IL PUNTO • Anno 1 - Numero 10-11 • Ottobre-Novembre 2008
È molto probabile che l’attenzione che la nuova amministrazione americana riserverà al Medio Oriente sarà inferiore a quanto accaduto finora, soprattutto a partire dall’11 settembre 2001. Le ragioni di questo prevedibile raffreddamento di interesse sono essenzialmente due. La prima è la minore enfasi che, fin dalle prime dichiarazioni, il presidente eletto sembra riservare a quella che Bush definiva la “war on terror”.
L’abbandono dell’utilizzo di questa categoria rappresenta indubbiamente un passo in avanti nella ricerca di una soluzione non esclusivamente militare della sfida posta dall’utilizzo strumentale, violento e a fini politici, della religione posta dall’emergenza terroristica. Difficile però che questo non comporti anche un certo rilassamento nella concentrazione americana verso la regione mediorientale, visto che essa era stata tematizzata principalmente attraverso questa cornice concettuale. La seconda ragione sta nell’orientamento più spiccatamente globalista che sembra caratterizzare gli orientamenti e la visione di Barack Obama. Si è molto parlato, e ancora molto si parlerà, del complesso e originale mix che caratterizza la figura di Obama. Per la sua stessa vicenda personale, Barack Obama è il presidente più lontano dallo stereotipo tradizionale dell’americano medio, prigioniero della vastità sconfinata del “Grande Paese”. Nato da un padre africano e da una madre del Kansas, cresciuto alle Hawaii e in Indonesia, prima di tornare negli Stati Uniti, il nuovo presidente ha vissuto la “particolarità” degli Stati Uniti rispetto al modo innanzitutto sulla sua pelle. Allo stesso tempo, per essere stato allevato da una classica famiglia liberal degli Stati Uniti, e, soprattutto, per essere il prodotto di quanto di meglio c’è nel sistema educativo americano (la Law School di Harvard), Obama ha affinato gli strumenti per una visione del mondo e del ruolo americano nel mondo che si preannuncia lontana dagli schemi del passato (e, per noi europei, più rassicurati) della centralità atlantica. Probabilmente il suo sguardo sarà attratto verso il futuro, rappresentato dal Pacifico e dall’Oceano Indiano, laddove stanno sorgendo i nuovi attori del sistema post-atlantico e assai meno da quel “passato”, nel quale tanto noi quanto il Medio Oriente siamo collocati, per lo meno in termini di potenzialità di sviluppo.
Potremmo dire che sarà soprattutto la gravità e la mole dei problemi lasciati irrisolti dall’amministrazione Bush a fornire materiale per la continuità di una politica americana verso il Medio Oriente. La guerra in Iraq, quella in Afghanistan e il connesso, sempre imminente e possibile tracollo del Pakistan, il cosiddetto processo di pace israelo-palestinese e, ovviamente la questione del nucleare iraniano: questi sono i grandi capitoli dell’agenda mediorientale americana. Come ha già lasciato intendere nella sua prima conferenza stampa postelettorale, sarà proprio l’ultima questione quella sulla quale si concentrerà maggiormente l’energia della nuova amministrazione, per due ordini di motivi. Il primo, il più ovvio, è che il dossier iraniano intercetta e influenza tutti gli altri temi regionali: senza tener conto (o fare i conti) con l’Iran nessuna della altre questioni ancora aperte in Medio Oriente può essere risolta. Il secondo è che l’eventualità che l’Iran stia perseguendo un programma nucleare anche militare (cosa che, com’è noto, la Repubblica Islamica nega recisamente) trascende, per gravità, il pur intricato scenario regionale. Quella della non proliferazione nucleare è di per sé una questione globale, nei confronti della quale, oltretutto, la comunità internazionale è sempre più conscia di non avere nessuna policy efficace. Come ha ribadito in campagna elettorale, Obama si è detto disponibile ad aprire trattative dirette con l’Iran. Ma questo non cambia il succo delle posizioni americane, ribadite con chiarezza dal presidente eletto, quando ha definito “inaccettabile” la prospettiva di un Iran nucleare. Cosa questo comporti lo scopriremo nei prossimi mesi, non prima però che altre elezioni presidenziali chiariscano se anche Ahmadinejad è una lame duck (un’anatra zoppa), come il suo “arcinemico” Gorge W. Bush.

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