Atti del seminario “Sguardi sull’Iran alla vigilia delle elezioni presidenziali” • Anno 1 - Numero 10-11 • Ottobre-Novembre 2008
Biagio Longo. Giornalista
Grazie per l’apporto di conoscenza sulla situazione iraniana che portate con la Fondazione il Vicino Oriente e con l’Università Luiss. Il contesto che ci troviamo a osservare è stato già illustrato sia dal Professor Parsi che dal Presidente D’Alema. È un contesto in cui si è parlato di pace come obiettivo da raggiungere e però, realisticamente, guardando la situazione, dobbiamo purtroppo notare che hanno ragione quegli analisti che parlano dell’inizio di una lunga guerra: la lunga guerra che secondo essi dovrebbe caratterizzare i prossimi venti, trent’anni.
Quest’analisi si basa sul discorso di controllo delle fonti di energia che nei prossimi venti-trent’anni si addenserà, soprattutto, nell’aria mediorientale che vede al centro l’Iran. Ho portato sempre con me, la porto ancora, l’impressione che mi fece, la prima volta che fui a Teheran in casa di un amico, vedere la cartina geografica così come la illustrano loro, con al centro l’Iran. Certo anche noi mettiamo al centro l’Italia ma con l’Iran al centro ebbi la sensazione, che poi adesso ho consolidato, di essere in un nodo fondamentale del centro conosciuto, non dico il centro del mondo ma se guardiamo all’energia sicuramente il centro del mondo dei prossimi venti, trent’anni. Si è parlato di energia prima, nella prima parte della mattinata, con riferimento all’energia nucleare ma l’energia nucleare è un problema che solleva atteggiamenti politici, valutazioni politiche anche interne a un paese sovrano e non è questo ciò di cui io voglio sottolineare, bensì l’energia come materia prima che arriva quotidianamente nelle case di tutto l’Occidente. In questo momento lavoro in una società che tratta l’energia. È la società più importante del nord, e il mio Presidente dice sempre: “se noi entrassimo nella fiammella del nostro scaldabagno, della nostra caldaia, e se attraversassimo fino alla fonte il gasdotto, noi ci troveremmo o in Siberia o in Algeria”. Questo era il mondo conosciuto. Anche per esaurimento o per una dinamica diversa che tutti prevedono unanimemente per i prossimi venti, trent’anni per l’entrata in gioco della Cina, dell’India e di tutti quelli che saranno i grandi consumatori e per un aumento ormai da tutti riconosciuto del fabbisogno europeo che quasi raddoppierà da qui al 2020: si passerà dal 45% al 70% di fabbisogno di gas. Noi saremo costretti a trovare un altro sbocco per uscire da quella tenaglia che dicevo prima che ci porta o attraverso i gasdotti in Siberia oppure in una zona altrettanto delicata e fragile come quella algerina. Ebbene questo mondo si basa su una struttura, su delle reti rigide. La rigidità è sempre collegata al concetto della frattura. Per non arrivare a una nuova frattura noi dovremmo, certamente con gli arti della politica, trovare degli elementi di flessibilità in questo quadro di infrastrutture energetiche. La flessibilità che è stata individuata per prima è quella di trovare una diversificazione e una ridondanza per i paesi dell’Europa ma anche per la Cina, in modo da non essere costretti sempre dagli out out delle sanzioni. Ciò significa che la sicurezza degli europei e di noi italiani come consumatori è legata strettamente alla sicurezza delle forniture. Se c’è qualcuno che con un solo gesto può chiudere il rubinetto del gas, lo abbiamo visto con la crisi dell’Ucraina, certamente non determina situazioni di sicurezza, tutt’altro, genera soprattutto instabilità. Per avere questa sicurezza è necessaria flessibilità. La diversificazione è stata vista nelle zone intorno al Caspio che girano e ruotano tutte intorno all’Iran. Mi pare Parsi, ma anche il Presidente D’Alema, dicevano che senza l’Iran non si può far nulla, se qualcosa si può fare la si può fare con l’Iran. Questa affermazione io la vedo perfettamente calzante, per esempio, in quella che è la via che è stata individuata per portare il gas dalle zone intorno al Caspio. Sono zone, compreso l’Iran, dove risiede il 20% del gas di cui noi abbiamo bisogno. C’è un gasdotto che è stato già costruito in parte, che si chiama BTC dal nome delle tre capitali che attraversa: Baku, Tbilisi, Ceyhan. Questo gasdotto fa comprendere molto più di tanti altri reportage la situazione che si è appena verificata, per esempio, in Georgia perché ha scatenato una situazione di conflitto permanente per il controllo di questa strada che dovrebbe portare fino all’Italia attraverso la Puglia, la Turchia e la Grecia un gas nuovo diverso da quello siberiano. Sono situazioni di grandissima tensione però, se non ci sono queste infrastrutture che diversificano quella che è la vecchia infrastruttura di materia prima conosciuta dall’Italia e dall’Europa, certamente non si avrà quella flessibilità da cui può derivare una maggiore sicurezza. In Italia c’è una data che probabilmente qualche altra fondazione come quella del Vicino Oriente porterà come data storica ed è quella appena trascorsa del 20 settembre. Il 20 settembre in quel di Rovigo, a Porto Viro nel mar Adriatico, è stata inaugurata una piattaforma per ricevere gas non dai gasdotti bensì dalle metaniere, sono i famosi rigassificatori.
Questa è un’altra soluzione che potrebbe, sapientemente portare anche una maggiore flessibilità negli approvvigionamenti. Con questo quadro noi viviamo quotidianamente, le nostre scelte sia di consumatori che di cittadini italiani ed europei incidono moltissimo su quello che succede apparentemente lontano come nel cuore dell’Iran. Io penso che portando avanti queste infrastrutture che ci collegano con un cordone ombelicale diretto al cuore della zona del Caspio aiutiamo anche paesi come l’Iran a svolgere un ruolo importante e, come si diceva stamattina, normale nello scenario del mondo.

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