Atti del seminario “Sguardi sull’Iran alla vigilia delle elezioni presidenziali” • Anno 1 - Numero 10-11 • Ottobre-Novembre 2008
Massimo D'Alema. Presidente Fondazione Italianieuropei
Innanzi tutto vorrei ringraziare l’Università Luiss e ‘il Vicino Oriente’ per questo invito a partecipare a una discussione di grande rilievo e che certamente ci porta a ragionare su un paese la cui importanza cruciale, oggi, non può essere negata da nessuno, non soltanto perché certamente la questione iraniana, il tema del rapporto con l’Iran, rappresenta, forse, il più delicato problema internazionale con il quale ci misuriamo e con il quale si misurerà anche la nuova amministrazione americana, ma anche perché questo paese è senza dubbio un partner, un paese amico di straordinario significato per l’Italia. Noi siamo, certamente, come è stato ricordato, il maggior partner commerciale dell’Iran. Siamo un paese, come poi ricorderò, che ha avuto un ruolo di primo piano in una politica di dialogo verso l’Iran. Ricordo che l’Italia fu il primo grande paese dell’Occidente visitato dal Presidente Khatami; io ebbi l’onore di riceverlo come Presidente del Consiglio dei Ministri in restituzione di una visita che aveva compiuto in Iran il Presidente Prodi, anch’essa la prima visita di un Capo di Governo europeo in Iran dopo la crisi delle relazioni tra l’Occidente e l’Iran in seguito alla crisi con gli americani e alle vicende che, tutti ricordiamo, toccarono l’amministrazione Carter.
Dunque l’Italia ha una storia di relazioni con l’Iran. È un paese che si è sforzato e si sforza di rappresentare, non in modo solitario perché questo non servirebbe a niente. Quello che noi facciamo è utile se in qualche modo aiuta l’insieme della Comunità Occidentale, chiamiamola così, lasciando stare la Comunità Internazionale che è un concetto più complesso. Noi siamo saldamente parte di un sistema di alleanze che ci colloca in Europa e alleati degli Stati Uniti d’America; fuori da questo sistema l’Italia non avrebbe alcun peso. Serviamo a qualcosa se la nostra politica estera indipendente in qualche modo riesce a condizionare, incoraggiare, spingere questo sistema di cui facciamo parte ad assumere nuove iniziative e nuovi punti di vista. Ed è esattamente quello che in diversi momenti abbiamo cercato di fare, cercando di incoraggiare una politica più aperta, più efficace nei confronti dell’Iran e di ciò che l’Iran ha rappresentato e rappresenta nella Comunità Internazionale, a partire dalla rivoluzione islamica e poi per tutti questi anni. L’Iran è un paese chiave per la pace, per la stabilità e per la sicurezza in una grande Regione, lungo l’arco delle crisi, oggi più delicate, che sono quelle che vanno dall’Asia centrale fino al Maghreb. È una grande area di instabilità attraversata da spinte fondamentaliste. Nel mondo islamico ha messo radici anche un fondamentalismo che ha preso la forma persino della violenza terroristica. È un’area nella quale insistono conflitti di grandissima portata di cui non è facile vedere una via d’uscita, da quello dell’Afghanistan a quello iracheno non ancora sopito, al conflitto mediorientale. Nessuno di questi conflitti potrà trovare una soluzione stabile senza il concorso positivo dell’Iran. E, naturalmente, dalla soluzione di questi conflitti dipende molta della nostra sicurezza. Sicurezza in termini di lotta al terrorismo, sicurezza in termini di sicurezza energetica, sicurezza degli approvvigionamenti, sicurezza della stabilità dei prezzi, sicurezza in un senso ancora più generale, nel senso cioè di una convivenza tra civiltà, modi di pensare, religioni diverse la cui convivenza è un fattore essenziale oggi della pace a fronte, invece, del rischio di un conflitto di civiltà così come è stato evocato, temuto, teorizzato, ma in qualche modo noi lo abbiamo anche vissuto in alcuni momenti il rischio di un conflitto di civiltà. Ebbene, sarebbe un gravissimo errore pensare che questi problemi possano essere affrontati senza l’Iran. L’Iran deve e può dare un contributo essenziale alla soluzione di questi singoli conflitti e alla creazione di un clima generale di convivenza e di cooperazione. Senza l’Iran, contro l’Iran, io non credo che sia possibile trovare una soluzione. E questo potrebbe apparire una banalità e, invece, a mio giudizio, è già l’assunzione di un punto di vista abbastanza chiaro e non scontato all’interno del dibattito occidentale. Come includere l’Iran in un sistema equilibrato di coesistenza e cooperazione internazionale in quest’area? Questo mi sembra il problema della politica estera. Poi io dirò che cosa noi pensiamo, che cosa abbiamo cercato di fare in diversi momenti quando abbiamo governato il nostro paese; che cosa riteniamo che si possa fare, che dovrebbe fare il governo italiano oggi. E il secondo interrogativo è come favorire un’evoluzione riformista in Iran. Ovviamente questo nel rispetto dell’indipendenza di questo grande paese. L’Iran, come qui è emerso da relazioni molto interessanti, è un paese complesso. È un gravissimo errore ritenere che l’Iran sia un paese paragonabile all’Iraq di Saddam Hussein, un regime nel senso in cui in Occidente siamo stati abituati a parlare di regimi. Né, d’altro canto, l’Iran è una democrazia di tipo occidentale, così come noi siamo abituati a concepire la democrazia. È un paese complesso, dove esiste un equilibrio tra poteri democratici e poteri teocratici. È un paese dove c’è una società civile molto ricca, di grande storia, di grande civiltà, di grande cultura. È un paese che ha vissuto conflitti drammatici che hanno anche impoverito le classi dirigenti dell’Iran, non soltanto aggressioni, guerre. La guerra di otto anni con l’Iraq costituisce, forse, una delle guerre più spaventose, nell’epoca contemporanea, per il numero di morti, per le distruzioni e rimane anche una grande responsabilità dell’Occidente perché senza dubbio l’Iraq è stato incoraggiato e armato nella sua politica di aggressione verso l’Iran. Salvo scoprire poi, dopo, che era una minaccia. Lo dico, questo, perché ricordare anche gli errori dell’Occidente forse non è inutile, non tanto per recriminare sul passato, quanto per evitarli nel futuro. L’Iran è anche un paese che ha vissuto una rivoluzione sanguinosa, più di quanto non dicano gli iraniani probabilmente, che ha comportato la liquidazione di una parte delle classi dirigenti, intellettuali, in particolare la sinistra. La sinistra, nell’accezione che diamo noi alla parola sinistra, è stata praticamente liquidata. Certo non aveva un grandissimo peso e, certamente, ha compiuto l’errore di pensare di poter utilizzare il clero sciita per fare la rivoluzione marxista; ha pagato questo errore attraverso la sostanziale liquidazione fisica di quelli che non sono riusciti a scappare all’estero in tempo. Diceva un rivoluzionario del Novecento che la rivoluzione non è una cena di gala e neanche in Iran lo è stata assolutamente; ha comportato, anzi, un conflitto interno che è stato particolarmente drammatico nel momento della guerra perché la guerra esterna è sempre, nella storia delle rivoluzioni e dei regimi, l’occasione migliore per liquidare anche i nemici interni. Tuttavia noi ci confrontiamo con l’Iran di oggi. Con un paese che, malgrado queste vicende sanguinose, rimane un paese complesso, pluralistico, nei confronti del quale si deve fare politica e non soltanto pensare che lo si possa piegare con le sanzioni, il ché costituirebbe un approccio sbagliato, semplicistico e controproducente. Fare politica verso l’Iran ha lo scopo di incoraggiare le posizioni più aperte, quel riformismo islamico, perché di questo si tratta, che immagina una possibile modernizzazione dell’Iran, che non significa secolarizzazione. Una modernizzazione compatibile con il regime religioso nel quadro di un equilibrio di poteri che è e resterà assai complesso e originale. Naturalmente i limiti di questo riformismo li abbiamo visti sia per le limitazioni che ad esso furono imposte anche durante il governo di Khatami, dal potere religioso, che mantiene un controllo sul potere civile sia, a mio giudizio, per limiti intrinseci legati alla storia delle élite iraniane. Ahmadinejad non è stato soltanto la vittoria dei conservatori, è stata la vittoria di un populismo che ha cavalcato un sentimento negativo nei confronti delle élite iraniane che nasceva anche da un malcontento sociale. Un fenomeno, questo, del populismo di destra che non appartiene solo ai regimi islamici ma anche a paesi più vicini al nostro e vicinissimi addirittura. Questo populismo ha, certamente, sfruttato la separazione tra élite intellettuali borghesi iraniane e massa popolare. Una separazione che nasce anche dal fatto che queste élite sono potute apparire esterofile e talora sono apparse come delle élite che hanno rapidamente accumulato delle grandi ricchezze. Il fenomeno Ahmadinejad ha qui le sue radici. Non è soltanto, a mio giudizio, il risultato di una dialettica tra conservatori e riformisti, ma certamente anche di un sentimento populista, venato di moralismo che ha avuto un peso. Lo dico perché simpatizzo per le componenti riformiste, niente più di questo, visto che non spetta a noi decidere, e per questo spero che si mettano più in sintonia con il sentimento popolare in modo da poter tornare ad avere un peso. Io ricordo che, quando noi invitammo in Italia il Presidente Khatami, ci fu un momento delicato nel rapporto con gli Stati Uniti d’America. Sembrava che il Dipartimento di Stato non apprezzasse questa nostra decisione e devo dire, invece, l’ho già ricordato, che alla vigilia della visita di Khatami, essendo stato io ricevuto dal Presidente Clinton, trovai proprio da parte sua un grande incoraggiamento. E lui mi disse “noi, certamente, non potremmo avere una politica così aperta verso l’Iran”, la storia dei rapporti tra iraniani e americani era stata una storia drammatica, “ma è importante che vi siano paesi europei che facciano questo, è importante che questo sia fatto non in modo ostile rispetto agli Stati Uniti, ma che in qualche modo sia coordinato con gli americani”. Quindi io rivendico che noi facemmo una politica aperta verso l’Iran, ma lo facemmo in un rapporto solido con gli americani e direi abbastanza incoraggiati da un’amministrazione che era molto lungimirante. Io, anche qui, mi permetto di sperare che torni una visione lungimirante alla guida del più grande paese del mondo perché questo sarebbe utile a loro e a tutti noi. Ora, che cosa possiamo fare noi? Vorrei fare alcune considerazioni a partire dalla questione cruciale del nucleare. Noi ce ne siamo occupati. L’Italia, come è noto, fu esclusa, questo durante il periodo di governo 2001/2005, dal cosiddetto gruppo “cinque + uno”. Questo fu certamente un errore del governo italiano all’epoca ma, tutto sommato, questo gruppo “cinque + uno” non è che abbia realizzato grandi risultati. E non so nemmeno se la presenza italiana in questo gruppo avrebbe poi cambiato il destino. Questa è stata la nostra posizione, e anche il senso delle iniziative che noi abbiamo preso. Io ritengo, da una parte, che tutta questa questione del nucleare è uno scontro in cui ci sono molte ragioni di cui si deve tenere conto. Non c’è dubbio, dal punto di vista iraniano, l’Iran lamenta una sorta di doppio standard. In fondo l’Occidente e gli americani hanno accettato, di fatto, che il Pakistan si desse le armi nucleari, Israele non ha firmato il patto di non proliferazione e si è dotato di una deterrenza nucleare. L’India è un paese che dispone del nucleare civile e si avvia al nucleare militare con la sostanziale collaborazione degli americani. Non c’è il minimo dubbio che, se si considera la questione del nucleare iraniano in questo quadro, nel quadro cioè di una situazione in cui il trattato di non proliferazione non è stato implementato, si è consentito che paesi fondamentali si sottraessero a questo, il punto di vista degli iraniani è quello di sentirsi vittima di una sorta di trattamento speciale e ingiusto. È anche vero che l’Iran ha due responsabilità: primo, essendo paese firmatario del trattato ha agito per un lungo periodo in modo non trasparente, cioè ha sviluppato attività di arricchimento dell’uranio in modo non autorizzato e senza informarne l’agenzia internazionale. Ha quindi, e questo è innegabile, mentito alla Comunità Internazionale, ha generato un sospetto nei confronti delle reali intenzioni iraniane, al di là delle intenzioni dichiarate che sono sempre state quelle di utilizzare il nucleare per fini esclusivamente civili. Ma, ripeto, avere sviluppato attività sostanzialmente al di fuori del controllo, e quindi in modo non trasparente, ha generato un clima di ragionevole sospetto. E poi non c’è il minimo dubbio che il combinato disposto tra l’avviarsi dell’Iran verso il pieno dominio delle tecnologie nucleari, il ché - bomba o non bomba - significa essere nelle condizioni di farla abbastanza rapidamente, e la reiterata minaccia nei confronti dell’esistenza stessa dello stato di Israele, presenti l’Iran sulla scena internazionale come una minaccia non accettabile da parte della Comunità Internazionale in questo caso, perché le sanzioni sono state deliberate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non dal mondo Occidentale. In qualche modo è l’Iran che ha teso a presentarsi, a mio giudizio, in modo persino autolesionistico come una minaccia internazionale perfino al di là della sua effettiva capacità politico-militare di essere, appunto, una minaccia. Perché non c’è dubbio che il Presidente Ahmadinejad abbia fatto di tutto per raffigurare l’Iran come una minaccia ancorché, ed è vero, storicamente l’Iran è un paese che non ha una storia di una politica di aggressioni. È certamente stato più vittima di aggressioni straniere che non protagonista di una politica aggressiva. Noi ce ne siamo occupati a fondo e con spirito equanime, abbiamo considerato eccessiva la reazione di Israele. Tuttavia il conflitto in Libano è nato dall’attacco di Hezbollah contro Israele e averli armati forse non è stata una politica particolarmente amichevole. Tuttavia, in definitiva, quel conflitto ha delle radici libanesi e la soluzione di quel conflitto non può che essere un accordo di pace che risolva anche i problemi del confine israelo-libanese. Com’è noto Israele occupa una porzione, se pur minima, del territorio libanese e tra i due paesi non esiste un trattato di pace. Ora, io sono convinto che non c’è, ed è stato detto dal professor Parsi e sono d’accordo con lui, una soluzione militare. Israele può essere indotto a un’azione militare per rallentare, ma gli stessi israeliani sanno benissimo che il prezzo di un’azione di questo tipo sarebbe quello di creare una ferita. Per cui, magari più in là nel tempo, ma la minaccia israeliana diventerebbe assai più seria di quanto non sia oggi. L’unica soluzione sta nel trovare un accordo, una condivisione e questo richiede, a mio giudizio, una proposta positiva. In fondo, fino a oggi, la Comunità Internazionale non è stata in grado di offrire all’Iran il tavolo di un negoziato nel quale non si discuta soltanto della questione nucleare ma si discuta di un accordo di sicurezza, di cooperazione in tutta quella regione, sulla base anche del riconoscimento del ruolo dell’Iran. È difficile chiedere a un grande paese di rinunciare alla deterrenza nucleare se, contemporaneamente, non gli si offre un riconoscimento del suo status e un quadro di sicurezza garantita e di cooperazione. A mio giudizio, fino ad oggi, il limite dell’approccio negoziale è stato quello di pretendere di isolare la questione nucleare, senza rendersi conto che la questione nucleare è soltanto il nocciolo centrale di una questione che è assai più ampia, che è quella del ruolo dell’Iran nella regione e della costruzione di un sistema di cooperazione e di sicurezza in tutta la regione. A un certo punto è apparso perfino contraddittorio che, mentre gli americani rifiutavano un negoziato di questo genere con l’Iran, tuttavia chiamavano l’Iran a discutere della stabilizzazione dell’Iraq, consapevoli che senza il concorso iraniano questa stabilizzazione non ci sarebbe stata. Abbiamo vissuto questa situazione contraddittoria e abbiamo cercato di dire agli americani “badate che questa posizione è una posizione, perfino dal punto di vista negoziale, difficilmente sostenibile”. Anche perché l’interlocutore, inevitabilmente, si sente molto forte se tu da una parte hai bisogno di lui e dall’altra parte ti rifiuti di negoziare con lui la questione sulla quale, invece, tu pretendi. Io credo che, fino a questo momento, vi è stata questa difficoltà. Mi ha fatto piacere che nella campagna elettorale americana, nel ribadire ovviamente il rifiuto americano, in questo caso bipartisan, rispetto alla prospettiva di un Iran dotato di armi nucleari, tuttavia si sia affacciata la possibilità di un rilancio negoziale da parte americana. Certamente questo sarà uno dei banchi di prova più delicati della prossima amministrazione e sarà delicato anche per un’altra ragione su cui forse qui si è messo poco l’accento e cioè sul fatto che il vero problema dell’Iran, e questo io credo sia stato un errore grave della leadership iraniana, è che l’Iran è percepito come una minaccia mortale ma forse teorica per Israele assai più concreta da gran parte del mondo arabo. E la vera pressione sugli americani in chiave anti-iraniana è quella che viene da tanta parte del mondo arabo. Ed è , forse, la ragione per cui anche una parte dell’establishment araba, in questo momento, tifa attivamente per la destra americana temendo una svolta nella politica estera americana, perché l’intransigenza iraniana ha fatto dell’Iran un punto di riferimento di una parte dell’opinione pubblica araba frustrata, attraversata da sentimenti anti-occidentali e quindi l’Iran è visto come un possibile fattore di destabilizzazione dei regimi arabi oramai perfino al di là del tradizionale conflitto tra sunniti e sciiti. Ora, io credo che, e questa è la mia percezione-testimonianza, questo conflitto arabo-persiano sia uno dei fattori più pericolosi di instabilità della regione, in qualche modo si riflette sulla situazione irachena, è uno dei fattori di instabilità nel Golfo e dovrei dire, certo non spetta a me dirlo, il mondo sarebbe, invece, fortemente interessato a una prospettiva di collaborazione e di convivenza all’interno del mondo islamico e non a un approfondirsi dei conflitti e delle tensioni al suo interno. E questo francamente non dipende tanto da noi, anche se io credo che l’Occidente nulla debba fare per aggravare queste tensioni, ma molto da loro. E vorrei dire che uno dei problemi veri che ha la leadership iraniana, anche lì nella prospettiva post-elettorale, dovrebbe essere quello di una politica di appeasement e di cooperazione all’interno del mondo islamico. Tra l’altro queste tensioni si scaricano su un’area cruciale per l’economia e la sicurezza del mondo: il Golfo. Com’è noto i paesi arabi del Golfo sono tra quelli dove la convivenza sunnita-sciita, tutto sommato, si è svolta pacificamente. Sono paesi misti dal punto di vista religioso e sono paesi cruciali dal punto di vista economico e della sicurezza energetica. E forse questo è un tema su cui un think tank come il Vicino Oriente potrebbe approfondire la riflessione, cioè le tensioni all’interno del mondo islamico perché, poi, queste si riflettono su uno scenario più ampio, pensiamo al conflitto sciita-sunnita che è anche il conflitto in Libano, pensiamo alla delicata questione della rottura dell’unità del popolo palestinese che è oggi uno dei problemi più grandi lungo il cammino della pace in Medio Oriente. E anche qui, vorrei dire, sarebbe un errore considerare la questione del nucleare iraniano come non collegata alla prospettiva generale di pace in Medio Oriente. In fondo, da questo punto di vista, io ritengo che il rischio di un fallimento del negoziato avviato ad Annapolis, che è un rischio concreto, oltre a essere, a mio giudizio, un messaggio terribile per l’insieme del mondo arabo (era infatti la prima volta che il Presidente degli Stati Uniti si impegnava personalmente perché si raggiungesse un accordo entro la fine del suo mandato), avrebbe certamente un effetto molto negativo su tutto l’arco della crisi e anche sulla possibile evoluzione interna all’Iran. Così come, io ritengo, proprio perché Hezbollah, l’Iran, la Siria, ma anche Hamas, sono interlocutori principali dell’Iran, nella regione mediorientale, considero molto importante il processo di stabilizzazione e di cooperazione nazionale in Libano, per il quale noi abbiamo lavorato molto e che poi, dopo la fine del governo di centro sinistra in Italia, è stato portato avanti in modo particolare dalla Diplomazia francese. C’è stato un po’ un passaggio di testimone, ma lungo la linea che avevamo, sostanzialmente, tracciato insieme. Una linea di sostegno a una politica di dialogo nazionale. D’altro canto un paese complesso, multireligioso e multietnico come il Libano, può vivere soltanto attraverso una collaborazione nazionale, non nel conflitto che lì non è solo conflitto politico ma è conflitto immediatamente etnico-religioso. Penso che l’elezione del Generale Michel Suleiman alla presidenza del Libano e nello stesso tempo l’avvio di una collaborazione tra le diverse componenti sia stato un risultato importante anche dell’azione internazionale. Così come considero cruciale che il negoziato di pace, che continua ad avere nel rapporto israelo-palestinese il nucleo fondamentale, tuttavia non tralasci la pista siriana, perché la Siria deve essere nel processo di pace e non vivere il rischio di emarginazione dal processo di pace. Insomma, la questione iraniana, del nucleare iraniano, non può essere vista come separata dal groviglio dei problemi del Medio Oriente, e noi, certamente, potremo risolvere tanto meglio il problema della tensione con l’Iran se andrà avanti, in modo coraggioso, il processo di pace. L’unica via possibile, che è quella di una pace fondata sulla risoluzione delle Nazioni Unite e sul riconoscimento al diritto di esistenza di uno stato palestinese, entro i confini del ’67, o attraverso il cambiamento di quei confini che non possono che essere concordati tra le parti e non imposti a una parte dalla forza dell’altra. Questa non è soltanto la voce del Diritto Internazionale, è anche la voce del realismo. Non ho parlato dell’Afghanistan, l’Afghanistan rimane una delle sfide più difficili. Abbiamo un interesse comune con l’Iran alla pacificazione dell’Afghanistan. Basta pensare, e se n’è parlato poco ma è una questione enorme, al prezzo altissimo che l’Iran paga al traffico internazionale della droga che muove dall’Afghanistan. Adesso non voglio parlare di una questione che ci porterebbe lontano, il Presidente Khatami, che ho incontrato l’anno scorso in visita, non di Stato ovviamente, nel nostro paese ha detto scherzando “certo, noi iraniani dovremmo essere molto grati al Presidente Bush perché egli ha abbattuto i due principali nemici del nostro paese: Saddam Hussein e il regime dei talebani”, forse con l’effetto indesiderato che anziché espandere la democrazia in tutto il Medio Oriente si è notevolmente accresciuta l’influenza dell’Iran in Medio Oriente e questo dopo ha creato qualche incomprensione. Non so se l’Iran abbia fatto buon uso di questa sua accresciuta influenza. Indubbiamente, con la caduta del regime iracheno e con la caduta del regime talebano, l’Iran si è trovata a giocare un ruolo di grande influenza. Sfortunatamente questo è avvenuto in coincidenza con il prevalere dell’estremismo e del populismo in Iran. Io spero che ci sia in Iran una classe dirigente capace di fare un uso più saggio dell’influenza che l’Iran ha. Per parte nostra, credo sarebbe un errore non vedere il peso di questo paese e non cercare di avere verso questo paese una politica che non esclude le sanzioni ma le sanzioni non sono una politica e non sono la soluzione se dall’altra parte non c’è un’azione politica.

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