Il petrolio di Kirkuk cerca padrone, di Paolo Martini
ECONOMIA E MEDIORIENTE • Anno 1 - Numero 3 • Marzo 2008
Nascerà presto in Turchia un canale televisivo di stato in lingua curda. Questione di pochi mesi, e il canale avrà anche una versione in farsi e una in arabo. Pochi giorni fa il Primo Ministro Erdogan ha annunciato un massiccio piano di investimenti – circa 12 miliardi di dollari – destinato al sud est del paese, quella zona curda nella quale il governo di Ankara vuole migliorare le condizioni di vita, creare posti di lavoro, e soprattutto allontanare i giovani dal percorso verso la militanza armata del PKK. Erdogan ha scelto un’intervista al New York Times per annunciarlo, e la promessa di una tv in lingua è suonata particolarmente significativa, visto che Ankara ha da sempre imposto severe restrizioni ai curdi nell’uso della loro lingua.
Le dichiarazioni del premier turco sono arrivate qualche tempo dopo una settimana di pesante offensiva militare turca in Iraq, che aveva preoccupato non poco gli alleati Usa. “Siamo la porta più importante per il nord Iraq, il suo collegamento al mondo”, ha spiegato. E per questo, ha aggiunto, la lotta al terrorismo non deve essere solo militare. Deve avere anche “una componente socio-economica, una componente culturale, una psicologica”. Per questo – la notizia è del quotidiano siriano Tishreen – la Turchia ha anche annunciato altri massicci investimenti diretti in Iraq, concordati direttamente tra le autorità di Ankara e il presidente iracheno, il curdo iracheno Talabani, che a metà marzo è andato in visita ad Ankara. Erdogan non ha rapporti brillanti con l’altro curdo iracheno importante, quel Massud Balzani, leader nazionalista curdo che non ha mai abbandonato il sogno di uno stato curdo tra Iraq, Turchia, Iran e Siria e che è il governatore della KRG, la regione autonoma curda irachena. Ma anche Balzani sa che il nemico principale per la gente che vive nella regione da lui governata è a Teheran, non certo ad Ankara. Talabani, che è l’altro leader storico dei curdi iracheni, ha parlato di “obiettivo comune” tra Baghdad e Ankara, di “relazione strategica” tra i due paesi “a tutti i livelli”, da quello economico a quello politico. L’economia irachena fa progressi, ha spiegato il Presidente: “Il nostro ministro delle finanze Bayan Jabr Solagh gestisce circa 16 miliardi di Euro per investimenti e progetti strategici”, ha detto. E ha annunciato per maggio la firma di ulteriori accordi di cooperazione. I terreni di investimento diretto turco sono prevedibili: soprattutto gas, per l’importazione e il transito verso l’Europa. E poi il petrolio. Ma il problema a questo punto si chiama Kirkuk. Ancora in questi giorni le principali compagnie petrolifere mondiali stanno siglando quelli che in gergo si chiamano Technical Support Agreement, accordi ponte di supporto e formazione, gli unici possibili in una situazione legislativa non chiara. Il petrolio di Kirkuk è infatti ancora senza padrone, conteso tra il governo centrale e l’autonomia curda, ed è al centro di una complicata questione istituzionale che dalla fine di Saddam è aperta in Iraq. Previsto inizialmente in dicembre, è stato rinviato a giugno un referendum sullo status della città, previsto dalla Costituzione irachena. Il problema è che prima di fare un referendum si dovrà decidere quali e quanti sono gli abitanti della città. Censimenti non ce ne sono. E nel frattempo la comunità turcomanna e quella araba accusano i curdi di aver portato in città decine di migliaia di persone. Il fatto è che però – che sia controllato dal governo regionale di Barzani o da quello centrale – il petrolio curdo può uscire dal paese sostanzialmente per una via: quella pipeline Kirkuk–Ceyhan che è l’unica che porta al Mediterraneo. E dunque anche i curdi iracheni hanno molto da sperare in un miglioramento della cooperazione economica con Ankara. Non a caso – nel racconto che ne faceva il quotidiano siriano – proprio di quel petrolio ha parlato Talabani nel suo viaggio in Turchia, riferendosi esplicitamente a un ampliamento, o addirittura al raddoppio dell’altra importante pipeline, da almeno dieci anni bersagliata da attentati del PKK: quella che va dalla città di Kirkuk verso Yumurtalik, nel sud della Turchia. I 115 milioni di barili di petrolio quotidiani, riserve certe dell’Iraq (e qualche stima parla anche di cifre doppie) fanno gola, specie in tempi di petrolio a 100 dollari al barile.

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