IL PUNTO • Anno 1 - Numero 7-8 • Luglio-Agosto
Dopo i contatti indiretti tra siriani e israeliani in occasione della conferenza euromediterranea di Parigi, sempre a luglio americani e iraniani si sono seduti allo stesso tavolo per cercare una possibile via d’uscita alla questione del nucleare di Teheran. Siamo ben lontani anche solo dall’avvio di un negoziato serio, ma questo è comunque un buon segnale che arriva, oltretutto, a poche settimane dall’annuncio nordcoreano di rinuncia definitiva ai propri progetti atomici, una decisione che sembrerebbe far ben sperare per un’analoga soluzione della vertenza iraniana.
Ma la policy seguita con PyongYang può rappresentare una sorta di best practice da esportare nei confronti di Teheran? Per rispondere a questa domanda cruciale, occorre considerare quali sono stati i fattori chiave del successo nel caso nordcoreano e verificare se sono presenti anche in quello iraniano. Nel caso nordcoreano le grandi potenze (Cina, Russia e Usa) hanno collaborato in maniera trasparente e animate dal medesimo obiettivo.
In particolare la Cina ha giocato un ruolo determinante. La Cina aveva infatti molto da perdere e niente da guadagnare dall’acuirsi di una crisi ai suoi confini orientali: è la potenza in ascesa in Asia e nel sistema internazionale, e sa bene che la stabilità è ciò che più di ogni altra cosa serve ai suoi interessi di crescita economica e politica.
Pechino era l’unico alleato/protettore della Corea del Nord, per cui la revoca della sua protezione e delle sue forniture di energia avrebbe totalmente isolato il regime dal resto del mondo e reso ancora più precaria la sua stabilità interna.
La coesione della grandi potenze era così forte (al di là di qualche schermaglia) da consentire la convocazione di un tavolo di trattative (i Six party talks) a cui sedessero, accanto alla stessa Corea del Nord, anche i potenziali obiettivi dichiarati dei suoi missili nucleari: Sud Corea e Giappone.
Il regime nordcoreano in questi anni ha intrapreso una serie di mosse volte a migliorare i rapporti con Seul accantonando le velleità di riunificazione violenta.
Esistono o possono essere ricreate queste condizioni nei confronti dell’Iran? Vediamo.
Innanzitutto c’è il problema della trasparenza. L’Iran nega di avere un programma nucleare militare. Delle due, l’una: o dice il vero, e quindi non può smettere di fare quello che non fa; oppure ha scelto una strategia opposta a quella coreana: la dissimulazione al posto della sfida.
l’Iran non è nelle medesime condizioni di debolezza e isolamento politico ed economico della Corea. Oltre a essere un importante produttore di idrocarburi e anche la potenza in ascesa in Medio Oriente. Ammesso che la stiano davvero costruendo, per gli iraniani l’atomica non sarà oggetto di baratto (“mollo la bomba in cambio della sopravvivenza”) ma semmai strumento di ratifica dello status raggiunto e di volano per consolidare i successi e rilanciare le ambizioni.
Il “5+1” non assomiglia per nulla al “6 party talks”: non c’è “l’imputato” e non ci sono i suoi “bersagli”. D’altronde, sarebbe pensabile un tavolo di trattativa regionale cui sedessero, oltre alle grandi potenze, anche gli israeliani?
Dal Libano all’Iraq a Gaza, l’Iran non sta lavorando per far diminuire la tensione regionale.
La grandi potenze appaiono assai poco coese nei confronti dell’Iran e tanto Mosca che Pechino hanno sì interesse a tenere l’Iran fuori dal club nucleare, ma voglionio che gli Usa sopportino il maggior costo politico di questa opzione.
In sostanza, per rinunciare a fare quel che sostiene di non fare, l’Iran chiede il riconoscimento del suo ruolo di potenza regionale, che la comunità internazionale non può concedere se Teheran non rinuncia a contestare il diritto all’esistenza di Israele. E intanto Israele, con le sue manovre ha voluto ricordarci che il tempo per trovare (perché cercare non basta) una soluzione alternativa all’opzione militare è sempre più scarso. E che se una soluzione diplomatica non verrà trovata, l’opzione militare è sempre disponibile. Nella consapevolezza che quella militare non è una soluzione, ma è una mossa che, se i negoziati fallissero, si prefiggerebbe il solo scopo di ritardare quello che, altrimenti, Teheran porterebbe a casa prima e comunque.

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