MOVIMENTI ISLAMICI E ISLAMISTI • Anno 1 - Numero 6 • Giugno 2008
Il Partito di Dio sciita Hizbollah nasce nel 1982, in coincidenza con la seconda invasione israeliana del Liba - no (la cosiddetta “operazione pace in Galilea”). La sua nascita è determinata da tre fattori concomitanti: in primo luogo, le rivendicazioni socio-politiche della comunità sciita libanese, emarginata e schiacciata dall’egemonia maronita/sunnita; in secondo luogo, la politicizzazione dello sciismo, ossia quel fenomeno che ha portato nel Novecento gli sciiti da minoranza sottomessa alla rivendicazione dei pieni diritti politici; e soprattutto, l’attacco israeliano del 1982, approvato dagli Stati Uniti, durante il quale lo stato ebraico si era alleato con le milizie parafasciste della Falange cristiano- maronita (alleanza che produsse il terribile massacro nei campi palestinesi di Sabra e Shatila).
A questi fattori corrispondono tre orientamenti ideologico- pratici: la missione della “difesa degli oppressi”, un tema che ricorre frequentemente negli scritti dei teorici dell’islamismo radicale, sia sunniti come Sayyid Qutb (un egiziano impiccato da Nasser nel 1966) sia sciiti come Ruhollah Khomeini; la realizzazione dello stato islamico, su basi chiaramente mutuate dal pensiero khomeinista (lo stato islamico è gestito dagli ulema, i giurisperiti che hanno il diritto-dovere di sostituire nelle funzioni religiose e politiche l’imam nascosto); e ovviamente la lotta senza quartiere contro il “male assoluto” rappresentato da Israele e dai suoi alleati occidentali, nuovi imperialisti crociati che vogliono sottomettere e sfruttare le terre islamiche.
Queste prese di posizione militanti non escludono una notevole dose di pragmatismo. Una volta ritiratosi Israele dal Libano nel 2000, in seguito a quella che Hizbollah ha rivendicato come una propria vittoria, il Partito ha consolidato la sua presenza politica nel paese, eleggendo numerosi deputati al parlamento e numerosi amministratori locali. Lo stato islamico, se non può essere realizzato nel presente, deve considerarsi una prospettiva da costruire legalmente nel futuro, attraverso una normale dialettica politica. Se nella lotta di liberazione contro gli invasori, il partito aveva fatto ricorso spesso al martirio volontario, questa tattica è stata abbandonata in seguito come non funzionale a conseguire gli obbiettivi del movimento. In un’intervista rilasciata alle televisioni nel novembre del 2002, il leader di Hizbollah, lo sceicco Hasan Nasrallah, ha affermato che il suo partito non ha alcuna intenzione di “buttare a mare Israele”, ma di costringerlo a rispettare i confini del 1967, sanciti dalla risoluzione ONU n. 242.
Per quanto riguarda l’aggressione di Israele del 2006, Hizbollah, resistendovi, è apparso agli arabi e ai musulmani l’autentico vindice della libertà del mondo arabo e del mondo islamico in generale. Al Cairo come a Damasco sono sventolate le bandiere gialle del partito e si è accostato Nasrallah a Nasser: il presidente egiziano eroe del panarabismo e del nonallineamento; Nasrallah come rappresentante del riscatto degli arabimusulmani nei confronti del neocolonialismo. Lungi dall’indebolirsi, il partito è uscito dalla guerra rafforzato, e ciò spiega come mai abbia potuto sfidare il governo e rivendicare la conservazione delle sue potenzialità militari e logistiche. Come i Fratelli Musulmani in Egitto il partito è riuscito a creare una rete di assistenza sociale e di ascolto nei confronti dei diseredati sciiti e di coloro che avevano perso tutto nella guerra. Ciò ne ha consolidato il consenso. Un altro strumento di formazione del consenso è la propaganda, e Hizbollah si è dimostrato particolarmente capace di veicolare il proprio messaggio usando tutti gli strumenti di comunicazione di massa.

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IL FATTO
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