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Gaza, un problema anche per Mubarak, di Massimo Bordin

SGUARDO SU ISRAELE Anno 1 - Numero 4 • Aprile 2008

Bambini a Gaza Lo spiegamento di forze sulla “Philadelfia road”, la strada che segna il confine meridionale della striscia di Gaza è l’immagine del problema che accomuna Israele ad alcuni paesi arabi, primo fra tutti l’Egitto. A Gaza si succedono i lanci di razzi e missili, finora a corta gittata, contro i paesi israeliani più vicini. Ogni tanto forze speciali israeliane fanno rapide incursioni nella Striscia e colpiscono, inevitabilmente coinvolgendo civili. In sostanza uno stillicidio che continua perché Israele non esclude di ritornare a occupare Gaza per difendersi dai lanci di razzi – recentemente Zipi Livni ha riprospettato pubblicamente questa eventualità – ma esita a farlo per timore di impantanarsi in una situazione militarmente insolubile quanto nociva dal punto di vista dell’immagine.

Hamas, dal canto suo, prosegue nei lanci contro Israele ma non riesce a venire a capo del problema del governo della città dove sono 90.000 le persone che hanno perso il lavoro da quando gli islamisti hanno vinto le elezioni. Se Abu Mazen tagliasse i fondi che l’ANP stanzia per pagare gli stipendi a 70.000 “impiegati”, che sono in maggioranza miliziani di Hamas, la situazione sociale esploderebbe. Intanto lo sfondamento del confine egiziano di Rafah ha definitivamente coinvolto Mubarak nella crisi di Gaza. La sola idea di ritrovarsi in casa il braccio armato palestinese dei “Fratelli Musulmani” che sono la spina del fianco del regime egiziano ha spinto Mubarak non solo a dislocare le sue truppe sul confine ma a chiedere a Israele di piazzare a rinforzo le sue. Per questo Philadelfia Road si affolla di armati che pure non dovrebbero stare lì, considerato che Israele interpreta i trattati negativamente a proposito di una presenza armata egiziana a presidio di Gaza e i paesi arabi contestano a Israele la dislocazione e il ruolo delle sue truppe in loco. Ma in questo caso nessuno protesta. L’idea di un confine mobile di Gaza, che ormai non è più solo considerata una “Hamas land” ma anche una propaggine iraniana, grazie alla presenza di numerosi istruttori militari di Hezbollah, mette in allarme non solo Israele ma anche i paesi arabi vicini. Paradossalmente Israele oggi trova più consenso, nella sua difesa dall’asse Hezbollah- Hamas, dai paesi arabi che da quelli europei. Basti pensare al recente fallimento della riunione a Damasco della Lega Araba, disertata dai re di Arabia Saudita, Giordania e Marocco e dai presidenti di Egit to e Yemen. Tutti gli assenti rimproverano al regime di Bashir Assad di essere nei fatti il “cavallo di Troia” dei “persiani”. Diverso l’atteggiamento europeo in Libano dove le forze UNIFIL sono bloccate da regole di ingaggio ONU che solo Israele chiede di modificare. E anche a Gaza l’UE avrebbe un ruolo. Dopo la firma, nel novembre 2005, fra Israele e ANP dell’ “Accordo su Movimento e Accesso” , con il ritiro israeliano l’UE inviò una missione di assistenza col compito di controllare i confini e monitorare il valico di Rafah. Negli ultimi mesi proprio lì è successo praticamente di tutto, fino allo sfondamento verso l’Egitto ma la missione UE si è limitata ad “assistere”, senza il supporto di alcuna iniziativa politica europea di qualche spessore.
Dall’interno di Israele vengono novità politiche di tipo “italiano”. L’attuale legge elettorale prevede che il leader del partito più votato debba formare il governo. Al momento tutti i sondaggi indicano il Likud di Netanyahou come favorito, mentre al governo il premier Olmert, del partito Kadima, continua a scontrarsi col ministro della difesa Barak, laburista. Se però Kadima e Labour si fondessero in un’unica lista potrebbero sperare nella vittoria sul Likud. Due i problemi: il candidato sarebbe Olmert che però si impegnerebbe a cedere il testimone a Barak a metà mandato; in più c’è un rischio tutto politico: Kadima potrebbe subire una scissione da destra verso il Likud, il Labour una da sinistra verso il partito Meretz. “Staffette” e scissioni, un altro successo dell’export italiano.

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