LA QUESTIONE • Anno 1 - Numero 7-8 • Luglio-Agosto 2008
Dopo otto anni di sospetti e reciproche accuse, Siria e Israele sono tornate a negoziare. Per il momento per via indiretta, con la mediazione della Turchia, ma la strada imboccata sembra aprire scenari incoraggianti per tutta la regione. Al centro dei contatti tra Gerusalemme e Damasco, ovviamente, la questione delle alture del Golan, una delle tessere fondamentali da rimettere a posto per comporre il puzzle mediorientale.
Le alture – che si estendono per circa 1.250 km quadrati, dalle pendici
meridionali del monte Hermon alla riva meridionale del lago di
Tiberiade, fino al confine con la Giordania – sono un territorio
dall’alto valore strategico-militare e ricco di sorgenti e falde
acquifere che vanno ad alimentare, appunto, il lago di Tiberiade,
principale bacino idrico di Israele.
Già parte del territorio siriano, il Golan fu occupato dall’esercito
israeliano nel 1967, durante la guerra dei Sei giorni. Fino ad allora,
la zona era stata fortificata dalla Siria, che da numerose postazioni
di artiglieria colpiva frequentemente il sottostante territorio
israeliano.
Damasco cercò di riscattare l’umiliazione subita nel 1973, quando
siriani ed egiziani attaccarono lo stato ebraico in quella che è
passata alla storia come la “guerra dello Yom Kippur”. Fu allora, che i
siriani – come raccontano alcuni documenti dell’esercito israeliano
svelati di recente – furono a un passo dal riconquistare i territori
perduti. Una storia che vale la pena raccontare. Il 7 ottobre del 1973,
al culmine dell’attacco a sorpresa lanciato il giorno prima dalla Siria
e dall’Egitto contro Israele, le poche truppe dello Stato ebraico
impegnate in una disperata difesa sulle alture del Golan erano
sull’orlo del tracollo. Gli appena 180 carri armati disposti a difesa
della regione non riuscivano quasi più a far fronte all’irruente
avanzata di circa 2.000 carri armati siriani. Se avessero perso la
battaglia, davanti alla Siria si sarebbero spalancati di nuovo gli
accessi alla sottostante Galilea e all’intero nord di Israele. In
quelle ore drammatiche, il ministro della Difesa Moshe Dayan, ancora
sconvolto dall’attacco a sorpresa sferrato dai due eserciti arabi,
sembrava aver perso il controllo dei nervi. Alle 18.35 del pomeriggio
di quel giorno – secondo quanto riporta il diario del comando
israeliano della regione nord, il cui contenuto è rimasto fino a due
anni fa protetto dal segreto di Stato – Dayan, che si trovava in
riunione con alti ufficiali del comando regionale, fu udito consigliare
al generale Yitzhak Hofi, comandante responsabile dell’area nord, “di
considerare la possibilità di un ritiro delle truppe dall’intero
Golan”, di minare i ponti sul Giordano e di spiegarsi su una linea
arretrata di difesa a oltranza della Galilea. Nelle ore successive,
tuttavia, la decisione dell’allora capo di stato maggiore David Elazar
di trasferire lo sforzo dell’aviazione militare dal Sinai al Golan e
l’arrivo di migliaia di riservisti permisero a Hofi di preparare un
contrattacco che mutò poi a favore di Israele le sorti della battaglia.
Nei giorni successivi le truppe israeliane non solo recuperarono il
terreno perduto inizialmente, ma ne conquistarono altro, arrivando ad
appena una quarantina di chilometri da Damasco. Un rincuorato Dayan
ovviamente non fece più alcuna menzione della sua proposta di ritiro,
Israele vinse la guerra e mantenne il controllo delle alture. Fino ad
annettersele formalmente nel 1981, con una decisione mai riconosciuta
dalla comunità internazionale.
Oggi sul Golan vivono quasi 40.000 persone, in gran parte coloni
israeliani (che non hanno nessuna intenzione di smobilitare) assieme ad
alcune migliaia di drusi siriani. L’attuale questione da risolvere, per
un’eventuale restituzione dei territori alla Siria, è quali siano i
confini da prendere in considerazione. Damasco infatti da sempre chiede
un ritorno alla situazione territoriale precedente al giugno ’67.
Mentre Israele continua a far riferimento al confine internazionale. La
differenza tra le due posizioni consiste in poche centinaia di metri,
ma che furono sufficienti nel 2000, assieme ad altre motivazioni, a far
arenare il dialogo tra le due parti. Altro punto cruciale del negoziato
sarà l’acqua. Il Golan, come detto, è infatti ricco di risorse idriche
(tra cui quelle di Banyas, che alimentano il Giordano), che sono al
momento nella piena disponibilità israeliana. Difficilmente Israele
accetterà di privarsi completamente di queste fonti, vitali per la sua
economia. Un compromesso, difficile anche solo da immaginare, sarà
inevitabile per far andare in porto le trattative.
Dal punto di vista interno israeliano poi, la legge del 1981 (che
formalizzò l’annessione del Golan) potrebbe complicare ulteriormente le
cose. Il governo ebraico, guidato da un Olmert fortemente indebolito
dalle accuse di corruzione, dovrebbe ottenere il consenso della Knesset
per un eventuale smantellamento degli insediamenti. E fronteggiare
un’opposizione durissima, pronta a tutto pur di spezzare il già fragile
dialogo con la Siria.

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