Sulle orme del profeta: l’esperienza mahdista in Sudan, di Massimo Campanini
MOVIMENTI ISLAMICI E ISLAMISTI • Anno 1 - Numero 4 • Aprile 2008
L’affermazione del Mahdi Muhammad Ahmad nel Sudan degli anni 1880 rappresenta una delle più significative espressioni di rinnovamento islamico in età precoloniale, carico di soteriologia e di mito. Il Sudan era allora parte integrante dell’impero egiziano degli eredi di Muhammad ‘Ali. Gli egiziani, o meglio i “turchi” come li chiamavano i sudanesi, avevano importato un sistema amministrativo con la ri scossione sistematica delle tasse, avevano lottato contro la tratta degli schiavi – una delle fonti principali di bilancio dell’economia sudanese dell’epoca –, soprattutto avevano cercato di imporre una forma di Islam istituzionalizzato e centralizzato che non corrispondeva alla tradizione fondamentalmente mistica e organizzata in confraternite dell’Islam sudanese. Queste interferenze “straniere”, tutte insieme, provocarono la risposta del Mahdi.
Nato attorno al 1840, Muhammad Ahmad era un sufi che si fece convincere di essere il Messia predestinato a rinnovare l’Islam. Riuscì perciò a mettersi alla testa di un movimento armato cui parteciparono mistici così come ex-mercanti di schiavi e forze tribali. L’esercito del Mahdi sconfisse più volte le truppe egiziane e giunse a occupare Khartum nel 1885. Muhammad Ahmad morì però pochi mesi dopo la conquista della capitale e il suo successore, il califfo ‘Abdallahi, non seppe proseguirne la missione. Dopo alterne traversie, dopo aver tentato un’ulteriore espansione verso il Corno d’Africa e addirittura verso l’Egitto, lo stato mahdista fu travolto dalle forze anglo-egiziane nel 1898.
Ma ciò che più importa è valutare il progetto religioso mahdista. Muhammad Ahmad era non solo convinto del carattere messianico della sua impresa, ma soprattutto del fatto di star rivivendo l’epopea del profeta. I suoi compagni li divideva tra muhajirun e ansar, come si dividevano i compagni del Profeta tra quelli che erano emigrati con lui da Mecca a Medina e quelli che all’Islam si erano convertiti a Medina. I suoi principali collaboratori li identificava con i principali aiutanti del Profeta, da Abu Bakr a ‘Omar a ‘Othman ad ‘Ali. Tutta la vita religiosa attorno al Mahdi era dunque impregnata dello spirito del ritorno alle origini. Le stesse vittorie militari che lo portarono a Khartum sembravano riprodurre le straordinarie conquiste dell’Islam nascente e protetto da Dio che si affacciava sulla Siria, la Persia e l’Egitto. Dunque l’era del Mahdi sembrava aprire la strada non solo a un trionfo politico, ma anche a una supremazia religiosa dell’Islam. Era talmente persuaso del suo destino Muhammad Ah mad da osare intervenire sulla shari‘a, soprattutto per quanto riguarda il diritto di famiglia. Si trattava di una novità, almeno teorica sebbene non avesse effettive conseguenze pratiche, per quanto implicava, da parte del Mahdi, l’attribuzione a se stesso di una attività che era stata sempre riservata a Dio o almeno al suo Inviato attraverso la sunna.
Il progetto religioso mahdista assunse traslatamente caratteri anti-coloniali. A quell’epoca non vi era ancora consolidata presenza britannica nella Valle del Nilo, sebbene gli inglesi avessero sottoposto l’Egitto al loro protettorato dopo la rivolta urabista del 1882. I Mahdisti combattevano essenzialmente i “turchi” ma rappresentavano in parte l’emergere di una coscienza nazionalistica sudanese ammantata di ca ratteri islamici. Gli eredi del Mahdi costituirono poi il raggruppamento politico religioso degli Ansar. E anche gli avversari del Mahdi, raccolti attorno alla confraternita mistica della Khatmiyya, rivestirono di caratteri religiosi la loro attività politica. Quello proposto dal Mahdi sembrava uno stato islamico a tutti gli effetti, anticipando le declinazioni dell’Islam politico nel Ventesimo secolo.

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