IL FATTO • Anno 1 - Numero 7-8 • Luglio-Agosto
Contatti informali, negoziati più o meno segreti, mediazioni sotterranee. Il Medio Oriente sta vivendo un periodo inaspettato di nuovi contatti e di ricerca di qualche forma innovativa di dialogo.
Non ci sono ancora risultati concreti da registrare e probabilmente bisognerà aspettare ancora molto tempo per arrivare a qualche tipo di intesa, ma il clima è davvero diverso rispetto allo stallo pro fondo degli ultimi tempi.
La sensazione è però che le acque abbiano cominciato a smuoversi in seguito alla drammatica necessità di trovare qualche tipo di soluzione a un immobilismo che oggi non serve piú a nessuno.
Ma nessuno, in questo momento, ha molto tempo a disposizione. I nodi verranno al pettine tra pochissimi mesi. A novembre verrà eletto il nuovo inquilino della Casa Bianca e a quel punto tutto verrà inevitabilmente azzerato in attesa di capire quali saranno le nuove linee politiche di Washington per il Medio O riente.
Anche per questo i protagonisti dello scenario mediorientale stanno portando avanti questa girandola di contatti ed esperimenti di dialogo. Una corsa, abbastanza disperata, contro il tempo. La contemporanea debolezza di molti degli attori dello scenario mediorientale sta sviluppando, in maniera abbastanza inaspettata, un nuovo movimento di contatti e abbozzi di dialogo che potrebbe portare a un quadro di equilibri regionali parzialmente mutato da quello fermo e bloccato di questi ultimi anni.
Sembra quasi che alcuni dei protagonisti dello stanco e faticoso dialogo mediorientale degli ultimi anni abbiano improvvisamente ingranato una marcia più alta e imposto un ritmo più serrato a contatti e negoziati. Non ci sono ancora risultati concreti da registrare e probabilmente bisognerà aspettare ancora molto tempo per arrivare a qualche tipo di intesa, ma il clima è davvero diverso e in pochi mesi si sono aperti nuovi fronti di dialogo.
Gli israeliani e i palestinesi – pur in un clima di palpabile tensione – continuano a portare avanti il loro dialogo bilaterale sulla scia dello spirito di Annapolis e Ehud Olmert e Abu Mazen sono convinti di non essere mai arrivati così vicini alla pace.
Israele ha avviato una serie di negoziati indiretti e più o meno segreti con molti dei nemici dai quali é circondata. Con Hamas sta dialogando a distanza attraverso la mediazione dei servizi egiziani nel tentativo di trovare un qualche tipo di soluzione alla situazione incandescente sul confine della striscia di Gaza.
Con Hezbollah, grazie alla mediazione dei servizi tedeschi, ha attivato alcuni canali che hanno portato a uno storico scambio di prigionieri e al ritorno in patria dei resti di Ehud Goldwasser e Eldad Regev, i sue soldati ritenuti rapiti (ma in realtà morti quasi subito) durante la guerra dell’estate del 2006.
Con la Siria, attraverso la mediazione turca, si è iniziato a dialogare dei confini e delle terre contese a cominciare da quelle alture del Golan, il cui valore strategico – grazie ai satelliti di nuova generazione – è molto diminuito rispetto agli anni passati. Anche Libano e Siria hanno iniziato un nuovo dialogo e hanno annunciato – a Parigi in occasione del vertice che ha varato l’Unione per il Mediterraneo – il ritorno ai rapporti diplomatici con l’apertura di ambasciate.
Gli Stati Uniti hanno inviato il numero tre del dipartimento di Stato William Burns a partecipare a una riunione del 5+1 (il gruppo composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza più la Germania) con i rappresentanti iraniani per il negoziato sul dossier nucleare di Teheran. Si tratta dell’ incontro al più alto livello dal 1979 e dall’episodio degli ostaggi sequestrati nell’ambasciata americana a Teheran.
Siamo quindi in una fase nuova, in cui è evidente un movimento insolito rispetto al lungo stallo degli ultimi tempi.
È un movimento che sembra nascere più dalle rispettive debolezze che dalla convinzione e dalla volontà di trovare un vero dialogo.
Olmert è in crisi verticale in patria per la vicenda dei fondi neri e sul suo futuro politico si addensano nubi scure in vista della resa dei conti all’interno del suo partito Kadima.
Abu Mazen stesso attraversa una crisi profonda di credibilità con buona parte dei territori palestinesi (tutta la striscia di Gaza) che sono fuori dal suo controllo e saldamente in mano agli uomini di Hamas.
La Siria ha capito che deve provare a sganciarsi un po’ dall’alleanza troppo stretta intessuta con Teheran e prova a portare avanti una sua nuova politica regionale che prevede il ritorno al dialogo con Beirut e un inizio di contatti con Israele.
Il Libano stesso è in perenne crisi, con Hezbollah che detta legge non soltanto su buona parte del territorio ma adesso anche in Parlamento e nel nuovo governo di unità nazionale dove ha la possibilità del veto.
Hamas – pur controllando Gaza – è consapevole che la tremenda situazione di vita dei cittadini palestinesi nella striscia impone un’uscita dall’isolamento politico ed economico nel quale è piombata.
L’Iran – o almeno alcuni dei suoi esponenti più moderati – comincia a metabolizzare il fatto che le minacce continue alla fine potrebbero ritorcersi contro Teheran che inizia a vedere qualche conseguenza concreta delle sanzioni economiche con le prime defezioni di grandi aziende occidentali nel settore dell’energia.
George W. Bush, infine, alla fine del suo ottavo anno alla Casa Bianca, si trova con un bilancio drammaticamente in rosso in politica estera e con due guerre sbagliate (anche se per motivi diversi) e dagli esiti negativi.
Le acque hanno quindi cominciato a smuoversi in seguito alla drammatica necessità di trovare qualche tipo di soluzione a uno stallo che oggi non serve più a nessuno.
Ma nessuno, in questo momento, ha molto tempo a disposizione. I nodi verranno al pettine tra pochissimi mesi. A novembre verrà eletto il nuovo inquilino della Casa Bianca e a quel punto tutto verrà inevitabilmente azzerato in attesa di capire quali saranno le nuove linee politiche di Washington per il Medio Oriente.
Per questo alcuni dei maggiori protagonisti dello scenario mediorientale hanno iniziato questa girandola di contatti informali, negoziati sotterranei e mediazioni segrete. Ma è una corsa contro il tempo. Tutto sommato, un po’ disperata.

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