno che non ha deciso nulla, ha semplicemente ribadito i concetti già espressi in mille inutili risoluzioni dei mesi precedenti. Quindi siamo a un punto morto del negoziato con muri contrapposti, con un dialogo inesistente per le ragioni che ho cercato di spiegare. Sono passati sei anni e non c’è stato un passo avanti concreto degno di essere menzionato in questa nostra riunione. Quindi, abbandoniamo le speranze? Io credo di no, credo proprio che in questo momento in cui tutto sembra nero, ci siano invece delle possibilità per rilanciare il dialogo con l’Iran. Questo perché da qui ai prossimi mesi ci saranno alcuni avvenimenti che possono cambiare lo scenario, cambiare le tessere del mosaico: cambieranno sicuramente molti dei protagonisti che sono responsabili di questo stato di cose. Ci saranno le elezioni negli Stati Uniti il 4 Novembre, il nuovo presidente americano si insedierà alla Casa Bianca il prossimo 20 Gennaio, noi non sappiamo ancora chi sarà, ma sicuramente possiamo dire che non sarà George Bush che, secondo molti analisti e molti commentatori, ha avuto un ruolo importante nell’indurire il rapporto con l’Iran. Ci sarà una nuova leadership israeliana, e Israele è molto importante naturalmente in questo frangente; ci sarà il nuovo Primo Ministro, potrebbe essere l’attuale Ministro degli Esteri Livni che sta provando a fare un nuovo governo dopo le dimissioni di Olmert. Ci sarà un nuovo presidente iraniano il prossimo giugno, potrebbe essere un riformista, potrebbe essere Khatami se deciderà di coagulare intorno a sé i consensi dei riformisti; potrebbe essere di nuovo Ahmadinejad se verrà confermato, ma potrebbe essere un Ahmadinejad diverso, con un nuovo mandato, con un nuovo scenario, con nuovi interlocutori. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la posizione di Barack Obama è stata enfatizzata secondo me in maniera poco corretta, la sua posizione è molto più dura di quella che si possa credere; è stato dato molto rilievo alla sua proposta di dialogo aperto con l’Iran e McCain lo ha molto criticato. In realtà Obama ha sempre condannato in maniera durissima tutte le affermazioni di Ahmadinejad su Israele, non poteva essere altrimenti, ma ha anche detto che Teheran è una minaccia e che lui sarà pronto dalla Casa Bianca a usare la forza militare. Ma al di là di chi vincerà le elezioni, che il nuovo presidente americano sia Obama o sia McCain, indubbiamente io credo che il prossimo presidente dovrà per forza cambiare l’approccio americano verso l’Iran per una serie di motivi abbastanza chiari. Bush non lo ha potuto fare perché avrebbe rinnegato la sua politica, ma il prossimo presidente potrà e dovrà farlo. Il prossimo presidente americano avrà tre patate bollenti: una sarà l’Iraq da dove dovrà di fatto iniziare il ritiro militare, più o meno veloce se vincerà Obama o McCain; dovrà rafforzare la presenza militare in Afghanistan e studiare una nuova politica generale sull’Afghanistan visto che adesso questo è il vero problema da. E poi è arrivato l’ultimo macigno della crisi finanziaria che indubbiamente prenderà energie e tempo al nuovo presidente americano, quindi non credo che il nuovo inquilino della Casa Bianca avrà voglia di impelagarsi in un nuovo conflitto con l’Iran, ma credo che invece troverà il modo di risolverlo. Credo che l’Iran dovrà essere in grado di cogliere questa occasione, questa nuova possibilità di dialogo. C’è una crisi economica molto forte in Iran, ci sono problemi interni, non ci sono più investimenti internazionali in seguito alle sanzioni. Io credo che la leadership iraniana potrebbe prendere in considerazione un nuovo approccio nei confronti della Comunità Occidentale. L’unica incognita vera è Israele. In tutto questo noi dobbiamo capire la percezione e i timori che ha Israele. È stata evocata la possibilità di un attacco militare. Gli americani stanno mettendo un radar in questi giorni nel deserto del Negev, ci sono state esercitazioni aeree a più riprese da parte dell’aeronautica militare israeliana. Questo è un po’ in contrasto con l’atteggiamento israeliano. Quando attaccarono nell’’81 una centrale in Iraq o quando hanno attaccato più recentemente in Siria non hanno fatto molta pubblicità, ma attaccare l’Iran credo che sarebbe una cosa diversa. Obama ha detto: “se le sanzioni falliranno sono convinto che Israele attaccherà”, Olmert ha detto: “la prima bomba atomica israeliana potrebbe essere pronta tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010”. Il Capo di Stato Maggiore ha detto: “dobbiamo prepararci a tutte le opzioni” e un suo collaboratore ha detto: “siamo vicini a un punto di non ritorno” e quando parla un Capo di Stato Maggiore Israeliano non parla mai per caso, bisogna sempre stare attenti a quello che dicono i militari Israeliani. Quindi, bisogna fare presto perché io sono d’accordo con quello che è stato detto da molti, che l’attacco militare non ha senso, non risolverebbe la situazione, potrebbe portare qualche anno in più di tempo a Israele, ma se non c’è una soluzione politica, il problema continuerà a ripresentarsi progressivamente fino a quando non sarà più risolvibile. Questo è il motivo per il quale i nuovi leader, americano, iraniano, israeliano, dovrebbero provare a cogliere questa nuova opportunità, un nuovo scenario, presentarsi con nuove idee e nuova voglia di dialogo sul dossier nucleare, mettere a posto le nuove tessere del mosaico perché l’attuale mosaico è assolutamente incomprensibile.

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