14 marzo 2008. In Iran non cambia nulla, di Francesco De Leo
APPROFONDIMENTO • Anno 1 - Numero 3 • Marzo 2008
TEHRAN - Ho assistito alle elezioni parlamentari del 14 marzo in Iran, sette giorni prima del capodanno 1387. Non mi era mai capitato di ascoltare comizi, vivere le tensioni che precedono il voto, recarmi nei seggi, assistere a tutti i passaggi con i quali si esercita forse il più importante dei diritti, conoscendone già l’esito.
È come rivedere un cult, riassaporarne per l’ennesima volta le emozioni, riascoltare i dialoghi e le musiche del film, ammirarne la fotografia conoscendone già la trama, o meglio, il finale. Questo non mi ha impedito di gustare la bellezza e l’unicità del rito, di notare lo sguardo di chi imbucava la scheda nell’urna, l’orgoglio di chi bagnava l’indice nel cuscinetto dell’inchiostro. Il sapere però che tutto era parte di un copione già scritto, rendeva quei momenti surreali. Niente trucchi, ben inteso, votazioni regolari, ma la scelta dei candidati decisa a monte con una precisa finalità: non disturbare il manovratore. Legittimare i conservatori, il fondamentalismo religioso, quanto è buono e giusto per l’Iran secondo Khamenei, la Guida Suprema che ha nelle mani la sorte di 70 milioni di iraniani. Questo il disegno pianificato dai Comitati Esecutivi e dal Consiglio dei Guardiani, che hanno fatto fuori, con una semplice raccomandata postale, i più importanti leader riformisti, i più conosciuti, i più capaci, i più influenti. Hanno vinto i fedelissimi del Presidente Ahmadinejad, hanno vinto coloro che non apprezzano la sua politica nel metodo, approvandola nel merito. Hanno perso quanti la combattono in ogni forma e l’hanno testimoniato con un voto inutile. Ha perso chi non sopporta nulla, chi è esasperato, chi combatte il sistema rimanendo a casa e li considera tutti uguali, gli osalgarayan e gli eslahtalaban, i conservatori e i riformisti, senza differenza alcuna. Ci sarà ancora da combattere per il futuro dell’Iran, nessuno molla tra chi odia il regime. Ci si è divisi per l’ennesimo appuntamento elettorale nei quasi trent’anni di Repubblica Islamica. Non voterò…non ci penso neanche. Immagini, mi ha detto un mullah… . Loro del nostro voto non sanno che farsene… siamo solo strumentalizzati, mi dice una fotografa free-lance al comitato elettorale dei Riformisti. A questo punto dovremmo domandarci perché viviamo? Viviamo in Iran e dobbiamo esprimerci in qualche modo, trovare un mezzo per farlo. Il voto è l’unico strumento che abbiamo… gli risponde un’attivista del Partito dell’ex Presidente Khatami. Se non ci presentiamo vorrà dire che non siamo interessati al nostro futuro. Il nostro esserci vorrà dire essere partecipi al nostro destino.
Nonostante tutto l’astensione continua ad avere il sopravvento in Iran. La motivazione è nei sogni e nelle passioni ancora ingabbiati e imprigionati dall’incubo di leggi remote. È solo tra le mura domestiche, protetti e sicuri nelle loro dimore, che ricominciano a vivere, costruendo in clandestinità quel senso del comune totalmente diverso da quanto professato e propagandato dal regime. Sarà forse questa miscela, alimentata giorno dopo giorno dal desiderio, che riuscirà a risucchiare tutto come un grande buco nero. Auguri… Iran.

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