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Velo e polemiche, la via turca al laicismo, di Seyda Canepa

CULTURA Anno 1 - Numero 2 Febbraio 2008

Donna con turban Nelle settimane passate in Turchia abbiamo visto decine di miglialia di persone nelle piazze che protestavano contro gli emendamenti costituzionali votati dal parlamento turco per togliere in sostanza il divieto dell’uso del turban nelle università.

La questione del velo ha messo ancora una volta in evidenza le molteplici realtà presenti nel paese, che non possono essere interpretate in modo univoco. Una persona che si definisce laica può benissimo essere laica ma antidemocratica o si può definire non laica ma liberale. Soprattutto chi si definisce laico non significa sempre che sia non credente o non praticante. Potrebbe sembrare che mettere insieme queste definizioni generi un ossimoro, ma in Turchia tanti si riconoscerebbero senza esitazioni in queste apparenti contraddizioni.
L‘interpretazione del concetto di laicità e l’applicazione dello stesso concetto nella vita quotidiana delle persone è molteplice.
Basta pensare che in Turchia i sostenitori più accaniti del turban sono i circoli laici liberaldemocratici per i quali l’uso del velo significherebbe un’esercizio di libertà di espressione e non costituirebbe una minaccia per i fondamenti laici dello stato turco.
La maggioranza delle donne in Turchia porta un fazzoletto in testa. Eppure non tutte le donne che coprono il capo usano il turban e non tutte sono religiose praticanti, si tratta piuttosto di una tradizione.
D’altronde ci sono tante donne che seguono i precetti dell’islam senza coprire il capo. La Turchia è piena di donne laiche, femministe, di destra o di sinistra, dirigenti, docenti, atlete che fanno i 30 giorni di digiuno nel mese di ramadan senza coprire i loro capelli, pur non essendo necessariamente contrarie al turban o all’uso del copricapo in generale.
In sostanza, fino a poco tempo fa ognuno viveva come voleva ma con le discussione intorno alla riforma costituzionale, il modo di coprire il capo è ormai diventato un simbolo del conflitto fra laicità e antilaicismo in Turchia.
Il turban è un copricapo particolare, un modo più ortodosso di coprire la testa così da da non far scoprire neanche un capello, diverso dal fazzoletto usato dalla maggior parte delle donne in Turchia. È proprio il turban che apparve in Turchia all’inizio degli anni Ottanta che ha messo in allarme gli ambienti più marcatamente laici come i vertici militari, i magistrati e la maggior parte del corpo docente, oltre agli esponenti del partito di opposizone, il partito Repubblicano del popolo.
Per le élite laiche, il turban che copre anche in parte la faccia delle donne non rappresenta un simbolo religioso ma un simbolo politico nel vero senso della parola. Un simbolo che ispirerebbe una più diffusa islamizzazione del paese, con il pericolo magari di vedere un giorno permesso l’uso del turban nelle scuole medie-superiori o negli uffici pubblici, indossato da chi svolge una funzione pubblica, contrariamente ai precetti laici del fondatore della Repubblica, Ataturk.
Si teme inoltre la pressione sociale che subirebbero le studentesse da parte dei loro familiari, che potrebbero indurle a portare il turban nelle università. Una legge che riguarda le libertà fondamentali potrebbe avere un effetto al contrario sulle studentesse che vengono dalle famiglie conservatrici. In sostanza ci sarebbe il pericolo che “si puo” diventi si “deve”.
Prima che entri in vigore, la riforma istituzionale dovrà essere promulgata dal presidente della Repubblica Abdullah Gul che aveva trovato una dura opposizione alla sua elezione alla presidenza da parte dei laici perchè la moglie indossa il turban.
Bisogna anche vedere come si esprimerà la corte Costituzionale sulla questione di compatibilità dell’iniziativa con il principio fondamentale della laicità stabilito nella Costituzione. Quello che è sicuro è che la controversia sul velo islamico infiammerà ancora tante discussioni in una Turchia che bussa alle porte di un’Europa sempre meno convinta di accoglierla a pieno titolo

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