È possibile ripartire dalla sconfitta del “luogo comune”, di Alfredo Mantovano
ISLAM • Anno 1 - Numero 3 • Marzo 2008
Proibirlo o non proibirlo? La discussione su Fitna, il film anti Islam del regista e deputato di estrema destra olandese Geert Wilters, e l’intenzione manifestata dal governo dei Paesi Bassi di inibirne la diffusione, ripropone una dialettica dejà vu a proposito di Submission, il cortometraggio sulla condizione femminile nelle società musulmane, costato la vita al suo autore, Theo Van Gogh. La ripropone non soltanto in Europa, e non soltanto con riferimento alla voce “libertà di espressione artistica”. È in gioco qualcosa di più: la nostra capacità di occidentali di essere fermi nell’esigere da chi viene da noi il rispetto di regole essenziali, fondate nella na - tura dell’uomo (in primis l’eguale dignità fra uomo e donna), ma al tempo stesso rispettosi dell’altrui fede religiosa e attenti ai diritti umani nei territori degli Stati a maggioranza islamica, che ricevono da noi collaborazione e aiuti per lo sviluppo.
La posta in gioco è emersa drammaticamente con la vicenda Van Gogh, e rischia di ripetersi in modo ancora più devastante. Il 1° novembre 2004 ad Amsterdam, una delle città europee in cui la libertà è intesa e praticata da decenni come assenza di qualsiasi limite, nella capitale dell’erba, dei sexy shop e delle ragazze in vetrina, ci si è svegliati di fronte all’assassinio rituale di un uomo di spettacolo (dalle cui idee laiciste si poteva ovviamente dissentire) da parte di un ultrafondamentalista professo; di un soggetto, Mohammed Bouyeri, che in precedenza su un sito aveva disegnato l’Olanda colorata di rosso sangue e su di essa aveva fatto campeggiare una bandiera con la spada di Maometto e la scritta “la vittoria è nostra”; di un personaggio già noto alle forze dell’ordine, poiché appena un mese prima – il 29 settembre 2004 – era stato fermato per un controllo e, condotto al commissariato, gli era stato trovato indosso uno scritto da lui compilato con l’elogio delle decapitazioni di occidentali operate in Iraq da Al Zarkawi. Nonostante questo, era stato rilasciato e non era stato sottoposto a controlli successivi.
La tolleranza e l’assenza di freni inibitori, esibite come modello per altri paesi europei ritenuti meno emancipati, in Olanda sono andate in tilt con l’uccisione di Van Gogh: dopo l’omicidio decine di moschee e di luoghi frequentati da musulmani sono stati aggrediti, incendiati, danneggiati. La xenofobia e la violenza si sono svelate come l’altra faccia del melting pot, ma alla radice si è manifestata una identica incomprensione della realtà e un’a identica mancanza di equilibrio. Si è passati da un estremo all’altro: fino al 1° novembre 2004 si prestava ossequio al dogma secondo cui il migliore dei mondi possibile coincide con il multiculturalismo e con la massima apertura, rispetto a cui la semplice evocazione di identità culturali e/o politiche suona come discriminazione razziale. Dogma il cui primo corollario è che proprio tale modello sociale garantirebbe l’immunità dal terrorismo di matrice islamica. Dopo l’assassinio, per contro, tutti gli islamici, senza distinzioni, sono stati visti come dei potenziali terroristi, e perciò oggetto di ritorsione, mentre per i luoghi da essi frequentati è parsa esistere una licenza di devastazione.
E’ emersa quindi, non soltanto in Olanda, una verità che si fa sempre più fatica a ignorare o a tenere nascosta: quella religione che il libertarismo e i residui del marxismo e del freudismo avevano messo da parte nei fatti motiva scelte traumatiche, non solo individuali. È emerso, ancora, che l’indifferenza nei confronti delle varie tipologie di religione, senza operare le dovute distinzioni e senza confrontarle con il diritto naturale, genera delle sorprese.
E’ emerso, infine, che la scelta di accogliere soggetti di fede islamica, per i quali la religione ha un’a incidenza immediata nei comportamenti, disinteressandosi del loro reale inserimento, peraltro in un contesto culturale e sociale di assoluto relativismo e di concreta decomposizione, dopo aver alimentato illusioni, provoca pesanti delusioni. Nel 2001, al momento del crollo delle Twin Towers, Mohammed Bouyeri era un cittadino olandese, figlio di immigrati, regolarmente fidanzato, vestiva Nike e calzava Reebok. Dopo l’11 settembre è entrato in contatto con siti di ultrafondamentalisti e ha mutato rapidamente fede, idee e vita; a seguito dell’omicidio di Van Gogh, è diventato l’idolo dei musulmani che vivono nelle periferie di Amsterdam e di Rotterdam.
L’errore di larga parte dei Paesi occidentali consiste nel non aver affrontato per tempo la questione della presenza ultrafondamentalista islamica e nel non avere in parallelo individuato percorsi di seria integrazione per i musulmani non coinvolti in prospettive radicalmente ultrafondamentaliste, esigendo al tempo stesso da tutti e da per tutto (dalle moschee a internet) il rispetto di una base etica e giuridica comune.
E’ un errore esito della deliberata rimozione, personale e comunitaria, di ogni ipotesi di incidenza sociale della religione: se la fede, e ciò che la fede è in grado di innervare nella cultura e nella vita quotidiana (pur nella distinzione dei diversi ambiti), viene vista come un fastidio, se non come un pericolo, e per questo viene marginalizzata, come affrontare chi fa coincidere, radicalmente e senza differenziazioni, fede, cultura, vita e politica? La vittoria del luogo comune è effimera e dolorosa: ci si può anche convincere, contro ogni dato obiettivo, che lo shaid di Hamas è un povero affamato che viene indotto al suicidio per disperazione dall’oppressione capitalistica e/o sionista, ma quella realtà che ci si rifiuta di scandagliare e di comprendere poi reagisce tragicamente e si prende carico di dimostrare il contrario.
Dalla sconfitta del luogo comune è necessario prendere le mosse per costruire al tempo stesso una complicata integrazione in Europa e un ancora più complicato rapporto con i governi dei Paesi a maggioranza musulmana.

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