ECONOMIA E MEDIORIENTE • Anno 1 - Numero 7-8 • Luglio-Agosto 2008
Il Tangier Med, nato solo un anno fa a est di Tangeri, in Marocco, è uno scalo portuale enorme, costato quasi due miliardi di Euro e capace di movimentare dai 3 a 5 milioni di container all’anno.
Tra poco aprirà Tangier Med 2, un secondo terminal (altri due miliardi di Euro di spesa) che porterà a 8,5 milioni all’anno la capacità del porto. Diventerà a settembre il più grande porto del Mediterraneo, non molto più piccolo di quello di Rotterdam. Con le principali società navali insediate nel terminal dalla sua inaugurazione.
Già oggi un terzo di tutto il traffico di container del mondo passa per il Mediterraneo. Passerà tutto dal Tangier Med. Più che pensare agli equilibri geopolitici, ai rapporti tra Siria e Israele, al contenimento dell’Iran o al ruolo dell’Arabia Saudita, sarebbe bene associare il vertice di Parigi della sarkoziana Unione per il Mediterraneo al rapporto economico tra paesi come Libia, Marocco, Tunisia, Israele, Turchia e la zona nord del Mediterraneo, che ha Pil e salari molto più alti, una popolazione molto più vecchia e un bisogno notevole di mercati e di territori in cui investire. Perché se è vero che gli europei temono i vicini della sponda sud, giovani, musulmani e clandestini, le imprese li cercano, perché il loro costo è più basso di quello dell’Europa dell’est, e le loro economie corrono parecchio.
Nella sola Tunisia gli Emirati Arabi Uniti hanno investito 20 miliardi di dollari negli ultimi due anni, investendo tra l’altro nel megaprogetto “Tunis Sportcity”, un enorme villaggio olimpico. La faccia stessa di Tunisi sta cambiando, e qualche abitante nostalgico della città vecchia se ne rammarica. Spagna, Francia, Italia, stanno tentando di fare lo stesso.
Tutta l’area beneficia da sempre di buone percentuali dal turismo. Ma quest’anno è andata meglio: i 4 miliardi di dollari investiti dai paesi arabi nel turismo egiziano hanno prodotto 111 milioni di pernottamenti negli alberghi egiziani. E tuttavia l’Egitto non è solo piramidi e Mar Rosso: meno di un mese fa il Ministro degli investimenti egiziano ha incontrato il vicepresidente di Wal-Mart, pronto a fare investimenti nel paese, visto che si tratta di “uno dei più promettenti mercati dell’Africa e del mondo arabo”, per usare le parole del Ministro.
A Dubai i turisti sono stati sei milioni nel 2007, e si punta ai 15 milioni nel 2008; in tutta l’area mediorientale, nel primo trimestre 2008, c’è stato un tasso di occupazione delle stanze d’albergo superiore ai livelli europei.
Gli uomini d’affari lo sanno: un recente rapporto di HSBC ha dimostrato che per gli imprenditori americani i mercati più promettenti - oltre ai soliti Cina, India, Brasile - sono quelli del Medio Oriente. I numeri lo confermano: l’area a sud del Mediterraneo ha raccolto nel 2006 investimenti stranieri per un totale di oltre 60 miliardi di dollari, il doppio dei soldi arrivati alla Russia, più del doppio dei dollari investiti nei paesi del Mercosur, il quadruplo di quanto investito in India. Quelli diretti alla Cina sono stati poco meno di 70.
Ernst & Young ha diffuso a metà luglio il suo “Baromed”, l’indice per misurare il grado di attrazione esercitato dall’aera Euro Mediterranea (Italia, Francia, Spagna, e poi il Marocco, tutto il NordAfrica, il Medio Oriente, la Turchia, la Grecia) sugli imprenditori europei e americani. Il Marocco è la location preferita per installare call center, la Turchia e Israele per le potenzialità in ricerca e sviluppo, il resto dei paesi rimane attraente per lavori ad alta intensità di lavoro.
In ogni caso le prospettive di crescita di quell’area del mondo sono alte. Kenneth Pollack, analista della Brookings Institution, ha parlato del “boom economico” in Medio Oriente, analogo a quello degli anni ’70 e ’80, l’ultimo boom petrolifero prima di quello attuale. Allora le classi dirigenti dei paesi del Medio Oriente investirono i profitti in proprietà immobiliari in Europa e in banche svizzere, trascurando gli investimenti interni e sciupando dunque il boom. Oggi sembra che le scelte si stiano orientando proprio in investimenti interni, infrastrutture, creazione di imprese, creazione di posti di lavoro. Con la crescita del FDI (investimenti diretti dall’estero) e cresciuto il Pil (Prodotto interno lordo).

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