L’intricata faccenda dei confini di Israele
LA QUESTIONE • Anno 1 - Numero 3 • Marzo 2008
Sullo status giuridico dei confini di Israele non ci sono due esperti al mondo che la pensino allo stesso modo. Israele occupa circa 21.000 Kmq del territorio che le Nazioni Unite nel 1947 cercarono senza successo di dividere tra israeliani e palestinesi, mentre la West Bank (più la Striscia di Gaza) meno di 6.000.
Dopo il ritiro di Israele da Gaza nel 2007, i palestinesi chiedono il ritiro anche dalla Cisgiordania (Giudea e Samaria, occupate nel 1967), inclusa Gerusalemme est. Israele appare disposto ad abbandonare quasi tutta la Cisgiordania, ma rivendica alcune aree dove si concentrano molte colonie ebraiche e vuole il controllo di una fascia di territorio lungo le preziose acque del fiume Giordano. Una situazione fluida, con i moderati di entrambe le parti che non escludono limitate rettifiche di confini, basate su uno scambio di territori di uguale superficie. Ma come si è arrivati a questo punto?
Secondo gli atti ufficiali, non c’è dubbio che il punto di partenza sia la proposta della Commissione Reale (Earl Peel) del 1937: è lì che per la prima volta venne ipotizzata dalla potenza mandataria in Terra Santa, il Regno Unito, la creazione di uno Stato ebraico con confini definiti. Al futuro Israele era assegnato il Nord (la Galilea) e una striscia di 20 Km di larghezza lungo il Mediterraneo, fino ad Ashdod. All’incirca il 20% dell’area della Palestina storica. Nel 1947, la Gran Bretagna decise di rimettere il mandato palestinese nelle mani delle Nazioni Unite, che il 25 novembre 1947 approvarono la risoluzione 181: nell’ottica della creazione di due Stati, a Israele era assegnata circa il 55% dell’area totale (anche se più della metà del territorio era il deserto del Negev, ancora oggi praticamente inutilizzabile per insediamenti intensivi). I confini stabiliti dalla 181 non furono però mai rispettati: lo Stato arabo di Palestina non fu mai costituito e si scatenarono guerre e atti di forza che portarono Israele ad accaparrarsi territori che la partizione Onu aveva assegnato agli arabi. Dopo la proclamazione dello stato ebraico (14 maggio 1948) e la prima guerra arabo-israeliana, gli armistizi del 1949 stabilirono una green-line che poneva sotto giurisdizione israeliana tutta la Galilea, il Negev occidentale, il 30% della Cisgiordania e il resto: Israele ebbe così “di fatto” il controllo di un altro 20% dell’area totale. Dopo i conflitti del 1956 (guerra di Suez), 1967 (guerra dei Sei giorni) e 1973 (guerra del Kippur), Israele occupava anche Sinai, alture del Golan, tutta la Cisgiordania (compresa Gerusa lemme est) e Gaza.
Di fronte allo strapotere militare israeliano, alcuni paesi arabi si resero conto che una pace, seppure “armata”, con Israele era di gran lunga preferibile a una serie infinta di rovesci. Anche sul fronte territoriale, i trattati di pace di Israele con Egitto (1979) e Giordania (1994) produssero una parziale restituzione dei territori occupati da Tsahal, riportando il Sinai sotto giurisdizione egiziana e Gaza e la Cisgiordania (come uscite - entrambe territorialmente ridotte - dagli armistizi del 1949) allo status di territori assegnati dalla 181 dell’Onu al costituendo Stato arabo palestinese. Buona parte del Golan è invece tuttora occupato da Israele, data l’indisponibilità della Siria a seguire Egitto e Giordania sulla strada del riconoscimento dello Stato ebraico.
Gli accordi di Oslo firmati a Washing - ton nel 1993 hanno sancito il riconoscimento reciproco tra israeliani e palestinesi, ma non hanno fermato le violenze e nemmeno fissato confini accettati. Dopo la seconda Intifada, l’allora premier Sharon diede il via per la prima volta nella storia di Israele a un doloroso ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza. Sembrava l’inizio di un processo virtuoso, ma la guerra contro gli Hezbollah in Libano nell’estate del 2006 ebbe l’effetto di bloccare un piano analogo di evacuazione degli insediamenti israeliani in Cisgior dania, elaborato dal nuovo primo ministro Olmert. Un piano rimesso nel cassetto, tanto più dopo il ‘golpe’ di Hamas a Gaza nell’estate del 2007, che ha spaccato i Territori palestinesi, facendo della Striscia il regno di estremisti che inneggiano alla distruzione dello stato di Israele.

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