MOVIMENTI ISLAMICI E ISLAMISTI • Anno 1 - Numero 10-11 • Ottobre-Novembre 2008
Il fascino dell’Europa condusse anche allo sviluppo di un riformismo islamico inteso non a modernizzare l’Islam, come per la nahda, ma a “islamizzare la modernità”.
L’espressione “islamizzare la modernità” indica che gli esponenti di questa corrente riformista erano convinti che l’Islam fosse del tutto adatto e in grado di governare e di dirigere il mondo moderno; per cui, lungi dal cercare di adattare la religione alle richieste della contemporaneità, come appunto voleva la nahda, bisognava vedere come far rientrare la contemporaneità nel quadro della religione. Infatti, malgrado i sostenitori di questa corrente condividessero con i movimenti di riforma islamici premoderni di cui abbiamo trattato l’idea che il rinnovamento e la riforma dell’Islam passassero attraverso la riapertura della porta dell’ijtihad (interpretazione), essi non intendevano semplicemente restaurare il passato (l’utopica comunità del profeta), ma anzi sostenevano una reinterpretazione e una riformulazione dell’eredità islamica che potesse rispondere alle sfide dell’occidente e della vita moderna. In pratica, essi tentarono di dimostrare la totale compatibilità dell’Islam con le idee e le istituzioni moderne. È forse possibile ritenere Jamal al-Din al- Afghani (1839-1897) il vero “padre” di questa tendenza. Al-Afghani era persiano di nascita, ma dissimulò la sua vera origine adottando l’epiteto di al-Afghani, che significa appunto “l’afghano”, per evitare - in quanto sciita - di suscitare diffidenze presso i sunniti e poter così svolgere meglio la missione che si era prefisso: favorire con ogni mezzo il risveglio del mondo musulmano. Il risveglio del mondo musulmano doveva partire da due presupposti: la riscoperta del valore razionale dell’Islam, che è qualcosa di più di una religione, è una cultura e una visione del mondo complessiva; e, d’altro canto, la restaurazione dell’unità dei popoli islamici che, solo per quanto fossero riusciti a ricostituire una solida comunità politica, sarebbero riusciti a far fronte alla sfida dell’Occidente. Al-Afghani non fu un intellettuale in senso stretto, ma un agitatore e un propagandista. Spinto da un fervore riformista che lo convinceva a minimizzare i rischi, condusse vita errabonda, peregrinando dalla Persia all’Egitto, alla Francia a Istanbul. Ovunque cercò di animare circoli riformisti, riscuotendo particolare successo in Egitto negli anni intorno al 1870. Espulso dall’Egitto in quanto pericoloso agitatore si trasferì a Parigi, negli anni 1880, pubblicandovi una rivista, Il legame indissolubile, che divenne il portabandiera e il manifesto di tutti coloro, arabi e non arabi, che cercavano di rinnovare l’Islam dall’interno. Alla rivista collaborò il suo principale discepolo, Muham mad ‘Abduh, di cui ci occuperemo in un prossimo articolo. Al-Afghani faceva spesso riferimento al Corano, cercando nel Libro Sacro la legittimazione delle sue idee riformiste, ed è davvero curioso notare come i versetti del Libro venissero utilizzati o piegati per denunciare, ad esempio, l’espansionismo inglese o russo. Al-Afghani si scontrò spesso con le classi dirigenti locali arretrate e dispotiche, ma polemizzò anche con quanti in Europa - come Ernest Renan - sostenevano l’inferiorità della civiltà musulmana rispetto a quella occidentale. Ciò non gli impedì di riconoscere le importanti acquisizioni che garantivano la supremazia ai moderni stati europei e a propugnarne la diffusione anche nel proprio ambiente d’origine. In tal senso, fu un acerrimo avversario dell’imitazione pedante degli antichi e sostenne vigorosamente la libera interpretazione delle Scritture. Il sogno panislamico di al-Afghani lo portò a farsi sostenitore dell’impero ottomano che, alla fine del XIX secolo, era governato da un energico autocrate, il sultano-califfo Abd al-Hamid II, anch’egli fautore di una politica panislamica. Giunto a Istanbul, però, al-Afghani non ebbe a disposizione lo spazio e le risorse che cercava e morì in dorata prigionia (ufficialmente di cancro, anche se alcuni hanno sussurrato che fosse stato fatto avvelenare da Abd al-Hamid, convinto che il cospiratore fosse uno dei mandanti dell’assassinio dello scià di Persia nel 1896 e dunque timoroso per la sua stessa incolumità).

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