Domande e risposte sulla democrazia in Medio Oriente, Massimo Bordin
Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008
Massimo Bordin. Direttore di “Radio Radicale”
Come vive Israele la condizione di essere in Medio Oriente il Paese più vicino agli standard occidentali di Democrazia?
Il sessantesimo anniversario della nascita dello Stato di Israele è vissuto in questi giorni in Italia con particolare intensità a causa delle polemiche sulla fiera del libro di Torino. Polemiche che almeno un lato positivo hanno: la rinnovata attenzione sulle caratteristiche dello Stato fondato da Ben Gurion e dai suoi compagni. E la caratteristica principale dello Stato di Israele è quella di essere l’unica democrazia dell’area medio-orientale che si avvicini agli standard più avanzati. Non si può dire altrettanto del Libano, sempre a un passo dalla guerra civile, né della Giordania, che pure fra i paesi del Medio Oriente ha indici di libertà non scadenti. Il paradosso è che, di fatto, Israele è in guerra da 60 anni. Inevitabile che il suo tasso di democrazia interna tenda a scendere. Quello che è miracoloso è che una cultura dei diritti ancora resista, quello che è paradossale è il fatto che i cittadini arabi di Israele, che pure sono sottoposti a limitazioni dei loro diritti molto forti e talora odiose, godano comunque di una relativa libertà, inimmaginabile altrove se non forse in Libano, paese però divenuto ben più instabile e insicuro di Israele. In parole povere la “democratizzazione” dei paesi vicini a Israele farà bene non solo a quei paesi ma a Israele stessa. Senza contare il nascente Stato palestinese. “Due popoli, due Stati” non può bastare, e infatti non ha funzionato. “Due Stati, due democrazie” è già meglio. Forse occorre però cominciare a fare i conti con limiti e rischi dello Stato-nazione e ragionare in termini federalisti. Questione ostica più per Israele che per gli Stati arabi.

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