IL FATTO • Anno 1 - Numero 6 • Giugno 2008
Cambia qualcosa in Medio Oriente con la recente crescita di Hezbollah e Hamas? Nel tentativo di dare una risposta a questa domanda si possono trovare gli elementi per disegnare il profilo del futuro prossimo del Vicino Oriente.
Stiamo assistendo, in questi ultimi anni, a un cambiamento strutturale nella regione. Da un lato il nuovo – anche se ancora molto instabile – assetto iracheno e la fluida, ma totalmente mutata, situazione in Afghanistan. Dall’altra, appunto, la crescita esponenziale di Hezbollah e Hamas, due movimenti che da semiclandestini che erano hanno costruito – anche se con caratteristiche diverse – una forte anima politica e un braccio armato significativo.
In particolare, Hezbollah ha oggi in Libano un potere senza precedenti: rappresentanza in Parlamento, potere di veto nel governo e un braccio armato più forte dello stesso esercito, mentre Hamas continua ad avere il controllo politico e militare della striscia di Gaza.
Sono due attori dello scenario mediorientale che si sono rafforzati e la comunità internazionale rimane divisa tra chi non vuole il dialogo con organizzazioni considerate, almeno in parte, terroristiche e chi invece ritiene che anche con il ‘’nemico’’ si debba parlare.
Lo scenario mediorientale ha subito un cambiamento strutturale in questi ultimi anni. Gli elementi di questa nuova situazione sono molti e alcuni di questi sono stati già analizzati in profondità. Il nuovo, seppur molto instabile, assetto iracheno e la situazione fluida ma totalmente mutata in Afghanistan sono due componenti chiare di uno scenario addirittura rivoluzionato rispetto a sette-otto anni fa. Ma accanto a questi cambiamenti traumatici della situazione, in conseguenza di vere e proprie guerre, ci sono dei cambiamenti progressivi, ma apparentemente molto forti, che nel presente e, ancor più, in prospettiva possono davvero disegnare un profilo nuovo e al momento sconosciuto di tutto il teatro del Vicino Oriente.
Stiamo parlando della crescita esponenziale di Hezbollah e Hamas, due movimenti che da semiclandestini che erano hanno costruito - anche se con caratteristiche diverse - una forte anima politica e sociale e un braccio armato significativo, capace, nel caso della milizia libanese, di dettare legge dal punto di vista del controllo del territorio allo stesso esercito del Paese dei Cedri.
Una crescita di queste dimensioni di Hezbollah e Hamas non era prevedibile qualche anno fa. Qualsiasi decisione politica venga presa oggi in Medio Oriente non può prescindere dal considerare, in qualche modo, le posizioni dei due movimenti.
I recenti fatti libanesi, in particolare, sono eclatanti. Hezbollah ha dimostrato di poter fare, dal punto di vista militare, quello che vuole e l’esercito ha, di fatto, preferito farsi da parte piuttosto che avere a che fare con la milizia sciita. Dal punto di vista politico il partito di dio vanta, oltre alla tradizionale presenza in parlamento, anche il potere di veto all’interno della nuova compagine governativa.
Il futuro del Libano, di conseguenza, non potrà essere costruito senza tener conto, in qualche modo, della volontà di Hezbollah.
Hamas ha certamente meno potere di Hezbollah, ma la sua crescita è comunque evidente e continua a mantenere il controllo politico e militare della striscia di Gaza. Mentre Israele e Fatah continuano i loro sterili negoziati per trovare una via d’uscita al groviglio israelo-palestinese, la striscia di Gaza rimane in mano agli uomini di Ismail Haniyeh, nonostante difficoltà evidenti di vario tipo che Hamas deve quotidianamente affrontare.
I primi a essersi accorti di questa crescita, in parte imprevista, dei due movimenti sono stati gli israeliani che hanno avviato un qualche tipo di inizio di dialogo con Hamas attraverso la sponda egiziana e un contatto con la Siria (uno dei punti di riferimento di Hezbollah) attraverso i buoni uffici della Turchia.
Il problema di Israele è la sindrome di accerchiamento. La percezione che hanno gli israeliani è quella di una nuova presenza dell’Iran ai loro confini. I legami tra Teheran e i due movimenti ci sono, anche se i rapporti che l’Iran ha con Hezbollah non sono gli stessi che ha con Hamas. Ma l’influenza politica è chiara e gli israeliani accusano Teheran di aver armato e di continuare ad armare le milizie del partito di dio.
In questo nuovo scenario, le varie situazioni si legano in un più ampio disegno geopolitico che può trovare un suo equilibrio soltanto se tutti i nodi verranno sciolti. Questo può avvenire inevitabilmente attraverso un dialogo più strutturato ed è illusorio pensare che può essere possibile provare a portare avanti il dialogo israelo-palestinese senza considerare i legami concreti che questo può avere con il negoziato sul nucleare iraniano.
In altre parole: non è pensabile che Teheran non usi la sua influenza tra Libano e Territori senza tenere in considerazione l’andamento del negoziato con l’Aiea e la comunità internazionale sul suo dossier nucleare.
Sarà quindi importante che la comunità internazionale nello sviluppare i suoi progetti per riportare la pace e la stabilità nell’area tenga in considerazione questi fattori. Concentrarsi su un punto soltanto dello scacchiere, tralasciando gli altri, sarebbe, in questo momento, un errore strategico grave.
Dall’altra parte, c’è un altro punto dal quale non si potrà prescindere. Come parlare, con quali canali e quali modalità, con organizzazioni considerate - almeno in parte - terroristiche? Questo è un dilemma che non ha trovato ancora un punto di equilibrio tra i fautori della linea dura di nessun dialogo e quelli più pragmatici e portatori della linea secondo cui è con il nemico che bisogna parlare. Anche se la posizione di Hezbollah e Hamas, da questo punto di vista è, per molti aspetti, diversa, con la prima che ha una componente politica e parlamentare molto più strutturata della seconda.
Gli israeliani - che sono inevitabilmente interessati a ogni piccolo nodo della matassa mediorientale - stanno, in parte e progressivamente, provando a verificare se è possibile raggiungere qualche risultato attraverso un qualche tipo di negoziato anche se non condotto in maniera diretta. Sarà però necessario che la comunità internazionale riceva risposte concrete e tangibili della volontà di dialogare, cosa che è avvenuta abbastanza raramente fino ad oggi.
In quell’angolo del mondo l’alternativa al dialogo è però spesso fatta di scontri, violenza e sangue. E, certo, è abbondantemente arrivato il tempo di provare a percorrere davvero una nuova strada anche laggiù, nel Vicino Oriente. Vicino anche a noi.

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