IL FATTO • Anno 1 - Numero 9 • Settembre 2008
Cambiamenti in vista per il Grande Medio Oriente. In pochi mesi diversi degli attuali leader potrebbero essere sostituiti e il puzzle dei rapporti regionali potrebbe cambiare. Molte tessere del mosaico verranno mescolate, alcune saranno sostituite da altre completamente nuove e il quadro che ne uscirà sarà mutato rispetto a oggi. Sarà, questo, il risultato del susseguirsi di elezioni e cambiamenti al vertice in alcuni paesi chiave da qui al prossimo 12 giugno, giorno in cui si terranno le presidenziali iraniane. Si è cominciato lo scorso 6 settembre, giorno in cu Asif Ali Zardari è stato eletto presidente del Pakistan. Il 4 novembre sarà eletto il nuovo presidente americano (insediamento alla Casa Bian - ca a gennaio) e la politica Usa verso il Medio Oriente potrebbe avere mutamenti strutturali. C’è inoltre da seguire l’evoluzione della situazione politica israeliana dopo la vittoria di Tzipi Livni alle ‘’primarie’’ di Kadima. Nuovi leader per una nuova tela di rapporti, nella speranza che il mosaico delle relazioni mediorientali sia più leggibile e più chiaro di quello degli ultimi anni.
Il puzzle dei rapporti mediorientali è destinato a cambiare velocemente. Le tessere del mosaico verranno mescolate, alcune saranno sostituite da altre completamente nuove e il quadro che ne uscirà sarà, tra qualche mese, completamente mutato rispetto a oggi.
Questo sarà il risultato inevitabile di una serie di avvenimenti e del ravvicinato susseguirsi di elezioni e cambiamenti al vertice in alcuni paesi chiave da qui al prossimo 12 giugno, giorno in cui si terranno le elezioni presidenziali iraniane.
La data di inizio di questo cambiamento può essere fissata lo scorso 6 settembre, giorno in cui il vedovo di Benazir Bhutto, Asif Ali Zardari, è stato eletto presidente del Pakistan.
In mezzo a queste date ci sono altri due avvenimenti destinati a cambiare radicalmente gli equilibri mediorientali: l’elezione del nuovo presidente americano il 4 novembre (insediamento alla Casa Bianca a gennaio) e l’evoluzione della situazione politica israeliana dove la vittoria di Tzipi Livni alle “primarie” di Kadima e l’uscita di scena di Ehud Olmert aprono scenari al momento non del tutto prevedibili nel medio e nel lungo termine.
Questo mentre si assiste al cambio della guardia del comando americano in Iraq con Ray Odierno che prende il posto di David Paetreus e comincia la lunga stagione del lento ma progressivo ridimensionamento della presenza militare americana in Iraq.
E mentre la speranza di concretizzazione delle speranze di Annapolis si è ormai ridotta al lumicino con la fine dell’era Bush alla Casa Bianca e un sostanziale e prolungato stallo nei faticosi incontri tra Ehud Olmert e Abu Mazen.
In sintesi, si chiude un periodo storico nel Grande Medio Oriente, povero di spunti positivi, e se ne apre un altro che, oltre a portare inevitabilmente nuovi equilibri, potrà auspicabilmente stemperare le tante tensioni e anche rilanciare un dialogo generale che non ha portato, in questi anni, frutti concreti.
Tutto ruota inevitabilmente intorno alle elezioni americane ed è chiaro che il nuovo inquilino della Casa Bianca dovrà per forza cambiare l’approccio generale della politica estera di Washington come, d’altra parte, hanno suggerito cinque ex segretari di Stato riuniti in un inedito confronto.
Madeleine Albright, James Baker, Henry Kissinger, Warren Christopher e Colin Powell, riuniti dalla Cnn nell’auditorium della George Washington University, hanno spiegato che dopo i lunghi anni della dottrina Bush, l’America ha bisogno di riconquistare il mondo con realismo e soft power.
Il prossimo presidente, chiunque esso sia, dovrà quindi sforzarsi di rilanciare un dialogo multilaterale con tutti gli attori principali dei vari scenari internazionali e in modo particolare con quelli del Vicino Oriente. Alcuni riferimenti espliciti alla necessità di provare a dialogare con Teheran sono stati fatti da Colin Powell, ex segretario di Stato dell’amministrazione Bush e “grande accusatore” dell’Iraq al Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Se a uscire vincitore dalle urne sarà Barak Obama l’avvio di un tentativo di un nuovo rapporto con l’Iran potrebbe apparire più facile, visto che lo stesso Obama, anche se con i dovuti distinguo, ha fatto più di un accenno alla possibilità di “parlare con l’Iran’’.
Ma è fuori di dubbio che anche se il nuovo presidente americano dovesse essere Mc Cain, egli dovrà inevitabilmente cercare una nuova strada sul dossier iracheno, probabilmente seguendo i consigli dei cinque ex “ministri degli Esteri’’ per un abbandono dell’unilateralismo, cosa che, a dire il vero, anche lo stesso George W. Bush ha cominciato a fare nell’ultimo periodo di permanenza alla Casa Bianca.
Molto dipenderà naturalmente da chi sarà il nuovo presidente iraniano. Cinque mesi esatti dopo l’insediamento del nuovo presidente Usa si terranno infatti le elezioni a Teheran. I riformisti, che potrebbero ritrovare tra le loro fila l’ex presidente Mohamad Khatami, proveranno a riprendere il potere. Non sarà facile dopo le parole della guida suprema Ali Khamenei che ha manifestato un chiaro appoggio per un secondo mandato presidenziale per Mahmud Ahmadinejad.
L’Iran è un attore chiave della scena mediorientale, visti anche i suoi rapporti con la Siria, con Hezbollah in Libano, Hamas nei Territori palestinesi e l’influenza diretta che esercita sui movimenti sciiti in Iraq. Molto dipenderà quindi dall’esito delle elezioni di giugno in Iran per avere un profilo completo del nuovo quadro mediorientale e il tassello del nome del nuovo presidente iraniano sarà sicuramente fondamentale.
L’altro grande scenario su cui si giocherà il futuro dell’intera regione è quello afghano. La grande incognita è quella del Pakistan e dell’atteggiamento del nuovo governo nella lotta al terrorismo nelle aree tribali sul confine con l’Afghanistan. Gli americani hanno intensificato i loro raid nella zona con intensi attacchi anche in territorio pachistano. Gli Stati Uniti rinforzeranno la loro presenza in Afghanistan, contemporaneamente al ritiro dall’Iraq, e inevitabilmente continueranno a colpire in quella zona sul confine dove si rifugiano molti gruppi talebani e dove potrebbero ancora nascondersi i leader di Al Qaida, compreso Osama bin Laden. In questo senso sarà determinante l’atteggiamento della nuova leadership pachistana, da cui Washington si aspetta una forte e determinata collaborazione.
Nuovi leader per una nuova tela di rapporti, al momento ancora tutta da costruire. Nella speranza che il nuovo mosaico delle relazioni mediorientali sia più leggibile e più chiaro di quello, abbastanza deludente, degli ultimi anni.

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