SGUARDO SU ISRAELE • Anno 1 - Numero 10-11 • Ottobre-Novembre 2008
Le ultime settimane sono state dedicate in Israele alla politica interna e si sono concluse con una tornata di elezioni municipali che poco chiariscono i complicati equilibri fra i partiti. Come succedeva in Italia ai tempi della “prima repubblica” tutti i partiti si sono dichiarati soddisfatti e in qualche modo vincitori. Il risultato è effettivamente poco interpretabile, tanti e diversi erano i comuni in cui si è votato. L’unico dato rilevante è stato sicuramente quello di Gerusalemme dove il candidato laico Nir Barkat ha sconfitto con buon margine l’ultraortodosso Meir Poroush. Barkat è del partito Kadyma, quello di Zipi Livni e Ehud Olmert, ma è difficile dare alla sua vittoria una valenza politica nazionale.
Intanto facciamo un passo indietro e partiamo dal momento in cui, alla fine di ottobre Livni si è presentata in tv, elegantissima in tailleur nero, per annunciare che non era riuscita a formare un nuovo governo. Decisivo per far fallire il tentativo del ministro degli Esteri di costruire una maggioranza intorno a sé è stato il partito Shass, che pretendeva nuove esenzioni e stanziamenti pubblici per le comunità ultra ortodosse. Livni ha trattato a lungo ma alla fine, viste le esose pretese dei suoi barbutissimi interlocutori, non ha potuto fare altro che mandarli a quel paese. Le finanze statali sono messe male anche in Israele e la larga maggioranza dell’opinione pubblica guarda con fastidio alle pretese dei partiti religiosi - Shass è il principale e raccoglie i sefarditi, ma ce ne sono altri due - che già hanno ottenuto per i loro seguaci esenzioni dal servizio militare e sussidi per evitare il lavoro e applicarsi allo studio della Torah.
Risultato inevitabile del fallimento della Livni saranno le elezioni anticipate, a febbraio. Seconda conseguenza, che per la Livni può rivelarsi esiziale, è che fino ad allora resterà in carica il dimissionario Ehud Olmert. Travolto dagli scandali e dall’incriminazione che lo ha costretto alle dimissioni, Olmert non ha alcuna possibilità nelle prossime elezioni ma non sembra deciso a lasciare la politica, tutt’altro. I suoi ultimi giorni da primo ministro li sta spendendo per mutare radicalmente la sua immagine di conservatore moderato e un po’ trafficone. E così, approfittando della commemorazione di Isaac Rabin, ha tenuto un discorso ufficiale tutto orientato sulla necessità da parte di Israele di rinunciare ai territori occupati e tornare ai confini del 1967 cedendo ai palestinesi anche una parte di Gerusalemme. Inevitabile l’insorgere dei religiosi ma anche del partito Likud. Facile addebitare al partito Kadyma tutto intero la linea di Olmert. Zipi Livni, costretta sulla difensiva, ha subito indurito le sue posizioni e nella recente visita a New York ha voluto ribadire che Israele non ha bisogno di interventi “spettacolari” di Obama in tema di pace con i palestinesi e ha ulteriormente preso le distanze dalle posizioni del “quartetto” a causa delle aperture alla Siria del ministro degli Esteri britannico Milliband e dell’idea di convocare a Mosca il seguito della conferenza di Annapolis. La controffensiva del candidato premier di Kadyma ha avuto un buon impatto, confermando una costante di questi mesi: l’immagine della Livni è forte, una specie di Obama israeliana, dal punto di vista mediatico. Anche se i più recenti sondaggi danno in vantaggio Benhyamin “Bibi” Netanhiau e il Likud, che dovrebbe più che raddoppiare i seggi.
Ma Kadyma regge bene, malgrado Olmert, e la distanza fra i due partiti non è incolmabile. Secondo la legge elettorale israeliana l’incarico di primo ministro toccherà al candidato della lista che avrà preso più voti. “O Bibi o Zipi” è quello che dicono gli israeliani sulle prossime elezioni, certificando l’uscita di gara di un altro aspirante alla premiership: il ministro della Difesa Ehud Barak. I sondaggi per il suo partito, il laburista Avoda, sono desolanti, rischia di vedere dimezzati i propri seggi. La leadership interna non ha mostrato grande capacità di aggregazione ed è probabile che il vecchio rivale di Barak per la segreteria del partito, Ami Ayalon, lasci il partito.
Ayalon è stato direttore del servizio segreto israeliano dell’interno, l’ex Shinbet, ma è uomo di sinistra e sembra tentato dall’idea di aderire al Meretz, il partito dell’estrema sinistra, anche se c’è chi assicura che finirà per approdare a Kadyma. In ogni caso lo slittamento generale verso destra coinvolge i laburisti e finisce per avvantaggiare sull’estrema sinistra il Meretz per il quale hanno già assicurato il loro voto Amos Oz, Abram Yehoshua e David Grossman firmando un manifesto che intende dare “un respiro nuovo alla sinistra e al campo della pace”.
È significativo che il manifesto pro Meretz sia stato firmato, oltre che dai più famosi scrittori israeliani, anche da Shlomo Ben-Ami, autorevole laburista che fu ministro degli Esteri di un governo Barak e, soprattutto, assai vicino a Shimon Peres.

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