IL FATTO • Anno 1 - Numero 10-11 • Ottobre-Novembre 2008
Ci vorrà un po’ di tempo e non sarà facile, perché niente è mai facile in Medio Oriente. Ma molte cose sono destinate a cambiare nella regione e molti degli attuali fragili equilibri verranno sostituiti da un nuovo ordine di relazioni. È la conseguenza di una serie di cambiamenti ai vertici di alcuni tra i maggiori paesi protagonisti nella regione, dagli Stati Uniti a Isarele, fino ad arrivare all’Iran. In particolare, l’elezione di Barack Obama ha aperto la strada a previsioni di grandi cambiamenti, anche in alcuni dei principali dossier di politica estera. E, tra questi, ovviamente c’è il Medio Oriente.
C’è però da dire che questi cambiamenti - destinati sicuramente ad arrivare alla luce delle grandi differenze nelle posizioni di George W. Bush e Obama - non giungeranno dall’oggi al domani. Sbaglia chi pensa che Obama in poche settimane rivoluzionerà la politica estera della precedente amministrazione. Do vrà infatti fare i conti con situazioni difficili sul terreno e con impegni politici e diplomatici che non potrà disconoscere in poco tempo. Per vedere la dottrina Obama svilupparsi pienamente in Me dio Oriente ci vorrà un po’ di tempo.
Molte cose sono destinate a cambiare nel Vicino Oriente, molti dei fragili equilibri che hanno governato i rapporti tra gli attori dello scenario mediorientale verranno sostituiti da un nuovo ordine di relazioni. Questo è l’inevitabile destino della regione alla luce di una serie di mutamenti ai vertici di alcuni tra i maggiori paesi protagonisti nella regione, a cominciare dall’insediamento alla Casa Bianca del nuovo inquilino, il 20 gennaio.
L’arrivo di Barack Obama ha aperto, in effetti, la strada a previsioni di grandi cambiamenti, non solo per quanto riguarda la politica interna americana e la crisi economica globale, ma anche per alcuni dei principali dossier di politica estera.
Tra questi ovviamente c’è il Medio Oriente con tutti i suoi problemi che si trascinano da qualche decennio. Nuove occasioni e nuovi scenari quindi non solo per l’annoso conflitto israelo-palestinese, ma anche per l’Iraq e il ritiro dei soldati Usa, l’Iran e il dossier nucleare, l’Afghanistan e il varo di una nuova, forte strategia verso quella che sta diventando una delle priorità per la nuova amministrazione Usa nella lotta al terrorismo.
Il punto da sottolineare però è che questi cambiamenti - destinati sicuramente ad arrivare alla luce delle grandi differenze nelle posizioni di George W. Bush e Obama - non giungeranno dall’oggi al domani.
Sbaglia chi pensa che Obama in poche settimane rivoluzionerà la politica estera della precedente amministrazione. Dovrà infatti fare i conti con situazioni difficili sul terreno e con impegni politici e diplomatici che non potrà disconoscere in poco tempo. Per vedere la dottrina Obama svilupparsi pienamente in Medio Oriente ci vorrà un po’ di tempo e in fondo è giusto così, conoscendo la lentezza dei cambiamenti in questa area e la profondità e la complessità dei problemi.
Inoltre il puzzle non subirà soltanto il cambiamento della tessera americana. Altri cambiamenti sono in vista per altri tasselli importanti. Israele avrà un nuovo governo e un nuovo primo ministro con un possibile spostamento versa destra dell’elettorato. In Iran il prossimo giugno si terranno elezioni presidenziali di un’importanza strategica senza precedenti, con un possibile ritorno dei riformisti o con la conferma dei conservatori ma, forse, con qualcun altro al posto di Ahmadinejad, la cui popolarità è in calo, anche in conseguenza della pesante crisi economica che ha colpito il paese e delle sanzioni internazionali che cominciano ad avere qualche effetto concreto.
Lo scenario è quindi destinato a cambiare velocemente ed è fuor di dubbio che il centro di questo mutamento sia a Washington.
Obama è consapevole che il Medio Oriente rappresenta una delle priorità della sua politica estera ed ha già fatto capire, almeno in parte, quali saranno i suoi orientamenti.
Sull’Iran, durante la campagna elettorale, aveva detto di essere disponibile a una qualche forma di dialogo. Recentemente ha corretto questa sua posizione spiegando di considerare inaccettabile la politica nucleare iraniana. La reazione iraniana è stata molto dura e da Teheran il presidente del Parlamento Ali Larijani ha affermato di non vedere molte differenze tra la posizione del presidente eletto e quella del suo predecessore.
È evidente che Obama, dopo i duri scontri tra Usa e Iran durante la presidenza Bush, non può presentarsi con una posizione diametralmente opposta e una correzione di rotta era necessaria. Teheran il dialogo dovrà meritarselo e dovrà dimostrare – cosa non accaduta in questi lunghi anni di negoziato – di avere volontà di confrontarsi apertamente con la comunità occidentale.
Per quanto riguarda l’Iraq, Obama andrà avanti con la sua idea di riportare a casa (ma anche in Afghanistan) una parte consistente dei soldati schierati nel paese. Ma sui tempi del ritiro la questione è tutta da vedere. Gli iracheni, nonostante i successi del surge, concepito e realizzato dal generale Petraeus, non sono in grado di mantenere da soli il controllo del territorio e, tutto sommato, è interesse americano abbandonare gradualmente l’Iraq lasciando comunque una presenza militare significativa e un servizio di sicurezza iracheno efficiente.
Il problema vero nella regione, per Obama, è in Afghanistan. Il paese sta subendo una vera e propria irachizzazione con attentati quasi quotidiani, scontri tra le forze internazionali e i taleban, con questi ultimi che stanno pericolosamente rialzando la testa.
Il presidente eletto è intenzionato ad agire con forza e determinazione e, presumibilmente, proprio in Afghanistan vedremo i primi elementi concreti della nuova dottrina di Obama in politica estera. Il cambiamento qui è urgente e l’Afghanistan è stato troppo a lungo trascurato dall’amministrazione di George Bush in favore di una guerra in Iraq giudicata come fallimentare dai maggiori analisti di politica internazionale.
In Medio Oriente, Obama dovrà riportare il peso della diplomazia americana per far riprendere un dialogo che non ha prodotto effetti concreti negli ultimi tempi e dove il fallimento delle speranze di Annapolis può portare israeliani e palestinesi alla sconforto e all’isolamento. Tutto questo va evitato, anche perchè i continui fallimenti della diplomazia vanno a favore delle frange più estremiste come Hamas e riducono la credibilità e la popolarità del presidente Abu Mazen e del suo gruppo Fatah, considerato dalla comunità internazionale come l’unico interlocutore possibile.
La situazione è quindi aperta a molti cambiamenti e un occhio attento alle dinamiche mediorientali può cogliere in questa situazione fluida e poco stabile qualche occasione per rilanciare il dialogo di pace e la diplomazia.
Paradossalmente, tra qualche mese americani e iraniani potrebbero scoprire di avere un interesse comune nel mettere fine al lungo contenzioso sul nucleare. Da un lato Washington potrebbe avere voglia di chiudere almeno uno dei tanti dossier mediorientali (e una conclusione per gli altri problemi aperti nella regione non si annuncia vicina), dall’altro Teheran potrebbe capire che, visto l’isolamento internazionale e la crisi economica, può essere meglio avviare un dialogo vero e concreto con la comunità internazionale.
Questo nuovo punto di possibile incontro potrebbe essere toccato dopo le elezioni presidenziali iraniane in giugno e dopo, quindi, aver dato qualche mese di tempo a Obama dopo il suo insediamento alla Casa Bianca. E da lì, dopo i fallimenti degli ultimi anni, potrebbero emergere le potenzialità per far partire una nuova strada e, forse, anche una nuova epoca per tutto il Medio Oriente.

IL PUNTO
IL FATTO
SGUARDO SU ISRAELE
APPROFONDIMENTI
CONVERSAZIONI
ECONOMIA E MEDIORIENTE
FINANZA E DIRITTO
SOCIETA'
CULTURA
COSA E' ACCADUTO




