Atti del seminario “Sguardi sull’Iran alla vigilia delle elezioni presidenziali” • Anno 1 - Numero 10-11 • Ottobre-Novembre 2008
Amando l’Iran ho sempre amato parlare di Iran. Proprio in questo periodo, dieci anni fa ero all’Università di Esfahan a studiare e se ripenso a tutte le speranze, a tutte le aspirazioni e a tutte le promesse che sembravano sbocciare allora, e a tutti gli errori che sono stati fatti da tutte le parti a livello interno e internazionale, mi viene in mente la canzone di una famosa rock star italiana: “ho perso le parole”. Sembra proprio di aver poco da dire sull’Iran ma visto che siamo qua e ho dieci minuti lasciatemi ragionare su quanto avverrà alle elezioni presidenziali.
In realtà, personalmente, a me interesserà meno chi sarà il vincitore delle elezioni mentre mi interessa di più vedere se i meccanismi di potere formali, i meccanismi di potere reali e la costituzione iraniana riusciranno a reggere il crescente stress, la crescente pressione che sono avvertibili. E l’Iran, è stato detto, è un regime, non è una democrazia; non è un regime totalitario, ha sempre dato una certa rappresentazione a una parte del dissenso interno, se pur limitato, se pure nella cornice islamica della Repubblica islamica. Questi meccanismi di rappresentazione di democrazia sono molto forzati. La sconfitta dei riformisti nel 2005 non è stata solo la fine di speranze, il fallimento di un progetto durato otto anni, ma anche la trasformazione pesante del balance of power tra le diverse fazioni in Iran. La vittoria di quelli che, a volte, si chiamano “neoconservatori” oppure “ultra radicali”, come preferisco io, ha anche cambiato le facce e in Iran c’è una forte conservazione dei nomi, delle famiglie, di una certa élite di potere. È interessante vedere, alle prossime elezioni, quanto saranno mantenuti, ad esempio, il sistema della libertà del voto. Noi sappiamo che in Iran c’è una selezione prima dei candidati e poi l’elezione, soprattutto quella presidenziale, ma anche le elezioni parlamentari erano fair, erano sostanzialmente oneste. Ci sono regioni in Italia che penso abbiano lo stesso grado di influenza o di clientelismo di alcune parti iraniane. Quindi, insomma, noi italiani le conosciamo bene. A me interessa vedere quanto saranno mantenuti. Se saranno mantenuti, se la costituzione non verrà rinnegata, se manterranno questi meccanismi io credo che ci sarà un po’ un ritorno del pendolo. Per alcuni anni l’Iran ha pendolato verso un riformismo, il fallimento ha favorito il pendolo dall’altra parte, gli ultraradicali, e io credo che sia possibile un ritorno a una politica più moderata. Dipenderà anche molto dai possibili candidati. Uno degli errori dei riformisti, nelle precedenti elezioni, era stato dividersi tra due grandi candidati. Quest’anno io credo che, al di là di quanto farà l’ex Presidente Khatami, sia importante vedere come agiranno alcuni dei candidati che possiamo definire di centro, e soprattutto l’ex negoziatore nucleare Ali Larijani e l’attuale Sindaco di Teheran, Ghalibaf. Ghalibaf, ex capo dei Pasdaran, vicino al leader si è evoluto in un senso più moderato, liberale ed è interessante vedere come agirà. Io credo che ci sia una spinta, una tendenza da parte di alcuni gruppi in Iran a forzare i meccanismi e questo è un grave pericolo perché forzare i meccanismi significa rompere un assetto costituzionale e un sistema di potere basato su un bilanciamento di poteri che dura da quasi trent’anni, a parte i primi anni della rivoluzione. Ciò dipenderà, ovviamente, anche dalle influenze esterne e penso sopratutto a come andrà a finire, se avrà mai una fine, il discorso nucleare. Io lo seguo da vicino da molti anni e mi sembra che il discorso nucleare sia stato gestito dall’Occidente e anche dagli iraniani in un modo autolesionista. Abbiamo preso un binocolo e l’abbiamo usato all’inverso. Abbiamo preso tutti i nostri rapporti con l’Iran e li abbiamo ridotti al nucleare. Abbiamo preso il nucleare e l’abbiamo ridotto all’enrichment dell’uranio e abbiamo ridotto l’enrichment al numero di centrifughe. È veramente prendere un binocolo e usarlo al contrario, diventa tutto più piccolo. Questo è stato un errore catastrofico. Fissandoci sui dettagli noi non abbiamo potuto vedere lo scenario che è stato descritto prima dal Professor Parsi, dal Presidente D’Alema e da altri. Ci sono state almeno due grandi opportunità per concludere un accordo con l’Iran nel 2003 e nel 2005. Non voglio apparire filo iraniano dicendo che entrambi i momenti sono stati momenti in cui, Teheran, per paura o per convenienza, aveva offerto agli Stati Uniti un agreement complessivo. Questi momenti sono andati persi. Con la presidenza Ahmadinejad è diventato persino imbarazzante riuscire a gestire la cosa. E quindi dipenderà molto da come finirà questa tensione, questa crisi sul nucleare che sta assumendo toni sempre più forti. Io credo che ogni interferenza esterna ribalterebbe il tavolo interno. Cioè una crisi esterna, un preventive strike, un attacco preventivo dall’esterno avrebbe un effetto devastante sulla tenuta del sistema pseudo democratico dei meccanismi formali iraniani. E forse c’è anche qualcuno in Iran che si augura una piccola crisi, una escalation non totale perché questo garantirebbe la tenuta al potere. Quindi occorre molta attenzione anche da parte della comunità Occidentale, se non vogliamo dire la comunità internazionale, ad avere politiche che non giustifichino un inasprimento della situazione interna che è difficile e complicato immaginare, ma ce lo chiede la realtà geopolitica della regione e credo che, con un po’ di coraggio, si possa aspettare che passi una nottata e venga anche un mattino migliore.

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