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L’identità del peacekeeper tra ruoli in conflitto, di Annalisa Galardi

APPROFONDIMENTO Anno 1 - Numero 5 • Maggio 2008

È stato detto che “il peacekeeping non è lavoro da soldati ma soltanto dei soldati possono farlo”. Come dire che, nelle missioni di supporto alla pace, l’addestramento tradizionale dei soldati è necessario ma non è sufficiente. La necessità di una preparazione bellica riguarda l’indispensabile capacità di proteggere e proteggersi, di resistere agli stress dovuti a situazioni di elevato rischio e a condizioni ambientali ostiche, in cui il clima è difficile, le infrastrutture e le vie di comunicazione sono scarse e, talvolta, le popolazioni locali manifestano ostilità.

Molte Forze Armate hanno, però, avvertito la necessità di rivedere la formazione dei peacekeeper in modo tale da ridefinire un ruolo, nuovo, non più ancorato a una visione “gladiatoria” del soldato ma incline a una professionalità manageriale e caratterizzato da un’apertura antropologica, ossia da un atteggiamento tollerante nei confronti delle altre culture, lontano da ogni forma di pregiudizio.
Nelle missioni internazionali, infatti, molti soldati hanno espresso un profondo disagio dovuto alla difficoltà di autodefinirsi, di comprendere appieno la propria professionalità in un contesto che, al pari di una guerra, vede i militari occupati per il raggiungimento di fini politici ma, a differenza di una guerra, manca un nemico da distruggere, gi obiettivi possono subire diversi cambiamenti e, di conseguenza, anche l’uso delle armi è talvolta vietato.
“Nel peacekeeping il problema è che non hai nessun nemico, e questo significa che non hai nessuna dignità come soldato”, dice un ufficiale in missione a Cipro, e “Sono un carrista, lo sono da 14 anni. Ma lascia che ti dica… tutto quello che sto facendo qui è controllare le patenti della gente” sono le parole di un insoddisfatto carrista durante la missione in Bosnia.
Anche da affermazioni come queste, risulta evidente il processo di civilianization che sta interessando le Forze Armate, sempre più coinvolte in operazioni assimilabili più agli interventi di polizia che non alle azioni militari di tipo tradizionale. Alcuni studiosi hanno definito l’esistenza di due diversi atteggiamenti propri dei peacekeeper che possono prevalere nelle varie situazioni in cui egli sente la necessità di sperimentare un’identità stabile: da una parte può prevalere l’identità del “warrior” che non rinuncia al carattere guerresco del proprio ruolo, che cerca un nemico ben definito cui contrapporsi, che tende alla vittoria e a uno “stato finale certo”. Questo è il caso dei soldati di cui abbiamo riportato le parole. Dall’altra vi è l’atteggiamento “humanitarian”, più incline alla cooperazione, all’empatia, al raggiungimento di relazioni internazionali favorevoli.
Come spesso accade quando vi è un conflitto tra due ruoli che hanno una forza molto diversa nell’autodefinizione di una persona, la strategia cognitiva più frequentemente utilizzata è quella del diniego, vale a dire che si tende a considerare un ruolo come totalmente positivo e l’altro totalmente negativo, che un ruolo viene accolto e utilizzato per pensare a se stessi e l’altro viene negato in modo tale che non interferisca affatto nella definizione di sé. Nel caso del peacekeeping, questo produce risultati negativi sia in termini di stress e insoddisfazione individuale sia in relazione alla buona gestione della missione. Risulta per questo sicuramente utile pensare a una formazione nuova, in cui i soldati siano motivati a sviluppare un’identità militare che rifletta entrambi i ruoli di “combattente” e “non-combattente”. Un’identità sovraordinata che permetta ai due diversi ruoli di essere compresenti e ugualmente disponibili così che il singolo possa attivare l’uno o l’altro a seconda della necessità delle diverse situazioni, come quando, ad esempio, le regole d’ingaggio sono mutevoli.

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