LA QUESTIONE • Anno 1 - Numero 9 • Settembre 2008
La rivoluzione khomeinista cominciò a prendere forma in Iran nei primi anni Settanta, quando il regime repressivo dello scià Mohammad Reza Pahlavi conobbe un ulteriore inasprimento. Questo irrigidimento delle posizioni interne andò di pari passo a un’accentuazione della difesa degli interessi americani nel paese: rapidamente lo scià si inimicò sia gli am bienti religiosi che la popolazione che con essi si identificava. Per alcuni anni, solo la fortissima repressione del dissenso interno affidata alla famigerata polizia politica Savak, gli consentì di conservarsi al potere. Contro gli oppositori, infatti, furono messe in atto torture e numerosi esponenti religiosi furono uccisi o costretti all’esilio. Dal 1970 al 1978 oltre 100.000 persone furono imprigionate, 10.000 torturate e 7.500 uccise. Già nel 1963, l’ayatollah Khomeini aveva organizzato una congiura contro la scià. Ma la congiura fu scoperta e Mohammed Reza Pahlavi, con un gesto di insolita generosità, decretò solo l’esilio per Khomeini.
Verso la fine degli anni ‘70 però, l’opposizione religiosa guidata dalle autorità sciite si saldò con l’opposizione politica. Annunciata all’inizio del 1978 da una serie di tumulti, l’esplosione sociale si estese a tutto l’Iran a partire dal mese di settembre di quell’anno. Nell’autunno del 1978, nonostante sanguinose repressioni e l’introduzione della legge marziale, scioperi e manifestazioni portarono alla progressiva paralisi del paese, tanto che nel gennaio 1979 lo scià si vide costretto a lasciare l’Iran mentre l’esercito si disgregava. Il 16 gennaio 1979, lo scià e la sua famiglia salirono a bordo del Boeing “Aquila Imperiale”: dopo varie peregrinazioni, Reza Pahlavi si rifugiò negli Stati Uniti, dove lo accolse il presidente Carter. Formalmente Pahlavi lasciò Teheran per sottoporsi a cure contro il tumore. Ma quando, 30 minuti dopo il decollo, la radio iraniana diede l’annuncio della partenza dello scià, centinaia di miglia ia di persone si riversarono nelle piazze, invocando il nome dell’esiliato Khomeini. Da quel momento la figura dello scià fu completamente annullata da quella dell’ ayatollah Ruhollah Mosavi Khomeini: il 13 gennaio, ancora in esilio a Parigi, egli annunciò la formazione di un Consiglio Islamico della Rivoluzione e il primo febbraio rientrò in patria dopo 16 anni, accolto da una folla festante. Quando scese dal Jumbo dell’Air France, trovò ad attenderlo sette milioni di iraniani, che lo accoglievano come un padre liberatore in un silenzio irreale.
L’ayatollah nominò un governo provvisorio e assunse la direzione effettiva del paese. Il primo aprile, a seguito di referendum, fu proclamata la Re pubblica Islamica dell’Iran e in dicembre un altro referendum approvò una nuova costituzione che prevedeva una guida religiosa del paese (tale carica, naturalmente, fu attribuita a vita a Khomeini). Il nuovo Iran venne governato secondo gli assunti dell’Islam sciita: fra le prime leggi vi furono l’abolizione del divorzio, la proibizione dell’aborto e, sulla base della sharia, la pena di morte per l’adulterio e per la bestemmia. Con Khomeini i rapporti tra Iran e Stati Uniti mutarono radicalmente: gli Usa, infatti, si trasformarono improvvisamente da alleati in nemici giurati, tanto da venire additati come il “Grande Satana”. Il momento più delicato si verificò quando un gruppo di studenti catturò 54 ostaggi statunitensi e minacciò di ucciderli se gli Stati Uniti non avessero consegnato lo scià. Carter e il Congresso si rifiutarono di cedere ma il braccio di ferro che ne seguì contribuì sensibilmente alla fine politica dell’Amministrazione Carter, soprattutto dopo il fallimento di una missione militare per liberare gli ostaggi. Alla fine di una lunga umiliazione, tutti gli ostaggi vennero rilasciati, dopo 444 giorni di reclusione. Intanto, nel settembre 1980, l’Iraq diede inizio alle ostilità contro l’Iran, riaprendo antiche questioni territoriali. L’offensiva venne bloccata e diede origine a un sanguinoso conflitto terminato solo nel 1998. All’in - terno del paese, intanto, le elezioni presidenziali dell’agosto 1985 confermarono capo dello stato Ali Khamenei (eletto per la prima volta nel 1981) il quale, nel 1989, alla morte di Khomeini, lo sostituirà come guida religiosa del paese.
Khomeini morì il 3 giugno 1989 per un attacco cardiaco. Il 6 giugno i suoi funerali furono seguiti da una folla immensa che si accalcava intorno alla bara come a una preziosa reliquia. Due giorni prima era stato letto per radio il testamento spirituale dell’imam: “la rivoluzione iraniana è un dono divino che i fedeli musulmani devono proteggere con ogni cura; gli USA sono uno stato naturalmente incline al terrorismo, mentre l’URSS è una forza satanica ostile all’Islam; l’Iran deve “restare saldo e compatto sul sentiero tracciato da Dio senza confondersi né con l’Oriente ateo né con l’Occidente tirannico e blasfemo”.

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