La stabilizzazione dell’Iraq, tra speranza e realtà, di Riccardo Redaelli
APPROFONDIMENTO / 2 • Anno 1 - Numero 4 • Aprile 2008
Per alcuni mesi l’Iraq sembrava essere scivolato fuori dai giornali occidentali. Complici le elezioni americane, i problemi politici italiani, le crisi finanziarie e i molti altri problemi quotidiani, tanto i lettori quanto i giornalisti sembravano ansiosi di passare ad altro, dopo le litanie dei mille disastri-errori- orrori durate anni.
Il surge, ossia l’aumento delle truppe statunitensi e il loro più razionale ed efficace dispiegamento sul terreno – assieme alla rottura fra capi tribali sunniti e jihadisti – avevano ridotto le violenze e ridato stabilità al paese. Piano piano il paese si sarebbe rimesso in sesto.
L’improvvisa fiammata di violenze nel sud del paese ha riportato l’attenzione su quanto sta avvenendo in Iraq, favorendo anche interpretazioni più realistiche. Non vi è dubbio che il surge abbia ridotto le violenze nel 2007 e abbia prodotto un significativo miglioramento della sicurezza. Tuttavia vanno evidenziati alcuni altri fattori che hanno contribuito al suo successo:
a) la decisione dei capi tribali sunniti di non sostenere più la politica di violenze qa’edista;
b) la decisione di Muqtada al-Sadr di attuare una tregua di sei mesi;
c) il fatto che le violenze a Baghdad si siano ridotte nel 2007 anche perchè l’azione di pulizia etnica dei vari quartieri era di fatto stata portata a termine.
La strategia del generale Petraeus ha quindi beneficiato di alcuni fattori esterni che ne hanno amplificato i risultati. Oggi, al contrario, emergono i problemi rimasti insoluti. Innanzitutto la paralisi del governo al-Maliki e l’incapacità dei vari attori politici iracheni di trovare un accomodamento politico. Poi, la crescente frammentazione dei movimenti sciiti, e la debolezza del movimento di al-Maliki e dei principali partiti che lo sostengono al sud: nella zone di Bassora, ma anche nel Dhi Qar, il sostegno popolare al movimento di al-Sadr è infatti notevole e in crescita. Il terrorismo jihadista, pur indebolito, è lungi dall’essere sconfitto. Anzi, in questi mesi dimostra di aver raggiunto un nuovo e superiore livello tecnologico, con l’uso crescente di ordigni EFP a carica cava e multipla. Una sola esplosione infligge danni molto più gravi rispetto agli anni passati. Un’evoluzione che spaventa i militari impegnati in Iraq e rende la diminuzione delle truppe statunitensi un’ipotesi remota e azzardata a un tempo.
L’attacco deciso a marzo dal governo al-Maliki contro le milizie sadriste nel sud del paese ha rivelato l’impreparazione delle forze armate irachene, e soprattutto la fragilità delle forze di polizia locali, che hanno visto numerose defezioni di loro agenti, passati alle milizie di al-Sadr durante gli scontri. Se obiettivo di fondo era indebolire al- Sadr favorendo il radicamento al sud delle forze politiche sciite governative in vista delle future elezioni provinciali, i risultati rischiano di essere controproducenti.
Soprattutto, l’Iraq sembra rappresentare una di quelle terribili equazioni che ci perseguitavano al liceo (o perlomeno perseguitavano i cattivi studenti di matematica come chi scrive): troppe variabili e troppe incognite per venirne a capo. L’amministrazione Bush preme al-Maliki affinché questi organizzi le elezioni provinciali, ritenute fondamentali per completare il rinnovamento istituzionale del paese. Se si tenessero oggi, tuttavia, a Bassora e in altre province meridionali vincerebbe probabilmente il partito di al-Sadr. Indebolire il movimento sadrista significa rafforzare l’ISCI (il Consiglio Supremo Islamico d’Iraq) e le sue milizie, le Badr Brigate, molto legate all’Iran, nemico acerrimo degli Stati Uniti. Aiutare militarmente le truppe governative al sud con soldati USA rischia di provocare un crollo della popolarità del primo ministro in quelle regioni. Rinviare le elezioni favorisce il clima di anarchia e di corruzione che ha fatto di Bassora uno dei centri di tutti i traffici illeciti del paese e alimenta le tensioni anche a livello nazionale.
Insomma, la stabilizzazione dell’Iraq è ancora più una speranza che una realtà, e il rischio che la paralisi politica degeneri in una pluralità di confusi conflitti politici e scontri di milizie è sempre concreto. Mentre la capacità di pressione e di controllo politico da parte americana sembra affievolirsi.

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