APPROFONDIMENTO / 2 • Anno 1 - Numero 9 • Settembre 2008
Seyyed Mohammad Sadegh Kharrazi è il Presidente dell’Iranian Diplomacy, uno dei più importanti centri di ricerca iraniani sulle relazioni internazionali. Ai tempi della presidenza Khatami, Kharrazi fu vice Presidente della Repubblica. Ha in passato ricoperto le cariche di Vice Ministro degli Esteri, ambasciatore iraniano a Parigi, rappresentante iraniano alle Nazioni Unite ed è stato comandante in capo durante la guerra tra Iran e Iraq.
Qual è oggi la condizione del riformismo in Iran?
“Sicuramente ha tanto bisogno di ripensarsi. I riformisti hanno qui una base molto forte, ma purtroppo manca loro una forte leadership. Paghiamo errori strategici del passato, uno dei principali la distanza creata con la cultura nazionale e religiosa della gente”.
La modernità è strettamente collegata con il secolarismo. Come la si persegue in una repubblica islamica?
“Questa è una delle tante sfide filosofiche che abbiamo davanti, una delle più importanti, direi. Il secolarismo non nascerà mai né in Iran, né nei paesi del Medio Oriente, perché la cultura religiosa è troppo radicata e profonda in quest’area. Non è detto poi che necessariamente la modernità debba essere accompagnata dal secolarismo. Siamo di fronte a un ritorno alle idee tradizionali e religiose nel mondo islamico e a una rilettura della religione che non è necessariamente secolare”.
Dove hanno sbagliato i riformisti? Perché la società civile sembra ultimamente non seguirli al momento delle elezioni?
“La realtà è che i riformisti hanno cominciato a scegliere come interlocutori i vari ceti della società, per poi finire con il parlare solo a una élite. Noi, come molti altri paesi in via di sviluppo, viviamo la crisi del conflitto tra classi sociali. Se i riformisti avessero continuato ad avere come interlocutore la gente comune sicuramente sarebbero stati premiati. Ahmadinejad è un prodotto di questo conflitto tra classi e questa è la vera crisi che dovrà affrontare il riformismo”.
Il paese ha un alto tasso di disoccupazione (circa il 12%), un elevato tasso di inflazione (attorno al 20%), carovita alle stelle e carenza di investimenti esteri. Dove ha sbagliato il Governo e dove potrebbero riuscire i riformisti?
“Ahmadinejad è un populista e come tale si è comportato nei suoi piani e programmi. Ha elargito contributi a pioggia, prestiti alla povera gente che non sono stati restituiti e le banche sono in via di fallimento. Penso che l’economia sia una scienza non un’intuizione, non permette scelte personali che non siano quelle di studiare e analizzare attentamente le varie circostanze. Sia che vincano i riformisti, sia che vincano i conservatori, ci saranno grandi problemi e grandi sfide da affrontare in Iran. La situazione economica del paese è poi legata strettamente a un miglioramento delle relazioni internazionali”.
Qual è la sua opinione sul programma nucleare iraniano, grande bandiera dell’Amministrazione Ahmadinejad?
“Il programma nucleare è stato la nostra bandiera, lui ne ha sfruttato le potenzialità per trarne vantaggio. L’Occidente non può far altro che accettare la realtà nucleare dell’Iran, è una questione esclusivamente nazionale. Chiunque andrà al potere non avrà altra scelta che continuare questa battaglia di principio. Può darsi che quattro intellettuali non la pensino così, però il 90% della gente iraniana è favorevole a questo programma nucleare. È però allo stesso tempo necessario dare le più ampie garanzie alla comunità internazionale che non ci siano deviazioni sui nostri obiettivi”.
Quanto pesano le sanzioni subite dall’Iran a causa della questione nucleare?
“Le sanzioni hanno un’influenza negativa sul paese pari al 15-20%. Il nostro vero problema economico è l’amministrazione. Se in un paese i guadagni petroliferi si attestano attorno ai 200 miliardi di dollari e il Gdp sui 230-240, vuol dire che la nazione non produce altra ricchezza. Il problema è allora la sua amministrazione macro economica”.
Il Presidente Ahmadinejad ha cercato di conquistare una sempre maggiore leadership in Medio Oriente. Con quali risultati?
“Ahmadinejad non è stato il creatore di questa politica, siamo di fronte a un processo politico in pieno sviluppo. È da trent’anni che investiamo finanziariamente in tutta la regione, ora ne capitalizziamo solo gli sforzi e ne cogliamo i frutti. Esiste una crisi nel mondo islamico, una lotta tra razionalismo e radicalismo, noi iraniani abbiamo una visione razionalistica, i salafiti estremista. Questa sarà la sfida principale per il futuro del mondo islamico, chi prevarrà tra razionalismo ed emozionalismo, e l’Iran è il vero rappresentante di questo razionalismo”.

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