APPROFONDIMENTO • Anno 1 - Numero 7-8 • Luglio-Agosto
A distanza di trent’anni dalla sua tumultuosa nascita, la Repubblica Islamica dell’Iran rappresenta ancora un rebus diplomatico per l’Occidente, che ha sempre oscillato tra obiettivi e strumenti molto diversi tra loro – se non contradditori – nell’ideare le proprie politiche verso quel paese.
Gli Stati Uniti hanno a lungo carezzato l’idea, improbabile in verità, di un crollo del regime islamico, favorendo in questi decenni politiche che portassero al cosiddetto regime change, tramite il sostegno a gruppi di opposizione, a stati ostili all’Iran o sperando in un cambiamento interno culturale e politico. Accanto a questa idea, Washington ha sempre visto l’isolamento dell’Iran, il suo containment, come un obiettivo prioritario per garantire lo status quo nella regione. Negli anni ’90, le presidenze Clinton avevano anzi lanciato la politica del Dual Containment, il doppio contenimento di Iraq e di Iran.
Diversamente, in Europa, i singoli stati avevano mantenuto rapporti economicocommerciali anche nei momenti più bui della guerra Iran-Iraq; all’inizio degli anni ’90 vi era stata una ripresa anche dei contatti politici. La UE aveva avviato il cosiddetto Critical Dialogue, poi evolutosi - con l’ascesa del presidente riformista Khatami nel 1997 - nel Comprehensive Dialogue, ossia contatti e negoziati a tutto campo con l’Iran.
Gli attentati del 2001 sembrarono per un breve periodo offrire la possibilità per un’apertura fra Tehran e Washington, vista la posizione iraniana di collaborazione contro i Taliban. Si cominciò a parlare apertamente di Engagement (ossia di avviare contatti su questioni specifiche), o addirittura di Grand Bargain, ossia di un accordo generale fra USA e Iran su tutti i punti di contrapposizione principali (dalla politica regionale al terrorismo, a Israele, etc).
Tuttavia, la decisione del presidente Bush di inserire l’Iran nel famoso “Asse del male”, l’invasione dell’Iraq e la crisi diplomatica relativa al programma nucleare iraniano fecero svanire questa prospettiva. Si tornò a parlare di regime change, di isolamento totale, perfino di un attacco militare preventivo statunitense. Il refrain costante era che Washington “non parlava con il diavolo”.
La crisi di sicurezza che attraverso tutto il Medio Oriente oggi, e che si riverbera pesantemente su tutto il mondo, ha infine portato Washington ad avviare contatti con l’Iran, ufficialmente limitati all’Iraq. Manca tuttavia una visione generale di come strutturare questi contatti.
In un mio recente Policy Brief, scritto per The Stanley Foundation, e che sarà presentato a luglio a Washington, ho avanzato l’idea di Selective Engagement, ossia una politica più complessa e adattabile della rozza opzione fra isolamento o trattativa generale (“Why Selective Engagement?”, scaricabile alla pagina http://www.stanleyfoundation. org/resources.cfm?id=330).
L’idea di fondo è che l’Occidente può mantenere un atteggiamento anche duro e di pressione su alcuni argomenti (come il terrorismo e il nucleare), ma non deve cercare di isolare l’Iran. Anzi, deve favorire l’inserimento dell’Iran nei vari fora regionali, e offrire la propria collaborazione su punti di mutuo interesse (ad esempio, la lotta ai grandi traffici della droga, che Teheran combatte duramente, a differenza di altri paesi regionali).
L’isolamento dell’Iran e la minaccia dell’abbattimento del regime, infatti, non solo si sono rivelate essere politiche velleitarie, ma sono state controproducenti, dato che hanno favorito l’ascesa degli ultra-radicali di Ahmadinejad. Tanto più l’Occidente cerca di isolare l’Iran, lo esclude dai tavoli regionali, lo accusa di favorire il terrorismo, tanto più indebolisce le correnti riformiste e pragmatiche che nel paese sono ben presenti (e hanno controllato il governo fra il 1997 e il 2005), e tanto più permette la “securitizzazione” di tutta la politica iraniana, offrendo il pretesto ai pasdaran, ai servizi e agli ultra-radicali di reprimere ogni dissenso nel nome della sicurezza della repubblica islamica.
Al contrario, un Iran che si percepisce meno isolato, e verso cui vi siano meno pregiudizi, è un paese in cui i riformisti e i moderati possono tornare a contare. L’Iran, al fondo di tutto, vuole essere considerato una potenza regionale cruciale nella regione. Piaccia o non piaccia, è tempo di riconoscerlo, e avviare politiche che facciano di Tehran non più l’antagonista da temere, bensì uno degli attori da coinvolgere.

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