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Fare affari nei Territori Una gimkana tra Fatah e Hamas, di Paolo Martini

ECONOMIA E MEDIORIENTE Anno 1 - Numero 4 Aprile 2008

Tony Blair Lo slogan è in stile vagamente “Obama”, e a rilanciarlo è il leader politico che ha più scommesso sulle speranze della politica nel risolvere le crisi mondiali: Tony Blair, inviato speciale per la pace in Medio Oriente, ha usato parole ispirate per lanciare una tre giorni di conferenza prevista dal 21 maggio a Betlemme. Lo slogan: “You can do business in Palestine”.

Organizzato a partire dalla conferenza dei donatori che nel dicembre 2007 ha raggranellato quasi 8 miliardi di dollari per lo sviluppo della Palestina, l’evento ha il chiaro intento di ripartire dalla scommessa di un miglioramento delle condizioni economiche di Cisgiordania e Gaza attraverso uno scopo esplicito: offrire a potenziali investitori stranieri un ambiente adatto, persino promettente per fare affari, presentando qualche “success story”, offrendo l’immagine di un’Amministrazione efficiente, e di una politica ben disposta verso settori privati che vogliano contribuire alla crescita dell’economia palestinese. Per questo il Presidente dell’Anp, il primo ministro e il ministro dell’economia accoglieranno a braccia aperte – e con incentivi pari a circa 1 miliardo di dollari – gli ospiti che arriveranno a Betlemme il 21 maggio. E per questo Blair ha speso il suo prestigio per dire quanto l’auspicio del premier Salam Fayyad – una crescita del 10% dei Territori – debba essere incoraggiato.
Per ora però quello che l’Anp può offrire a chi vorrà scommettere sui Territori è poca cosa: un recente studio della Banca Mondiale ha segnalato che dopo 40 anni di occupazione l’economia palestinese è decisamente sottosviluppata: il settore industriale – piccole imprese, soprattutto – rappresenta il 12% della locale economia, mentre è il 30% nella confinante Giordania. Si producono beni ad alta intensità di lavoro (tessile e calzature), e per il resto solo agricoltura.
Israele è anche il principale partner commerciale, ed è chiaro che finché lo rimarrà “l’economia rimarrà poco sviluppata”, perché “solo nuovi mercati, e senza l’intermediazione di Israele, possono far crescere l’economia palestinese”, ha scritto la Banca Mondiale. Ma andare su altri mercati vuol dire anche aggirare le barriere anche fisiche che colpiscono le merci. E il problema non è da poco: a ogni giro di negoziati, palestinesi e israeliani parlano anche di accordi sulle dogane, e sulla possibilità di aprire ai mercati. Ma al momento nelle riunioni del WTO vanno gli israeliani, e decidono anche per i Territori Occupati.
La vicenda dell’accordo tentato con British Gas, in piedi da quasi un decennio, è emblematica: la compagnia britannica ha siglato nel 2000 (dopo gli accordi di Oslo) un accordo per alcuni impianti di estrazione del gas offshore, 38 chilometri al largo delle coste di Gaza. La risorsa è la più importante dei Territori palestinesi, e l’accordo prevedeva un passaggio sotterraneo di una pipeline per alcuni chilometri fino a una raffineria ad Ashkelon, pochi chilometri a nord di Gaza, in Israele. L’accordo, siglato con Israele e l’Anp, è stato gestito insieme a una società libanese (la CCC) e dal Palestinian Investment Fund, che è tra l’altro uno degli organizzatori della conferenza del prossimo maggio. Ma rispetto al 2000 a Gaza è cambiato qualcosa: è andato al potere Hamas, e le trattative sono diventate difficili. Perché una parte di quel gas era destinato alla vendita ad Israele, e diversi ambienti israeliani – a partire dal capo del Mossad Dagan – hanno sollevato obiezioni: comprare gas voleva dire “finanziare direttamente gli attacchi terroristici contro Israele” da Gaza.
Dopo complicati tentativi di uscire dallo stallo, e nonostante le pressioni britanniche (nel settembre 2007 il quotidiano arabo Al Quds scriveva che al 10 di Downing Street consideravano “centrale per la road map economica dell’area” l’accordo sul gas di Gaza, un accordo da 1 miliardo di dollari), l’accordo è fallito. Nel suo rapporto 2007 BG spiega di aver abbandonato le trattative con Israele. E per ora del giacimento di gas al largo di Gaza non si farà nulla.
Morale: non è detto che si possano fare affari in Palestina.

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