FINANZA E DIRITTO • Anno 1 - Numero 10-11 • Ottobre-Novembre 2008
La crisi finanziaria che stiamo vivendo è stata contraddistinta da alcuni momenti particolarmente significativi e per certi versi simbolici: tra questi il più importante è senz’altro il 15 settembre 2008, giorno in cui è iniziata a New York la procedura di fallimento di Lehman Brothers, attraverso la richiesta dell’ormai (tristemente) noto Chapter 11. Improvvisa uscita di scena di un’istituzione che era stata protagonista del mondo finanziario per più di 150 anni.
Da quel momento, l’attenzione si è incentrata ancor di più sul comportamento adottato dai fondi sovrani e sulle loro reazioni allo “scioglimento” dei mercati finanziari.
A livello istituzionale, occorre segnalare il documento elaborato dall’International Working Group on Sovereign Funds (la cosiddetta “Carta di Santiago”) contenente una serie di principi che dovrebbero ispirare l’operato dei fondi sovrani al fine di garantirne trasparenza di investimento. Tale documento, propugnato dal Fondo Monetario Internazionale, è il risultato di mesi di lavoro ed è stato finalizzato a ottobre scorso, nel bel mezzo della tempesta finanziaria.
In questo periodo turbolento, non sono mancati episodi di carattere “allarmisticodemagogico” rispetto ai fondi sovrani.
Di fronte a una crisi che non ha precedenti negli ultimi decenni, agitare lo spauracchio della colonizzazione dei fondi sovrani sulle economie occidentali è sembrato una manovra in grado di ripagare con un lauto dividendo politico.
Alle opinioni pubbliche spaventate dal rapido susseguirsi di fallimenti e crolli di borsa si è offerta l’immagine dello stato nazionale che si erge a paladino dell’economia e che sventa scalate ostili da parte di fondi sovrani, ancor più temibili quando questi ultimi sono di matrice araba.
Anche nel nostro paese tale approccio è stato adottato ai massimi livelli del nostro sistema politico-istituzionale. Sul tema della diffidenza occidentale rispetto ai fondi sovrani, può essere interessante riportare il passo di una recente intervista a Kathryn Gordon, Senior Economist presso l’OCSE: “… le società dei paesi OCSE sono come tutte le altre – hanno paura di ciò che non conoscono e che non capiscono. In aggiunta, molti paesi OCSE sono abituati a dominare i mercati internazionali e ricevere ingenti investimenti da paesi non-OCSE (tra cui fondi sovrani o altri) è qualcosa alla quale non ci si abitua facilmente” (disponibile presso: http://oxfordir.org.uk).
Specie tra gli operatori economici, non è mancata una visione più pragmatica del tema.
In considerazione del principio di fungibilità del denaro, i pragmatici hanno apertamente auspicato l’intervento di fondi sovrani a sostegno delle economie occidentali in recessione.
Interessante notare al riguardo come tra i pragmatici si debbano annoverare anche esponenti dello stesso mondo politico-istituzionale che ha espresso gli allarmisti di cui sopra. L’unica differenza (evidente) è che l’allarmismo spesso compare sulle prime pagine dei giornali, il pragmatismo è invece “confinato” a comunicazioni per addetti ai lavori dove non occorre manovrare il consenso dell’opinione pubblica (in questo senso, una chiara presa di posizione di esponenti del governo italiano in favore degli investitori del Golfo Persico si è avuto in un forum organizzato dall’Associazione Bancaria Italiana in cooperazione con istituzioni del mondo bancario dei paesi dell’area).
Nel novero del pragmatismo finanziario possiamo, del resto, far rientrare la recente apertura al capitale libico da parte di Unicredit.
Similmente, in Gran Bretagna, Gordon Brown che ha esplicitamente invitato i paesi del Golfo Persico (e la Cina) a finanziare maggiormente il Fondo Monetario Internazionale per facilitare l’attività di salvataggio svolta da quest’ultimo.
Peraltro, vi sono segnali che testimonierebbero invece un raffreddamento dei fondi sovrani del Golfo in tema di investimenti sui mercati europei e americani.
Da ultimo, un rapporto Morgan Stanley segnala, infatti, un rallentamento degli investimenti da parte dei fondi sovrani dovuto a vari fattori tra i quali: la brusca discesa del prezzo del petrolio, le crescenti necessità interne dei paesi da cui provengono i fondi (“SWFs: Growth Tempered – US$10 Trillion by 2015”, disponibile presso: http://www.morganstanley.com).
In aggiunta, il rapporto considera anche possibile che il diffondersi della crisi porti i fondi sovrani a liquidare gli investimenti ad alto rischio e dunque a limitare la loro esposizione sui mercati occidentali.
In termini di performance dei fondi sovrani, il rapporto MS stima (in modo approssimativo, viste le difficoltà di quantificazione del fenomeno) che la perdita aggregata possa aggirarsi tra il 20% e il 30% del patrimonio gestito da questi ultimi, con una conseguente riduzione complessiva del valore assoluto degli asset che dovrebbe dunque aggirarsi – per la totalità dei fondi sovrani - intorno ai 2,3 miliardi di dollari (rispetto ai 3 miliardi di dollari a inizio anno).
In conclusione, sarà interessante nelle prossime settimane verificare quale sarà l’atteggiamento dei fondi sovrani e in particolare se questi vorranno (e potranno) prestarsi al ruolo di “salvatori” di società occidentali in difficoltà o se si limiteranno ad acquisire asset divenuti particolarmente convenienti visti gli andamenti di borsa così al ribasso (la terza possibilità, che restino semplicemente alla finestra, non sembra realistica).

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