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La forza degli eventi e la coerenza della politica estera, di Vittorio Emanuele Parsi

IL PUNTO Anno 1 - Numero 3 • Marzo 2008

Dopo l’11 settembre, il Medio Oriente ha rappresentato la regione nella quale la politica estera italiana ha mostrato un incremento assoluto di impegno e di assunzione di responsabilità condiviso dagli ultimi due esecutivi: Iraq, Afghanistan e Libano hanno visto o vedono la presenza di contingenti italiani numerosi e attivi all’interno di missioni volte al ripristino di condizioni di pace in paesi sconvolti da guerre civili o conflitti internazionali. A seguito delle inattese considerazioni dell’ex ministro della Difesa Martino, proprio il destino dei contingenti militari e dei caveat a cui devono sottostare hanno almeno per un attimo spostato i riflettori della campagna elettorale sulla politica estera.

Insieme ai Balcani, il Medio Oriente è la regione verso la quale l’azione politicomilitare del governo di Roma si è dimostrata più assidua. Ma con quali risultati e, soprattutto, in che misura il nuovo esecutivo e il suo “colore” potrebbero portare a un cambio di direzione? Per cercare di rispondere a un simile interrogativo occorre non trasformare la soddisfazione per il buon lavoro svolto in un eccesso di presunzione circa il nostro peso specifico. Il velleitarismo, il credere di “contare” di più di quanto non sia ragionevole è d’altra parte un difetto antico e ricorrente della politica estera italiana. In realtà, ben più che la polemica politica interna, o questo o quel risultato elettorale, saranno le evoluzioni del quadro operativo a spingerci a dover riconsiderare le forme e le modalità e, ancor di più, a mutare oggettivamente la natura della nostra presenza militare in Medio Oriente. Siamo arrivati in Libano nel settembre 2006 per consentire la tregua tra le milizie Hezbollah e l’esercito israeliano, per favorire la ripresa del controllo del Libano meridionale da parte delle forza armate libanesi e per rendere possibile il superamento dello stallo nel braccio di ferro tra Hezbollah e il legittimo governo di Beirut. A quasi due anni da allora, il quadro politico interno del Libano è cambiato in peggio, generando una crisi istituzionale gravissima, che ha portato a infiniti rinvii delle elezioni presidenziali, a un clima sempre più teso e, a un tempo, rassegnato. Hezbollah si è riorganizzato e non c’è la minima avvisaglia di un possibile accomodamento tra gli israeliani, i siriani e i loro alleati libanesi. Se la funzione del contingente internazionale doveva essere quella di fornire dall’esterno un “supplemento artificiale” di fiducia per la sostituzione del conflitto con il dialogo, occorre prendere atto che l’obiettivo non è stato raggiunto. Dobbiamo quindi chiederci a quali condizioni, per far che cosa e con quali regole le truppe italiane, francesi e spagnole possono restare nell’area, e farlo in maniera coordinata con i paesi europei nostri alleati, che condividono i nostri medesimi rischi a sud del fiume Litani.
In maniera analoga, dipenderà dalle decisioni che verranno adottate in ambito NATO se le condizioni di impiego delle truppe dovranno essere riviste, pena l’irrilevanza della loro presenza, oltre che la loro stessa incolumità. Tutto ciò, evidentemente, nella piena consapevolezza che un fallimento in Afghanistan metterebbe probabilmente a repentaglio la sopravvivenza della NATO come alleanza politico-militare. In ambedue i casi il nuovo governo italiano potrà decidere di limitarsi a prendere atto delle mutate circostanze e decidere se a queste nuove condizioni esso è disposto a continuare le missioni militari. Oppure potrà assumere l’iniziativa di essere maggiormente attivo nelle sedi politiche in cui le decisioni vengono adottate (l’ONU nel caso libanese, la NATO in quello afgano) e mostrarsi anche pronto a mutare i propri caveat, a concordare nuove regole d’ingaggio e persino a fornire truppe più numerose e più pesantemente armate se, date le mutate circostanze, ciò fosse richiesto proprio per raggiunge gli obiettivi e mantenere inalterato lo spirito originario delle missioni di pace.

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